giovedì 14 maggio 2009

Paesaggi andalusi

Case in semplici. Bianche, che non superano i tre piani e la cui caratteristica principale è rappresentata dal balconcino con la ringhiera in ferro battuto. Questa l'essenza dei paesini andalusi. Costituiti da palazzi che in non sono complicati, con le pareti più spesse di quelle che siamo abituati a fare oggi, in modo da aumentare la massa ed il tempo di trasmissione del calore, che non richiedono la costruzione di gru, caldi d'inverno e freschi d'estate. In parole povere la casa della nonna.


Il palazzo in , non è niente di speciale, non è bellissimo, immaginato da solo con la campagna intorno non ci spingerebbe a prendere la macchina fotografica. Eppure, quando sono messi uno a fianco all'altro, quando vanno a formare una strada, una curva, un agglomerato, ed infine un paese, guadagnano l'un l'altro da questa coesione, da questa vicinanza. Il paese diventa bello, armonioso, affascinate, una spiaggia bianca circondata dal mare della campagna, un'isola felice.


Giro per i paesini andalusi nella provincia di Ronda e penso. Vedo campagne vive, rigogliose, non urbanizzate, paesaggi naturali che accettano armoniosamente paesi altrettanto armoniosi.
La bellezza mi fa sempre pensare. Penso all'Italia e alla sua urbanizzazione, allo stato delle sue campagne, alla bellezza che ne resta.


Penso alla bellezza delle città. Penso che quando entriamo in una città, la prima cosa da fare è dirigersi verso il centro storico, anche se per questi paesi non soggetti a grandi flussi turistici, quasi non ce ne sarebbe bisogno, sono belli così come sono anche da fuori, da lontano, autentici già dalla prima casa.

Ma penso che purtroppo questa sia l'eccezione piuttosto che la regola. Infatti, quando si va in visita in una città la sola cosa che si desidera vedere e conoscere è sempre e solo il centro storico, come se fosse il cuore pulsante, l'essenza della città stessa. Cosa che in realtà non è. Tutti oggi vivono in condomini, aree residenziali dall'aria condizionata e dal posto auto, i veri luoghi dove si cucina, si mangia, si studia, si litiga, ci si lava, s'incontrano gli amici, ovvero dove si svolge la propria vita. Luoghi ben diversi dai centri storici che rimangono comunque l'unica parte interessante di una città. Tutto il resto che è periferia, palazzoni, strade larghe e cemento non interessa, giustamente. Non interessa anche se sono le parti più vive e autentiche della nostra società. Tuttavia, la prima, e spesso unica, cosa da vedere in una città rimane sempre il centro storico, segnalato da cartelli con punti concentrici, delineato da mappe che non riportano altro, perché privo di interesse, anche se è in quello spazio al di fuori delle mappe turistiche che si svolge la vita reale dei nostri giorni, in grossi condomini privi di alcun fascino.


Allora perché andiamo a visitare una città, con l'idea di poterla "conoscere", ma pensando solamente al centro storico? Cercando un merito che non appartiene ai nostri tempi. Forse un desiderio di evasione? Ricerca del folclore? Puro interesse storico o architettonico?
Fascino verso l'antico?

Parlando con un amico architetto della possibilità o meno di recuperare vecchi palazzi e centri storici, mi diceva che, sebbene oggi come oggi fosse possibile fare cose ben più belle del passato, in un certo senso vi si rinuncia, come se non avessimo più quello spirito, e che la bellezza di una pittura scolorita dal tempo rimarrà sempre qualcosa di ineguagliabile.

La domanda appare quasi banale, evidente. A tutti verrebbe da dire, perché ci sono le chiese, i monumenti, le mura, la reggia, i giardini, un palazzo del '600...sì ma anche il più bel monumento circondato di squallida modernità o contemporaneità perderebbe gran parte del suo fascino. Infatti al di là dei monumenti a cui dedichiamo qualche visita, con interesse storico più o meno fittizio, ci piace passeggiare per i vicoli, all'ombra vissuta di vecchi palazzi. Perderci in strade labirintiche, alla ricerca di scorci affascinanti, misteriosi e tipici. Ovvero ci piace entrare in un mondo ed una vita che fu, lontana ed isolata dalla attuale contemporaneità, tanto da essere così perentori nel vietare nuove costruzioni in aree di interesse storico. In realtà il carattere "storico" è solo una scusa, distoglie l'attenzione, è uno strumento di marketing, legittima azioni e piani che altrimenti non faremmo, evita la comprensione.

Innanzitutto, non c'è bisogno di grossi monumenti per fare bella una città. Tutti i paesi, più o meno piccoli che non abbiano ospitato re o papi ce lo possono confermare. I paesi andalusi ce lo mostrano.

