sabato 20 giugno 2009

Sacro e Profano (II/II)

Luci. Raggi laser che oscillano a ritmo di canzoni dance, spagnole e non. Successi degli anni Ottanta e Novanta che rimbombano nell'aria come temporali e urla profetiche. Fiumi di persone che nuotano freneticamente perché alimentati da innumerevoli bottellònes. Balli popolari e tradizioni antiche che si mischiano nel popolare moderno, al suono della pop music.




Facce nascoste durante la normale giornata granaina. Vite evidentemente esterne al mondo studentesco e "culturale" della città. Viene da chiedersi dove si siano nascosti tutto questo tempo, cosa pensino e da dove vengano. Probabilmente dalle periferie e dai paesi che di per sé sono periferia. Una festa innegabilmente chana, ovvero grezza, cafona, non raffinata, terra terra, che farebbe storcere il naso a chi ricerca una cultura alta, elitaria, evidentemente non popolare. Tuttavia nella festa si respira un che di autenticità e di partecipazione che altrove non si respirerebbe, qualcosa di attivo, di reale che la rende eccitante e divertente, per questo si è spinti al ballo, al dialogo, alle risate.







La gente che anima questo tipo di festa popolare, facente parte a tutti gli effetti della tradizione, potrebbe far pensare ai Barbari di Baricco. Forse con un solo piccolo particolare, che secondo Baricco i Barbari siamo noi che la osserviamo e ne parliamo tramite un blog, noi che non appartenendo a questa storia, all'anima e allo spirito che la crea, vi partecipiamo solamente per viverne l'esperienza. Per navigare in superficie senza scendere in profondità.


Ma, a differenza di quel che pensa Baricco, sono ancora molti i giovani che si immergono nella Feria granaina pur avendo una quotidianità completamente diversa dalla maggior parte delle persone che la celebrano, pur avendo un'anima ormai non più pura, ma contaminata da molteplici e contraddittorie esperienze. Tuttavia la cosa bella è proprio questo, cioè che alla feria ci vengono tutti, senza alcuna distinzione, anche quelli che normalmente non si vedono per strada. Perchè è una festa tipica e simile a quelle delle altre città andaluse, e scendere in profondità, ballando, giocando e bevendo, forse aiuta a comprendere meglio anche quegli aspetti sacri delle altre feste religiose.




Innanzitutto, un legame con le feste religiose è dato dal fatto che la feria di Granada si tiene in occasione della celebrazione del Corpus Christi, tuttavia ciò non avviene con altre città che celebrano le loro ferie in differenti periodi che vanno da Aprile a Giugno. Altri aspetti comuni alle celebrazioni religiose sono ad esempio, la loro periodicità, l'essere evento atteso che scandisce il passare del tempo, il momento preciso dell'anno e della stagione. Non a caso l'origine delle ferie sembra proprio essere legata al mondo agricolo. Iniziate come ferie di mercato, incontri stagionali dei produttori locali, un'occasione allo stesso tempo di festa e di lucrosi affari, sono divenute poi immensi parchi di divertimento. Ma la festa mantiene anche il suo carattere rustico, contadino, tradizionale, dove le donne vestono alla sevillana e gli uomini, anche se pochi qui a Granada, vestono un completo nero con gilè e cappello dalla tesa piatta e rigida.


La popolarità e la tradizione si avverte proprio dal fatto che i giovani non sono la maggioranza, ma la vera anima sono coppie di signori e signore in là negli anni che ballano tutta la notte nelle differenti casetas . Così come la spina dorsale delle processioni della semana santa è costituita da vecchi fedeli che attendono pazientemente il passaggio della Vergine.
In secondo luogo, il calendario. L'esplosione della festa è data sicuramente dalla attesa che si crea, dal fatto che già settimane prima è annunciato come evento, se ne comincia a parlare e ci si organizza per andarci quel o quell'altro giorno. Periodicità e attesa, stimolano l'immaginazione, creano aspettative, lasciano il giusto spazio per la mitizzazione dell'evento.
Terzo elemento, la teatralità. La capacità di dar tono anche alle cose semplici, con gesti tanto semplici quanto teatrali. Particolarità dei corpi che fuggono e rigettano le mode imposte, i corpi, per mostrare gonfi ventri, grezzi tatuaggi, ornamenti eccessivi e luccicanti. La cultura della festa è rappresentata dalla sua gestualità, da codici che si apprendono e si ritrasmettono, la ripetizione nel tempo di gesti diventa abilità da sfoggiare in tutti i momenti della festa, per conquistare un ruolo forte tra gli amici, la ragazza tramite il ballo, per essere ammirati dai propri figli, o per dimostrare un'antica e più profonda conoscenza della vita. Cadere in piedi nella giostra del ta-ka-ta, essere sensuali ballando alla sevillana, abili nel bucare i palloncini, precisi con il fucile, forti e brutali davanti al branco.

Il carattere profano in realtà a volte è difficilmente distinguibile dal carattere sacro. Sembrano aspetti uguali ed opposti dello stesso modo di interpretare il mondo, della stessa cultura, solo che uno dei due è istituzionalizzato dalla Chiesa, l'altro dalla gente e dai giostrai. La feria anche se per scopi diversi si esprime con un carattere simile. Il carattere ludico da condividere in famiglia, con gli amici, tra ragazzi e ragazze in cerca gli uni degli altri. La forza degli odori dolci e di fritto, sembra concorrere con i forti odori di incenso delle processioni, le urla gitane andaluse dei giostrai, le canzoni neo-melodiche sparate a tutto volume sembrano l'alter ego delle strazianti litanie in onore della madonna. L'abbondanza di luci e di cibo, esibita e consumata in occasione della festa, riprende l'abbondanza di oro ed argento, il fasto un po' kich dello stile barocco. Una profanità, un'abbondanza, uno scherzo irriverente che traspare da tutti i lati, questo è il carattere fortemente gitano della festa. Un carattere gitano nel senso spudorato del termine, diretto, sincero ma dal sapore forte. Nel senso disordinato, naturale e casuale, non pianificato, irruento, nel senso rumoroso e chiassoso del termine. Dagli sguardi furbi dei giostrai, dai richiami sbrigativi dei bagarini.
Inoltre, quello che più fa pensare è che la gente sia la stessa delle feste religiose, rendendo evidente il carattere popolare e sentito della festa. Perchè una festa diventa quello che la gente che vi partecipa è, quelllo che la gente sente, pensa e vive. Tuttavia sebbene ci sia qualcuno che dalla propria posizione anticonformista, progressita, contro la tradizione quando questa viene vista come una catena da spezzare, non si riconosce affatto, in generale rimane un carattere trasversale della stessa. Un senso di appartenenza che unisce conservatori e progressisti, retrogradi ed aperti di mente, tradizionalisti e giovani senza tabù, incantati da questa vortice luminoso di bellezza che vale la pena portare avanti perchè porta avanti tutti, tutti insieme. Una moderna processione profana, importante quanto, o forse, anche più di quella religiosa che rischia di svendersi al turismo. Una liturgia moderna e contemporanea che ha già acquisito, ma che è destinata a rafforzare, un carattere sacrale, dove i volti delle persone diventano icone di santi da ammirare, rigettandoci nella bellezza forte e talvolta scomoda della molteplice realtà.

sabato 13 giugno 2009

Sacro e Profano (I/II)

Il cerimoniale è lo stesso da secoli. In testa i giovani ed i bambini, tutti incappucciati, molti scalzi per penitenza. Ci sono i penitentes, talvolta con delle croci, ed i nazarenos, con un lungo cero, che costituiscono il lungo lento fiume di persone che è la processione. Ricca di simboli, stemmi, di colori, centinaia e centinaia di confraternite, le hermandades, appartenenti a differenti chiese, in moltissime città di Spagna, ricercano per decine di ore, nottate, a volte anche per ventiquattro ore consecutive, la trance sino all'espiazione.


La processione dura nottate o giornate intere, ed ogni confradìa segue sempre lo stesso percorso, uscendo dalle chiese principali e sfilando per le principali strade, oppure infilandosi per vicoli secondari che abbisognano, per essere superati, della migliora maestrìa dei portatori. Decine di processioni che si intrecciano per la città nello stesso tempo. Le bande che seguono la processione incalzano con la musica il passo dei penitenti, ma in particolare dei portatori che sudando copiosamente fanno ballare la vergine con tutto il suo oro all'odore d'incenso tra uno scintillio di candele.


Le immagini, purtroppo, non rendono l'idea della grandezza di queste processioni. Centinaia e centinaia di persone, lunghe centinaia e centinaia di metri, che sfilano lentamente, impiegando anche una ora per attraversare una sola strada.

Un pubblico, più che di fedeli, di amanti della processione, la osserva aspettando pazientemente ore, prenotandosi un angolo di marciapiede con larghissimo anticipo, muniti del proprio sgabello aspettano, il Cristo e la Vergine.


Ogni processione porta con sè due pasos. Grossi baldacchini in legno, ricoperti di fiori, oro e argento. Il primo è sempre un cristo, in croce, in entrata a Gerusalemme sull'asinello, un cristo in preda alla passione. Il secondo è sempre la vergine, il cui colore dominante è l'argento ed il bianco oro, chiaro rispetto ad i colori forti del cristo.


La simbologia è molto forte, i percorsi sono prestabiliti, ed ogni corteo appartiene ad una precisa hermandad, vecchia di secoli, che scrupolosamente segue ogni anno gli stessi rituali.

Gli applausi esplodono ogni qualvolta i portatori del paso manifestano la loro devozione e la loro forza ballando con quintali di legno sulle spalle, e facendo quasi salutare con la mano la madonna ad i suoi fedeli. All'uscita dalla chiesa spesso bisogna piegarsi, inginocchiarsi, per far uscire il baldacchino altrimenti troppo alto, alla prima vista scoppiano gli applausi e anche qualche lacrima.


I pasos infatti rimangono nascosti per tutto l'anno, in qualche androne della chiesa, e compiono il loro trionfo solamente una volta, solamente durante la semana santa. La settimana di Pasqua, che va dalla domenica delle palme alla resurrezione.

Pertanto l'aspettativa che si crea, l'amore ed il sentimento che viene riposto nell'attesa esplode quando la si rivede per la prima volta, dopo un anno. Emblematico è il caso della Macarena, patrona di Sevilla, reina della città, tanto bella da far piangere. L'urlo di guapa! l'accoglie all'uscita e all'entrata della chiesa, dove da un balcone cantanti di flamenco intonano strazianti litanie, saetas, dalla bellezza struggente.

Un clima non facilmente descrivibile e comprensibile se non vissuto almeno una volta, un'atmosfera che mi ricorda quella della processione di lunedì in albis, della Madonna dell'Arco, a Sant'Anastasia ai piedi del Vesuvio in provincia di Napoli. Una tensione collettiva, un'attesa contagiosa, un'emozione esplosiva. Anche lì scene di panico collettivo, isteria diffusa, chi rideva, scherzava e litigava con gli amici fino ad un attimo prima, poco dopo era assorto nella contemplazione di un immagine, un'apparizione che impersonifica tutte le proprie emozioni, le paure, i desideri, il pentimento, il rigetto di colpe e peccati, innocenze perdute. Un amore, non a caso, verso una donna, una madre protettiva, sempre è la Madonna che fa piangere. Un moto dell'animo per me ancora innavicinabile, e tutt'ora misterioso.

Si cerca la trance per espiare i propri peccati, si corre o si striscia come fujenti, si portano croci per sollevare il proprio animo. Un mondo ed una cultura fortemente vicina, ma anche un po' lontana. Perché oggi, con la secolarizzazione, molti giovani non rivedono in questi rituali niente se non qualcosa di tipico, tradizionale, o religiosamente barbaro, osservato con fare voyeuristico, quasi senza partecipazione.

Culture che convivono nelle stesse città e negli stessi spazi a volte senza incrociarsi, che sopravvivono e si ripetono, perché la festa, qualsiasi festa religiosa, è anche un motivo di aggregazione sociale, di distensione, di festa collettiva tramite la quale si ristabiliscono, rimarcano i caratteri di coesione sociale di una comunità, i valori di fondo.

Ma la stessa gente, che seguiva la trance, che piangeva fortemente alla vista della propria reina barocca, estende ed intrattiene il proprio animo anche in un'altra festa. Quelle che vengono subito dopo. Nelle ferias dove liberati e purificati si lascia spazio al profano.

domenica 7 giugno 2009

Amore precario

L'amore delle cose non dette. L'amore delle vite intrecciate. L'amore senza perdono dei discorsi sospesi. L'amore da dimenticare, dai passati sconosciuti aspettando che il tempo arrivi. Amore concesso da persone libere che ti rendono libera. Una condizione che facilmente insegui, difficilmente proteggi, liberandoti dell'amore stesso.