Una città è bella quando essa è viva, autentica, e oggi la vita autentica contemporanea sta in periferia, ma forse inconsciamente la rigettiamo nel momento in cui andiamo alla ricerca di mille centri storici, dietro il paravento dell' interesse "storico". Rigettiamo la nostra vita attuale, la nostra società dei consumi, cerchiamo un luogo di vacanza dalla nostra contemporaneità.

Allora la seconda domanda che viene in mente è un'altra, possibile che non siamo riusciti a creare nulla di bello, niente che valga la pena visitare negli ultimi sessant'anni? E per far questo non serve troppo denaro, tecnica, o sviluppo, ma uno spirito, una tendenza alla bellezza che c'era ed ora non c'è più. Questa forse è la vera rottura della nostra società con il passato. Abbiamo abdicato in favore di altri parametri, rinunciando alla bellezza, alienandoci da noi stessi, come se non toccasse a noi andare a vivere in quei quartieri, in quelle strade, in quel mondo che stavamo creando.

Come affermava Pasolini nel suo documentario sulle forme delle città, tutto ciò che abbiamo costruito dal dopoguerra appare come qualcosa di "irreale", ovvero di non aderente alla realtà, come invece accadeva in passato, una realtà considerata da questo punto di vista migliore. Nelle città a misura d'uomo, nelle città che si integrano nel paesaggio e nella natura circostante, nelle case fatte per durare secoli, e non per essere abbandonate, degradate e distrutte nel giro di soli venti anni, c'è uno sguardo sulla vita diverso, direi eterno ed immortale, alla ricerca della gloria della bellezza. Uno sguardo che abbiamo perso, verrebbe da dire che abbiamo venduto la nostra anima in favore di un comodo divano davanti al televisore, indifferenti alla realtà esterna, caduti in un incantesimo di rapida felicità.

Abbiamo creato non opere, ma luoghi oggettivamente brutti, irreali, disumani, dimentichi dei bisogni naturali, dimentichi del bello. Quel bello che in passato si riusciva a creare in maniera inintenzionale, spontanea, come case simili a rocce decorate da rigogliosa vegetazione che s'integravano nel paesaggio stesso. Senza fuoriuscire dal profilo naturale, rispettando la curva di una collina, la protuberanza di una montagna, l'ombra degli alberi. Ma basta un attimo di distrazione, un palazzo troppo alto e l'armonia è rotta.


Come è possibile che in oltre sessant'anni non siamo riusciti a costruire qualcosa di bello, un solo quartiere, in una sola città italiana che sia bello? Penso ad un solo quartiere moderno che valga la pena visitare, dove si possa facilmente vedere un'armonia. Ma non ne trovo. Non ne ho mai visti. Al contrario è evidente in tutte le città l'opera di abbrutimento, palazzi, speculazioni e palazzinari, condomini figli di un'inondazione di cemento. Avremmo avuto i soldi, la tecnica, evidentemente non la voglia. Sottomessa ad interessi più forti, dimentichi della vita che fu.

E' vero che dal dopoguerra abbiamo avuto un forte flusso migratorio dalle campagne e dai piccoli paesini verso le città, creando la società moderna urbana. E' vero che il movimento è stato forte ed urgeva realizzare in poco tempo abitazioni adeguate a questa grande massa di lavoratori-emigranti. E' vero che i comfort sono aumentati passando da un casa con cortile al pianerottolo del condominio.

Abbiamo perseguito un modello di sviluppo figlio della società dei consumi, che Pasolini definiva la "vera forza fascista", l'unica che ha intaccato profondamente e quasi irreversibilmente i differenti modi di vivere che ci caratterizzavano, perdendo completamente di vista i parametri essenziali della vita quotidiana.

Ad esempio, fa rabbia e stupore guardare vecchie foto in bianco e nero della città di Caserta. Potresti vedere foto di viali alberati degli anni '50, uomini e bambini in bicicletta e tante persone a passeggio. Potresti vedere Viale Carlo III completamente alberato, che dalla Reggia andava dritto dritto verso Napoli, una galleria alberata dalla prospettiva unica, dalla cascata, giù lungo il parco fino a perdita d'occhio. Potresti vedere lo spiazzale della stazione come una larga piazza alberata, dove la stazione appare anche bella, resa romantica dal carretto delle limonate. Una armonia ed una bellezza dell'Italia profondamente provinciale, rustica, sincera, una stazione che potrebbe esser lo scenario di un romanzo di Gabriel Garcia Marquez. Potresti vedere vecchi, d'estate, seduti davanti a portoni di case-giardino dai grossi cortili interni circondati da ballatoi godendo del fresco movimento d'aria. Avresti potuto vedere tutto ciò. Prima che arrivasse il sottopassaggio che ha distrutto lo spiazzale della stazione, prima che eliminassero la prospettiva della Reggia con tutti gli alberi del Vialone, prima che costruissero condomini uniti da ponti di cemento.