Vite interconnesse che riempiono spazi vuoti lasciati da altri, approfittando anche per un poco di attimi di libertà per un amore di rapina, un amore fuggitivo, che non lascia segni apparenti colmando passeggere tristezze o mantenendo impassibili spensieratezze. L'amore da amici, come per passanti che si soffermano per un attimo incuriosito.

Relazioni che nascono poi, complicate dall'assenza di passato in un presente intangibile che dà spazio a futuri sfuggenti e indeterminati. Rapporti nati senza basi che donano incredibili energie di libertà, che dall'ansia di incontrarsi vengono rigettate verso direzioni divergenti, un amore che deve combattere oggi contro noi stessi e le possibilità della vita.

Perchè si è precari non soltanto nel lavoro, nella casa, nel futuro, ma anche o per sua conseguenza nell'amore. Un amore senza impegno, un fragile filo di lana tenuto a due dita da una semplice coincidenza del destino, dall'inconscia volontà di farlo succedere che allo stesso modo potrebbe abbandonarti. Perché se il filo viene portato via dal vento, velocemente, non esistono ragioni per le quali debba essere inseguito, per la quali valga la pena provarci al di là degli sforzi ordinari, prima che sia troppo tardi e che la distanza l'abbia disperso, ricoperto, concesso a qualcun altro. Un amore in cui non si dà tutto, ma solo quanto strettamente calcolato.

Sapendo che non si deve sbagliare, che non c'è da distogliere lo sguardo per non perdersi. Perchè si pecca di fiducia, si pecca di abbandono, sapendo che questo fa paura e quindi disimpegna. Un amore dalle situazioni difficili e complesse. Perché a partire potresti essere tu. Potresti essere tu a non crederci, assumendoti la responsabilità di non scegliere, di sacrificare qualcuno che sia diverso da te, perché credi in te stesso, nell'amore dalle sensazioni libere e portate dal vento.

Un amore non difficile da trovare, rappresentato dalla variegata quantità di passanti con cui perdersi, ma raro per le condizioni che gli rendono l'esistenza possibile, per l'ammirazione ed il rispetto che lo innalzano. Comune nel suo giramento di testa, ma raro nella sua conservazione.

L'amore dagli importanti rinvii, che post-pone ed evita scelte fatte su solida base, sulla conoscenza reciproca, ma che persegue una continua ricerca di molteplicità e non esclusività pretendendo di vivere nella sincerità.

Un amore che cerca un senso con parole vecchie e già troppo usate, un amore senza impegno che per questo perde di significato. Un amore di passaggio, non ancorato, che ci disperde e rende naufraghi del tempo che non abbiamo avuto per creare importanti memorie. Un amore reso precario dalla necessità di una continua riconferma, la cui assenza, anche una volta, basta per riaccendere la libertà di ricercare altrove nuove dimensioni. Un amore che bisogna di tempo per rafforzarsi, ma che liquidamente scivola su di noi, scaldando solamente il suo passaggio, e che continua la vita che prende volentieri il sopravvento.

L'amore che fa male perché non ha niente di sbagliato. Solo pianti inespressi, solo cinismo che uccide chi poeticamente si opponeva: sacralità che viene sacrificata lasciandoti deluso, come l'idea fissa di una città straniera in una vita lontana ed impossibile da raggiungere.
Solo cinismo che rende insensibili lo stato di cose che assumono priorità rispetto alle persone.

Un amore disilluso e drammatico, perché c'è chi cambia con il mondo e c'è chi vuole cambiare il mondo, nella rincorsa di un amore non ci si arrende o ci si adegua ad uno stato di cose, ma si combatte per cambiarlo. Un'amore impuro, perché sempre contaminato dalla possibilità di un tradimento alle sue leggi non scritte. Una generazione condannata dalle proprie scelte e dai propri tempi ad accettare il compromesso, la volubilità, la maturità formativa che distrugge vecchie certezze. Un processo che è l'altra faccia di quel divenire che ci riempie e cambia la vita che se non è sofferente non può essere gioita.

Un amore, infine, sminuito, perché per accettarlo e viverlo bisogna accettarne la durata, una collezione di rinunce e scelte, assenza di eroi e primi uomini. L'amore dissacrato dei nostri tempi, perché cinicamente osservato nella sua mortalità e nella sua fragilità non ambisce ad alcun matrimonio, ma semmai alla sua sopravvivenza. Amori per cui non si aspetta, amori a cui non si risponde. L'amore deve ripetersi che non esiste, sperare che non sia ascoltato, per essere vissuto incosciamente.

giovedì 28 maggio 2009

Ogni domenica


Le abitudine sono le stesse da una sponda all'altra del Mediterraneo. La stessa voglia di stare assieme, lo stesso appetito.

C'è chi dice che la cultura non esiste, c'è chi dice che tutto è cultura. C'è chi dice che la cultura va protetta, conservata, e chi sostiene che essa è in continua evoluzione, pertanto inutile proteggerla, inutile anche definirla, basta viverla.


La Spagna, sotto questo punto di vista, è un paese pieno di stimoli. E' un paese che abbiamo sempre considerato come a noi vicino, il più vicino del bacino mediterraneo. Più dei Francesi, che sono nostri cugini, ma alla lontana, più dei Greci, dei Turchi, dei Maghrebini. La Spagna è stata spesso considerata come una seconda casa italiana. Come noi, uguali a noi, nel bene e nel male.
Ma al di là delle similitudini, la Spagna ci assomiglia un poco anche nelle differenze, nelle loro strutture. Nella variegata diversità presente in questo paese. Il nazionalismo qui non è molto amato, un po' come reazione alla lunga dittatura di Franco, un poco perchè ci sono forti movimenti indipendentisti, come quello basco e quello catalano. Pertanto, la Spagna come insieme unico ed omogeneo è un artificio politico-culturale, uno stratagemma di marketing, per creare un'immagine di riferimento appetibile all'estero, per il turismo.

Una volta incontrai un palermitano emigrato a Parigi che gestiva un ristorante italiano, parlammo del nostro paese. E lui mi disse "l'Italia, è un paese virtuale". In fondo, non era così lontano dalla verità. Gli stati nazione, unificati per volere, e con la forza, da una sua parte più forte hanno conservato fino ad oggi forti differenze interne, volendo distinguersi a tutti i costi dall' insieme di cui fanno parte. Penso alle forti differenze culturali presenti in Italia, ai dialetti, le tradizioni che negli ultimi anni godono di attenzione maggiore, una ricchezza.

La Spagna è simile, è divisa in 17 regioni autonome e ha ben quattro idiomi ufficiali. Il basco, il catalano, il galiziano, ed il castigliano. Lingue completamente diverse l'una dall'altra. Cosa sarebbe l'Italia oggi se avessimo mantenuto le diversità linguistiche delle nostre regioni, se le avessimo conservate, tutelate, insegnate a scuola?

Mi domando sul diritto-dovere di proteggere e valorizzare una cultura, se così avessimo fatto, la mia cultura stessa oggi sarebbe differente. Maggiormente marcato il carattere contadino-campano-napoletano, una ricchezza o un'impoverimento? Avrei perso molto altro delle altre regioni, degli altri paesi. E' difficile dare giudizi di valore, se si segue la definizione di cultura come insieme di credenze e competenze che si apprendono in quanto membro della società, quindi grazie allo stare con gli altri, la cultura forse andrebbe tutelata quando minacciata da eventi troppo forti, quando si rischia di distruggere e di perdere saperi, anziché di innescare un cambiamento degli stessi, una loro evoluzione naturale, dovuta, auto-determinata, bella o brutta che sia, che ci appaia giusta o sbagliata.

Pensando agli stati-nazione, alle interazioni culturali, all'esistenza di connotati mediterranei, passo una domenica spagnola nel piccolo pueblo di Fonelas in profonda Andalucia, un paesino che ha un bar, una discoteca-pub e intorno tanta campagna . In un paese così piccolo, e per certi versi così chiuso, così lontano dalla storia, dagli altri, dovrebbero stupire le similitudini con noialtri.



Infatti, l'artificio di cui sopra è evidente in Fonelas. Perché trovi una madre con grembiule che segue la cucina con i tempi calcolati dall'esperienza. Non ci si riunisce solo poco prima del pranzo, ma si accompagna con la propria presenza la lavorazione, la celebrazione di qualcosa di sacro.

Fonelas fa pensare a quanto sia importante la cultura legata al territorio. Quanto possa dipendere da esso. Dai suoi elementi più semplici e profondi. La cultura mediterranea caratterizza determinati paesi, non tanto in base alle loro interazioni storiche, ad i loro scambi, ma soprattutto grazie alla loro dialettica storica col territorio. Il luogo comune del sole, del mare, della giornata calda, condizionano fortemente le abitudini e l'agire quotidiano, creando così una cultura. Una cultura però così determinata è legata ad uno specifico spazio fisico, non ad un suo spazio politico, si creano sacche culturali, che si possono riprodurre a distanza, essere completamente diverse da quelle del paese accanto, ma identiche a quelle del corrispondente paese italiano.

Questo giustificherebbe la sensazione di similitudine culturale materiale, perché strettamente dipendente dalla natura e dagli artefatti umani.
Questo insieme di abitudini, saperi, norme di paese, di casa, di mamma, dimostrano esattamente da cosa può dipendere la cultura stessa. In una società più chiusa, in quei luoghi che non sono connettori globali, le variabili che intervengono nella dialettica culturale, sono di meno, acquisiscono maggiore importanza e sono relativamente più semplici. Il lavoro al campo, le stagioni, i prodotti della terra, la famiglia, la casa, la festa alla vita e allo stare insieme che si celebra ogni domenica.

Fonelas conferma che la cultura è qualcosa che viene trasmesso, rappresenta il piccolo paese che si contrappone a quelle reti globalizzate, le città, ma non solo, che diventano luoghi in cui si apprende una cultura altra, internazionale, ma de-territorializzata. Per questo Ulf Hannerz è arrivato ad affermare che "una cultura è una struttura di significato che viaggia su reti di comunicazione non localizzate in singoli territori".

La domenica di Fonelas, invece, è strettamente legata al territorio, al suo vino casero, alla morcilla, al salcichon fatto in casa, e alla paella che sta alla domenica spagnola come la lasagna, o la pasta al forno, stanno alla domenica italiana.


giovedì 14 maggio 2009

Paesaggi andalusi

Case in sé semplici. Bianche, che non superano i tre piani e la cui caratteristica principale è rappresentata dal balconcino con la ringhiera in ferro battuto. Questa l'essenza dei paesini andalusi. Costituiti da palazzi che in sé non sono complicati, con le pareti più spesse di quelle che siamo abituati a fare oggi, in modo da aumentare la massa ed il tempo di trasmissione del calore, che non richiedono la costruzione di gru, caldi d'inverno e freschi d'estate. In parole povere la casa della nonna.


Il palazzo in sé, non è niente di speciale, non è bellissimo, immaginato da solo con la campagna intorno non ci spingerebbe a prendere la macchina fotografica. Eppure, quando sono messi uno a fianco all'altro, quando vanno a formare una strada, una curva, un agglomerato, ed infine un paese, guadagnano l'un l'altro da questa coesione, da questa vicinanza. Il paese diventa bello, armonioso, affascinate, una spiaggia bianca circondata dal mare della campagna, un'isola felice.


Giro per i paesini andalusi nella provincia di Ronda e penso. Vedo campagne vive, rigogliose, non urbanizzate, paesaggi naturali che accettano armoniosamente paesi altrettanto armoniosi.
La bellezza mi fa sempre pensare. Penso all'Italia e alla sua urbanizzazione, allo stato delle sue campagne, alla bellezza che ne resta.


Penso alla bellezza delle città. Penso che quando entriamo in una città, la prima cosa da fare è dirigersi verso il centro storico, anche se per questi paesi non soggetti a grandi flussi turistici, quasi non ce ne sarebbe bisogno, sono belli così come sono anche da fuori, da lontano, autentici già dalla prima casa.