Osservarla oggi, con le immagini di allora, fa sì che sia chiara la follia collettiva da cui ancora non ci siamo ripresi. Pasolini nel 1974 ne prendeva coscienza, sembrava che potesse comunicarne l'aspetto aberrante ed irreale, tuttavia sono passati oltre trenta anni e pare che solo ora stiamo faticosamente tornando ai vecchi standard andati persi. Pedonalizzando il centro "storico", appunto aspettando che diventasse "storico", allargando marciapiedi, incentivando la bicicletta e piantando alberi qua e là. Paradossalmente, non osservando vecchie fotografie, ma applicando precise direttive europee. Ma avevamo bisogno dei vari piani Urban per allargare i marciapiedi e ripiantare alberi tagliati 50 anni prima?

Avevamo bisogno di tanto tempo prima di recuperare il buon senso, prima di riuscire ad alzare lo sguardo dalla strada ingombra di macchine? Riportando il nostro sguardo al di sopra del livello della strada, osservando i palazzi proprio come se fossimo in una nuova città, in un altro mondo, che così osservato ci appare più bello, come se fossimo in un affascinante centro storico, fantasticando sulla possibilità di poter vivere lì, non alienati, ma perseguendo bellezza.

Forse oggi finalmente ci stiamo risvegliando da questo incubo, il vocabolario già è cambiato, buon segno perchè indica un pensiero diverso, termini come sostenibilità e vivibilità, fanno pensare ad altri parametri, a qualità, al futuro, ad una visione duratura, di lungo anziché di breve periodo, ad una visione pertanto bella. Perché solo la bellezza può sopravvivere al processo di selezione naturale del tempo e dell'uomo stesso. Forse tutto è avvenuto così rapidamente che non abbiamo avuto nemmeno il tempo di pensare alle conseguenze delle nostre azioni, all'utopia che stavamo creando. Ma l'unica utopia che valga la pena realizzare è quella di una bellezza eterna.

2 commenti:

Salvatore ha detto...

fermo sulla strada del mio paese di provincia, una strada che porta verso altri budelli di strade, come se solo il cemento possa sostenere la claudicante vita che ci resta, osservo le case nuove degli uomini. Palazzine color pubblicità, fatasticherie architettoniche figlie di una bulimia pop, kitsch, o semplicemente di eccesso di superficialità. E' lì che ora vivono i miei fratelli, in quei cubi incasellati computano i giorni, assecondano le ore, consumano il corpo, i pasti, le energie, le foghe, le malinconie, i rapporti, gli sguardi. Un amico mi faceva notare che quei luoghi in fondo servono a riprendersi dal trambusto quotidiano del lavoro, dagli atti cittadini, dalle incomprese relazioni con gli altri di "fuori", e quindi non rappresentano la vita vissuta. Conservano, in effetti, delle antiche funzioni della casa, solo il ruolo di tane, in cui rifugiarsi e dimenticarsi del mondo vero, guardandolo filtrato da finestre mediatiche.

Alessà la tua domanda brucia come sale su una ferita, il motivo per cui noi oggi ci aggiriamo nelle nostre città simili a profughi della bellezza in cerca di un asilo estetico dove scoprire lo spirito comune a noi e alle cose, è forse la cecità imperante. Chi va troppo veloce, non vede ciò che lo circonda. Rapidamente l'Italia si è inurbata, i campagnoli assecondando i palazzinari, i cittadini al seguito degli intrattenitori coi lustrini, i giovani ricercando lavori e gioie astratti come la fede cieca. Putroppo credo che la bellezza sia orfana da queste parti, oggi. I quartieri diroccati, le piazze sbrecciate e alberate di paesini radicati su appennini o pianure, la placida serenità del mare sulle sponde di un piccolo centro di pescatori, possiedono tale struggente bellezza in quanto compiute, oramai fuori dal destino e dalla storia, concluse nel loro divenire, che può solo crollare, come le rovine. Quella bellezza ha padri, madri, e figli, le pietre sono unite con la malta di una cultura comune, di un progetto implicito di convivenza, anche dura, ma solidale. Per questo parlano nel loro muto "stare".

Oggi, solo facendo sgorgare la bellezza da un tessuto più largo, di azioni, dolori, desideri, futuri, riti, piccoli gesti inseriti in una più vasta sinfonia di vita, possiamo ridarle presenza qui ed ora. Solo quando il qui ed ora proviene dall'allora e muta verso il poi, la bellezza può rinascere. La bellezza intesa non come soffio, solitario, casuale, incostante, ma come respiro, continuo, necessario e vitale.

clickclick ha detto...

Hai colto perfettamente, la bellezza deve rinanscere dalle piccole cose, piccole attenzioni e piccole opere che inintenzionalmente possano ricreare un'armonia profonda. Un abbraccio fra'