Ma penso che purtroppo questa sia l'eccezione piuttosto che la regola. Infatti, quando si va in visita in una città la sola cosa che si desidera vedere e conoscere è sempre e solo il centro storico, come se fosse il cuore pulsante, l'essenza della città stessa. Cosa che in realtà non è. Tutti oggi vivono in condomini, aree residenziali dall'aria condizionata e dal posto auto, i veri luoghi dove si cucina, si mangia, si studia, si litiga, ci si lava, s'incontrano gli amici, ovvero dove si svolge la propria vita. Luoghi ben diversi dai centri storici che rimangono comunque l'unica parte interessante di una città. Tutto il resto che è periferia, palazzoni, strade larghe e cemento non interessa, giustamente. Non interessa anche se sono le parti più vive e autentiche della nostra società. Tuttavia, la prima, e spesso unica, cosa da vedere in una città rimane sempre il centro storico, segnalato da cartelli con punti concentrici, delineato da mappe che non riportano altro, perché privo di interesse, anche se è in quello spazio al di fuori delle mappe turistiche che si svolge la vita reale dei nostri giorni, in grossi condomini privi di alcun fascino.


Allora perché andiamo a visitare una città, con l'idea di poterla "conoscere", ma pensando solamente al centro storico? Cercando un merito che non appartiene ai nostri tempi. Forse un desiderio di evasione? Ricerca del folclore? Puro interesse storico o architettonico?
Fascino verso l'antico?

Parlando con un amico architetto della possibilità o meno di recuperare vecchi palazzi e centri storici, mi diceva che, sebbene oggi come oggi fosse possibile fare cose ben più belle del passato, in un certo senso vi si rinuncia, come se non avessimo più quello spirito, e che la bellezza di una pittura scolorita dal tempo rimarrà sempre qualcosa di ineguagliabile.

La domanda appare quasi banale, evidente. A tutti verrebbe da dire, perché ci sono le chiese, i monumenti, le mura, la reggia, i giardini, un palazzo del '600...sì ma anche il più bel monumento circondato di squallida modernità o contemporaneità perderebbe gran parte del suo fascino. Infatti al di là dei monumenti a cui dedichiamo qualche visita, con interesse storico più o meno fittizio, ci piace passeggiare per i vicoli, all'ombra vissuta di vecchi palazzi. Perderci in strade labirintiche, alla ricerca di scorci affascinanti, misteriosi e tipici. Ovvero ci piace entrare in un mondo ed una vita che fu, lontana ed isolata dalla attuale contemporaneità, tanto da essere così perentori nel vietare nuove costruzioni in aree di interesse storico. In realtà il carattere "storico" è solo una scusa, distoglie l'attenzione, è uno strumento di marketing, legittima azioni e piani che altrimenti non faremmo, evita la comprensione.

Innanzitutto, non c'è bisogno di grossi monumenti per fare bella una città. Tutti i paesi, più o meno piccoli che non abbiano ospitato re o papi ce lo possono confermare. I paesi andalusi ce lo mostrano.

Una città è bella quando essa è viva, autentica, e oggi la vita autentica contemporanea sta in periferia, ma forse inconsciamente la rigettiamo nel momento in cui andiamo alla ricerca di mille centri storici, dietro il paravento dell' interesse "storico". Rigettiamo la nostra vita attuale, la nostra società dei consumi, cerchiamo un luogo di vacanza dalla nostra contemporaneità.

Allora la seconda domanda che viene in mente è un'altra, possibile che non siamo riusciti a creare nulla di bello, niente che valga la pena visitare negli ultimi sessant'anni? E per far questo non serve troppo denaro, tecnica, o sviluppo, ma uno spirito, una tendenza alla bellezza che c'era ed ora non c'è più. Questa forse è la vera rottura della nostra società con il passato. Abbiamo abdicato in favore di altri parametri, rinunciando alla bellezza, alienandoci da noi stessi, come se non toccasse a noi andare a vivere in quei quartieri, in quelle strade, in quel mondo che stavamo creando.

Come affermava Pasolini nel suo documentario sulle forme delle città, tutto ciò che abbiamo costruito dal dopoguerra appare come qualcosa di "irreale", ovvero di non aderente alla realtà, come invece accadeva in passato, una realtà considerata da questo punto di vista migliore. Nelle città a misura d'uomo, nelle città che si integrano nel paesaggio e nella natura circostante, nelle case fatte per durare secoli, e non per essere abbandonate, degradate e distrutte nel giro di soli venti anni, c'è uno sguardo sulla vita diverso, direi eterno ed immortale, alla ricerca della gloria della bellezza. Uno sguardo che abbiamo perso, verrebbe da dire che abbiamo venduto la nostra anima in favore di un comodo divano davanti al televisore, indifferenti alla realtà esterna, caduti in un incantesimo di rapida felicità.

Abbiamo creato non opere, ma luoghi oggettivamente brutti, irreali, disumani, dimentichi dei bisogni naturali, dimentichi del bello. Quel bello che in passato si riusciva a creare in maniera inintenzionale, spontanea, come case simili a rocce decorate da rigogliosa vegetazione che s'integravano nel paesaggio stesso. Senza fuoriuscire dal profilo naturale, rispettando la curva di una collina, la protuberanza di una montagna, l'ombra degli alberi. Ma basta un attimo di distrazione, un palazzo troppo alto e l'armonia è rotta.


Come è possibile che in oltre sessant'anni non siamo riusciti a costruire qualcosa di bello, un solo quartiere, in una sola città italiana che sia bello? Penso ad un solo quartiere moderno che valga la pena visitare, dove si possa facilmente vedere un'armonia. Ma non ne trovo. Non ne ho mai visti. Al contrario è evidente in tutte le città l'opera di abbrutimento, palazzi, speculazioni e palazzinari, condomini figli di un'inondazione di cemento. Avremmo avuto i soldi, la tecnica, evidentemente non la voglia. Sottomessa ad interessi più forti, dimentichi della vita che fu.

E' vero che dal dopoguerra abbiamo avuto un forte flusso migratorio dalle campagne e dai piccoli paesini verso le città, creando la società moderna urbana. E' vero che il movimento è stato forte ed urgeva realizzare in poco tempo abitazioni adeguate a questa grande massa di lavoratori-emigranti. E' vero che i comfort sono aumentati passando da un casa con cortile al pianerottolo del condominio.

Abbiamo perseguito un modello di sviluppo figlio della società dei consumi, che Pasolini definiva la "vera forza fascista", l'unica che ha intaccato profondamente e quasi irreversibilmente i differenti modi di vivere che ci caratterizzavano, perdendo completamente di vista i parametri essenziali della vita quotidiana.

Ad esempio, fa rabbia e stupore guardare vecchie foto in bianco e nero della città di Caserta. Potresti vedere foto di viali alberati degli anni '50, uomini e bambini in bicicletta e tante persone a passeggio. Potresti vedere Viale Carlo III completamente alberato, che dalla Reggia andava dritto dritto verso Napoli, una galleria alberata dalla prospettiva unica, dalla cascata, giù lungo il parco fino a perdita d'occhio. Potresti vedere lo spiazzale della stazione come una larga piazza alberata, dove la stazione appare anche bella, resa romantica dal carretto delle limonate. Una armonia ed una bellezza dell'Italia profondamente provinciale, rustica, sincera, una stazione che potrebbe esser lo scenario di un romanzo di Gabriel Garcia Marquez. Potresti vedere vecchi, d'estate, seduti davanti a portoni di case-giardino dai grossi cortili interni circondati da ballatoi godendo del fresco movimento d'aria. Avresti potuto vedere tutto ciò. Prima che arrivasse il sottopassaggio che ha distrutto lo spiazzale della stazione, prima che eliminassero la prospettiva della Reggia con tutti gli alberi del Vialone, prima che costruissero condomini uniti da ponti di cemento.

Osservarla oggi, con le immagini di allora, fa sì che sia chiara la follia collettiva da cui ancora non ci siamo ripresi. Pasolini nel 1974 ne prendeva coscienza, sembrava che potesse comunicarne l'aspetto aberrante ed irreale, tuttavia sono passati oltre trenta anni e pare che solo ora stiamo faticosamente tornando ai vecchi standard andati persi. Pedonalizzando il centro "storico", appunto aspettando che diventasse "storico", allargando marciapiedi, incentivando la bicicletta e piantando alberi qua e là. Paradossalmente, non osservando vecchie fotografie, ma applicando precise direttive europee. Ma avevamo bisogno dei vari piani Urban per allargare i marciapiedi e ripiantare alberi tagliati 50 anni prima?

Avevamo bisogno di tanto tempo prima di recuperare il buon senso, prima di riuscire ad alzare lo sguardo dalla strada ingombra di macchine? Riportando il nostro sguardo al di sopra del livello della strada, osservando i palazzi proprio come se fossimo in una nuova città, in un altro mondo, che così osservato ci appare più bello, come se fossimo in un affascinante centro storico, fantasticando sulla possibilità di poter vivere lì, non alienati, ma perseguendo bellezza.

Forse oggi finalmente ci stiamo risvegliando da questo incubo, il vocabolario già è cambiato, buon segno perchè indica un pensiero diverso, termini come sostenibilità e vivibilità, fanno pensare ad altri parametri, a qualità, al futuro, ad una visione duratura, di lungo anziché di breve periodo, ad una visione pertanto bella. Perché solo la bellezza può sopravvivere al processo di selezione naturale del tempo e dell'uomo stesso. Forse tutto è avvenuto così rapidamente che non abbiamo avuto nemmeno il tempo di pensare alle conseguenze delle nostre azioni, all'utopia che stavamo creando. Ma l'unica utopia che valga la pena realizzare è quella di una bellezza eterna.

martedì 12 maggio 2009

Il tempo è scaduto!

iltempoescaduto3r_html_m44ba0970-450

di Andrea Bottalico. Fotografie di Alessandro De Filippo*.



Raccontare ad un casertano che sulla Domiziana ci sono le puttane è come indicare ad un mercante di pietre preziose il peso reale di un carato. E’ impossibile che lui non lo sappia. Noi sin da bambini abbiamo imparato involontariamente due cose “fondamentali”. Primo: la totale mancanza di fiducia verso chiunque, qualsiasi essere vivente materiale o immateriale che sia. Secondo: il luogo in cui le puttane vanno a battere. E non certo perché sognavamo di andarci, sulla Domiziana. Nel nostro immaginario erano tutte laggiù, accumulate in quel luogo indefinito e apparentemente lontano dalle nostre strade sicure, perché sin da piccoli, quando si trattava di offendere qualcuno, nei campetti di calcio del Buon Pastore o nei cortili di scuola, usciva sempre, e dico sempre, la solita ingiuria, quella che scaldava gli animi prima delle colluttazioni, il preludio di una qualsiasi rissa, l’apice della provocazione:

«Che hai da guardare!? Uomo di merda! Vieni qua, vieni! Vieni che ti piscio in testa! La sai tua madre?! Tua madre fa la puttana sulla Domiziana!!..»
Alla luce del mattino, sotto il sole o la pioggia, nelle notti tra i mazzoni. La faccia graffiata dal vento che leviga pelle che vende pelle minacciata. Sono ombre vive, le detenute del litorale. Le guardi ma non le vedi. Respirano! Non si tratta delle mignotte cantate dai cantori di un tempo andato. Nessuna “Bocca di rosa” o “Marinella” dagli occhi grandi quaggiù. Non ce ne sta una che lo faccia per noia o per passione. Un sentimento così umano non può avere luogo in questa arteria stradale, e laddove ci sia passione, questa non si trova di certo sotto forma di donna schiavizzata, ridotta a merce, bestia da soma, ingranaggio. Ha perfettamente ragione chi afferma che la Domiziana sia una sorta di laboratorio del futuro. Ed eccole qua, “le zoccole”: eccole qua le cavie di questo laboratorio. Ogni perimetro di quel corpo, ogni grammo di quella carne, ogni miserabile fascino la dice molto più lunga di quanto non possa sussurrarci. Quando è cominciato tutto questo? E’ una forma di schiavitù che non pone assolutamente le sue radici in un passato arcaico. Non stiamo parlando del lavoro più antico del mondo, tanto per intenderci. Le radici sono piantate qui. Inestirpabili. In questo eterno presente che scorre inesorabile lungo la Strada Statale 7 Quater (SS7/QTR), via Domitiana, a neanche trenta chilometri da Napoli. In un mondo arcaico non esistevano ancora certe forme di schiavitù razionalizzata e sistematica, organizzata nei minimi dettagli, oliata nei passaggi, disciplinata e scrupolosa, dettata da una violenza psicofisica, tecnica e gerarchizzata. Esistevano altre forme di schiavitù, beninteso. Ed allora mi ritrovo costretto anche io, lungo questa strada come sopra un filo del rasoio, in questa bella serata, a cercare qualcuno o qualcosa che possa rispondere alle mie inutili domande o forse al mio insano rancore.

iltempoescaduto3r_html_m5c4eb0bc-450

A puttane! Dopo aver percorso questa strada durante tutto l’inverno mi ero abituato ad avvertire il freddo che usciva dalla terra, pensando si trattasse di una condizione permanente, una caratteristica climatica del litorale. Invece no, la primavera non ha risparmiato nessuno. In questa serata oltre il tramonto mi accompagna un sapore che tutto avvolge, facendomi sentire meno solo per un istante. Poi mi accorgo di guidare la macchina sulla stessa strada teatro di una strage di immigrati ignari persino del significato della parola camorra. Sembra sia passata un’eternità da quella notte del 18 settembre, ma in verità non è passato neanche un giorno, perché qui il tempo è completamente fermo. Immobile. Qui il tempo è scaduto. E il futuro è già passato davanti a tutti noi e noi non ce ne siamo neppure accorti. Come potevamo, del resto? Non ne abbiamo avuto il tempo. Con gli occhi rincorro gli occhi delle puttane che in certi tratti di marciapiede non si riescono a contare. Anche loro puntano direttamente alle mie pupille dilatate, perché anche loro hanno degli occhi, a differenza di quegli schiavi dell’antichità raccontati da Erodoto, quelli a cui gli Sciiti strappavano gli occhi al fine di assoggettarli meglio alla loro funzione servile. Le puttane del litorale Domitio, almeno in questo, possono ritenersi fortunate. Hai la netta impressione che ti stiano sussurrando qualcosa, con quegli sguardi: qualcosa di incomprensibile, di veramente incomprensibile. Senti il loro alito ammalato, e le labbra carnose schioccano al tuo passaggio: lanciano baci. Hanno quasi tutte il viso brillante, imbrattato dalla cera, mentre il riflesso di questa luce si staglia sui loro volti facendole sembrare beate, iridescenti. Sono gli automobilisti il loro barlume di speranza, ma ciò che per me vuol dire speranza per le puttane vuol dire dittatura. Sarebbe stato meglio non esserci mai venuti, da queste parti. Ci sono moltissime donne che vengono iniziate proprio qui, fanno apprendistato, per così dire, “imparano l’arte”. Molte infatti non conoscono per niente l’italiano, a parte le classiche parole del mestiere che gli aguzzini le hanno insegnato. E poi non c’è bisogno di imparare nessuna lingua per fingere un orgasmo. Capita spesso di incontrarne alcune che non parlano per niente, conoscono soltanto i prezzi delle prestazioni, e per il resto del tempo manifestano il loro dissenso attraverso il lutto del silenzio. Eppure, in questo scenario, la loro presenza rimanda ad una possibile divagazione su ciò che io intendo per bellezza. Una divagazione che fallisce sul nascere, naturalmente. Perché qui la bellezza è una condanna, anzi la peggiore delle condanne. Come un castigo. E la bellezza degli oppressi ferisce, mutila. Al di fuori del loro sguardo, non ha potere la lama di nessun coltello, come disse il poeta. E mentre scruto questa condizione, senza volere mi vengono in mente tutti i paesini desolati dell’alto casertano, quelli che mio fratello mi ha iniettato attraverso le sue entusiaste descrizioni; arrampicati sulle montagne del Matese e del Taburno, imbevuti di vigneti, accanto alle sorgenti. Nascondigli di storie che la memoria non potrà mai tradire, villaggi in cui briganti leggendari trovarono rifugio, laddove gli anarchici Cafiero e Malatesta cominciarono ad appiccare il fuoco di una disperata rivolta. Luoghi ormai abbandonati, di un fascino che ammutolisce. Quei paesi in cui “si sente l’assenza di chi se n’è andato e quella di chi non è mai venuto”. Cosa c’entra con le puttane non saprei dirlo, ma Il nodo che lega il litorale Domitio a questi luoghi opposti è proprio il loro fascino sinistro, la loro tragica e quanto mai repressa bellezza, il loro triste destino, con una differenza: lungo la Domiziana si sente la presenza di chi c’è sempre stato e l’assenza di chi avrebbe dovuto esserci. E mai come in nessun luogo si vede ciò che la mano umana è stata capace di combinare. Il risultato è il peso morto della solitudine. La stessa solitudine che probabilmente intravedo negli occhi impauriti di queste puttane, lungo il litorale. Non esiste bellezza più straziante.

iltempoescaduto3r_html_191c5c08-450

iltempoescaduto3r_html_60fd640f-450

C’è poco da fare. Ogni volta che vengo a sentire l’aria che si respira da queste parti io ricordo l’amore. Non si tratta di quel senso del piacere effimero che provi quando sei spensierato tra le braccia di una donna. E’ qualcosa di più indispensabile. E se una divagazione azzardata sulla bellezza fallisce sul nascere, una riflessione sull’amore in questo tremendo contesto sarebbe un sacrilegio. Eppure è più forte di me. Penso all’amore, e scavo nelle immagini di un passato lontano, quando avevo dei sogni che adesso non sono più. Nulla di sdolcinato, sia chiaro. L’amore di cui sto parlando racchiude in sé qualcosa di estremamente essenziale e misero, uno strumento per sopravvivere senza soccombere a questa umiliazione quotidiana. L’amore di cui sto parlando è l’unico che vale la pena di assecondare!

iltempoescaduto3r_html_m1b167798-450

Sessanta miliardi di euro l’anno: sono queste le cifre approssimative quando si parla dei profitti della tratta di esseri umani. Un affare colossale, impossibile da circoscrivere nella sua totalità. La prostituzione da tratta produce da sola un giro di affari di sette miliardi di euro: un mercato secondo soltanto al traffico internazionale di stupefacenti. Una puttana “rende” al suo sfruttatore diecimila euro al mese, e in Italia le donne sfruttate e vittime di tratta a scopo di sfruttamento sessuale sono circa centomila. Ma questi sono soltanto numeri. Sfuggono alla reale condizione delle donne costrette a prostituirsi lungo il litorale e altrove. Sopra la pelle delle ragazze nigeriane c’è il profumo dell’invisibile mondo dei trafficanti di esseri umani e di stupefacenti. Un mondo che non si riesce totalmente ad afferrare, perché troppo vasto. Di queste pratiche economiche sviluppate lungo il litorale si arriva a vedere soltanto il frutto marcio, il triste risultato, lo schiavo reso ormai schiavo da molto tempo. Ogni anno mezzo milione di nuove donne è immesso nei paesi dell’Europa occidentale. Il litorale Domitio è diventato uno snodo fondamentale, e chi ha consentito tutto questo era sin dal principio consapevole dei profitti ricavati senza alzare un dito. Ormai è chiaro che senza il business della prostituzione non esisterebbe alcun traffico internazionale di stupefacenti, e di conseguenza nessun tipo di spaccio al minuto lungo la Domiziana: gli investimenti del primo vanno ad irrorare il mercato del secondo. I particolari dell’operazione “Viola”, portata avanti dalla Direzione distrettuale Antimafia di Napoli, forse rendono l’idea: il 20 aprile scorso i carabinieri del Ros hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di 62 indagati responsabili di associazione finalizzata alla tratta di esseri umani, riduzione in schiavitù, sfruttamento della prostituzione e traffico internazionale di stupefacenti. Nel corso delle indagini sono stati arrestati in flagranza 49 corrieri, con il complessivo sequestro di 60 chili di eroina e 120 chili di cocaina. I provvedimenti hanno interessato Castelvolturno, il Lazio, il Piemonte, l’Emilia Romagna, l’Umbria, La Lombardia, la Nigeria, La Turchia, la Bulgaria, l’Olanda, la Colombia e il Perù. Per la prima volta sono stati accertati i collegamenti tra i network nigeriani ed i narcotrafficanti colombiani. Si tratta di indagini avviate dai carabinieri nel febbraio 2007 in stretta cooperazione con la polizia olandese, nei confronti di un network transnazionale di matrice nigeriana, responsabile della tratta di centinaia e centinaia di donne provenienti dal paese di origine ed introdotte illegalmente negli stati dell’area Schengen per essere sfruttate sessualmente. La base operativa era Castelvolturno. Le indagini hanno anche accertato come il finanziamento della tratta avvenisse attraverso il traffico internazionale di cocaina ed eroina. La distribuzione del narcotico veniva affidata a gruppi di connazionali attivi in particolare a Torino, Brescia, Padova, Verona, Roma e Napoli. Ecco perché non bisogna guardare più soltanto il litorale, ma dentro le sue viscere, al di là della realtà visibile, oltre quei corpi seminudi, in quei dieci chilometri di pineta abbandonata e distrutta, attraverso quella strada tagliata di netto tra le campagne ed il mare, quella feccia di mare. Bisogna guardare altrove. Intanto Il 18 aprile, due giorni prima dell’operazione dei Ros, oltre diecimila persone, tra migranti e rifugiati, studenti e associazioni antirazziste, sindacati e movimenti, hanno manifestato dalla Domiziana a Castelvolturno, nell’anniversario della strage degli immigrati africani del 18 settembre scorso.

iltempoescaduto3r_html_14be5852-450

Cambia la luce, cambiano le forme, cambia la geometria abusiva di questa strada statale. Il buio s’infittisce e gli spiragli si affievoliscono. E più mi inoltro verso Mondragone, più mi sento sprofondare. Una catabasi infinita: Lago Patria Ischitella Lido Castel Volturno Pescopagano Le Morelle Pineta Nuova Baia Azzurra Baia Domitia. Iniziano ad apparire puttane dalla pelle chiara. Sono dell’est. Se lo sono spartiti bene il marciapiede. Bande di albanesi violenti e “benefattrici” nigeriane dal cuore redento per grazia di pastori pentecostali con un briciolo di carisma, il giorno prima schiave, il giorno dopo carnefici unte da chissà quale mistura; hanno fatto carriera, loro. Le Madame gestiscono il ciclo della prostituzione nigeriana dal principio alla fine. Hanno il permesso di soggiorno, molto denaro per investire, corrompere, comprare e vendere ragazze, pagare estorsioni, e sono organizzate in associazioni di facciata registrate legalmente, dai nomi autorevoli: “Sweet mother”, “Supreme ladies association”, “Great Binis association”. Se una Madame tiene in pugno un’impresa composta da una ventina di donne, non è difficile calcolare i profitti settimanali. In fondo le Madame “non fanno nulla di male”, non hanno problemi con la coscienza, anzi. Questi trafficanti di marionette si sentono innocenti. Ma perché di puttane ce ne sono soltanto in questa lingua di terra e non nelle sue viscere? Le nigeriane, ad esempio, oltre al litorale Domitio sono costrette a battere pure le strade nei dintorni di Capua, Marcianise, Teverola, per poi spostarsi nelle strade periferiche dell’Italia intera. Perché non a Villa Literno, Casapesenna? Perché non a San Cipriano d’Aversa, a Villa di Briano? Frode allo stato, controllo degli apparati pubblici, gestione del ciclo del cemento, appalti, traffico di sostanze stupefacenti, estorsioni, traffico di rifiuti tossici: c’è chi sostiene che la camorra nostrana in passato favorì lo sviluppo dello spaccio al dettaglio e della prostituzione gestita da nigeriani ed albanesi lungo il litorale Domitio per “distrarre” le forze dell’ordine, impegnate in tal modo a reprimere queste attività illecite visibili alla luce del giorno piuttosto che indagare sui traffici miliardari delle retrovie. Come se un’attività illecita di facciata riuscisse a nascondere i veri affari dei clan che comandano il territorio. Una sorta di diversivo? Non può essere così semplice. Sta di fatto che né la polizia né i militari della Folgore hanno assolutamente represso queste attività, avallando la tesi del “male necessario”. Come se fosse cosa da poco. In fondo che cosa c’è di male? Cosa vuoi che siano delle mignotte costrette a battere lungo una strada di periferia? “Sai quanti stupri e quante violenze sessuali alle donne in più ci sarebbero se non ci fossero loro a far sfogare il branco?”

iltempoescaduto3r_html_4f582af9-450

Scende la sera lungo la Domiziana. L’ennesima sera. Le ragazze a tratti formano dei gruppetti numerosissimi. Si sentiranno meno sole se lavorano in gruppo. Le osservo per l’ultima volta prima di andare via. Osservo per l’ultima volta quegli occhi truccati sotto i capelli neri, quelle cosce nude ed impacciate negli stivali ed i tacchi a spillo. Le luci dei lampioni in fuga creano un’atmosfera arancione che s’infrange nel vuoto della pineta selvaggia. Ma ormai è troppo tardi, dannazione! Sarà meglio tornarsene verso casa.

Castel Volturno. 23 Aprile 2009


*Questo racconto-reportage è già apparso su Nazione Indiana il 6 maggio 2009.