mercoledì 29 aprile 2009

La mia vita senza te

Fernanda è innanzitutto una storia di resistenza, di resistenza all'amore rifiutato, alla disumanità di un paese piccolo di cuore quanto quello delle persone meschine.


Fernanda oggi ha ventisei anni ed è di San Luis Potosi, in Messico. Appare come una ragazza che ha raggiunto una certa consapevolezza di . Tuttavia, indagando nel suo passato, come spesso accade, la realtà riesce ancora una volta a superare la più fervida immaginazione. Già sorprende ,perché trovare una famiglia di tredici figli è raro, e trovarne una così loca ne fa un caso unico ed irripetibile. Come il cammino di consapevolezza di Fernanda.


Maria Fernanda Otiveros de Santos, è la tredicesima figlia, il numero fortunato di una lotteria da cui sono usciti sei maschi e sei femmine. Lei è l'ultima cresciuta in una famiglia spaccata dal divario di età, in cui la maggiore ha già cinquant' anni e niente da dire alla sorella più piccola. Una famiglia che è un mix di contraddizioni, su sessualità, età, religione e visioni del mondo.

Una famiglia atipica, in cui quello che si è perso è stato proprio l'amore che tutti i figli desidererebbero. Infatti, non si può dire che i genitori di Fernanda siano stati presenti.

Il padre, Fernando Ontiveros, cubano, ha passato la maggior parte della sua vita negli Stati Uniti, da immigrato e poi da giornalista, impegnato più a spargere il proprio seme per il mondo, e ad ubriacarsi subito dopo, che a prestare attenzione ai troppi figli che aveva generato.
Un ubriacone che aveva lasciato definitivamente casa e l'ultima figlia, quando questa aveva solamente due anni, per poi risposarsi e generarne altri dieci. L'incoscienza totale, o il fervore religioso, che l'hanno spinto a molestare Fernanda stessa, quando questa aveva diciannove anni e non era stata riconosciuta dallo stesso padre. Un padre dissoluto che ha disseminato dissolutezza, spingendo la figlia ad ingiuriarlo, invocandogli un taglio di coglioni.

La madre, in sposa a Fernando a soli 15 anni, si è rivelata una madre instancabile solamente nel lavoro, e nell'atto della procreazione, questa volta presumibilmente per fervore religioso. Infatti, in qualità di testimone di Jehovah, annunciava il proprio amore per i figli davanti al pubblico Signore, per poi arrivare ad odiarli in privato, ignorandoli nella maggior parte dei casi, insultandoli e punendoli quando necessario.

Una famiglia senza amore, in cui Fernanda è cresciuta sola, perché sola in compagnia degli ultimi arrivati, gli ultimi tre fratelli maschi, Omar, Hector e Naum.

Fratelli, che non sempre hanno avuto il ruolo che gli competeva. Seviziandola ben oltre il limite imposto ai litigi fraterni, come nel caso di Hector, precedente vittima delle violenze genitoriali, oppure rubandole il ragazzo a sedici anni anziché proteggerla da questi, questo lo strano ruolo di Omar. Fratelli, che anziché assumere un atteggiamento protettivo nei confronti dell'ultima arrivata, erano da questa protetti, dalla unica persona in casa che assomigliasse ad un maschio, oltre la madre naturalmente. Una famiglia di tredici figli, sei fratelli e sei sorelle, più Fernanda. Una famiglia in cui i sei fratelli erano tutti gay, cacciati uno ad uno da casa man mano che arrivavano ai diciassette anni, da una madre che non è mai arrivata ad accettarli, perchè non riusciva ad accettarsi man mano che la misura del proprio errore fosse troppo evidente.


La conquista dell'amore per Fernanda non è stata affatto facile. Da un lato, un genitore meschino ed assente dalla nascita, e dall'altro una genitrice ancora incomprensibile ed intenta solamente a lavorare. Una famiglia, una casa, che era un non luogo, grigio e triste. Un non posto, una presenza soffocante e stancante, che segnava il passaggio del tempo senza donare alcuna ragione per esserne felici. Litigi e violenze psicologiche, come unico strumento per combattere una figlia che non voleva più essere complice dell'ipocrisia materna durante i periodici incontri dei Testimoni di Jehova. Svegliarsi la mattina senza alcuna motivo per essere felici, cercare di essere indipendenti sfidando le ira della madre. Questo il principale stato d'animo durante tutta l'adolescenza.

Una madre, che nel frattempo aveva creato un impero commerciale di ristoranti e take-away messicani, partendo a quindici anni da un semplice chioschetto sotto casa. Una madre, interessata semplicemente al lavoro, una madre che non ha conosciuto nient'altro fuori l'infanzia, se non una vita adulta forse troppo precoce, senza comprendere il giusto tempo della crescita, dell'attenzione e dell'amore necessario per i figli, e per se stessa. Una madre, che non ha mai atteso i primi passi del figlio.

Una madre, che ha cacciato un poco alla volta tutti i figli al momento del loro coming out, indifferente alla battaglia della figlia contro la leucemia dovuta ad una fortissima depressione. Una madre, che è arrivata a sputare in faccia alla figlia perché lesbica.

Una vita senza serenità, senza una persona che potesse starti a fianco con la gratuità dell'amore e la spontaneità nel condividere piccole, ma importanti, cose, che trasformano il proprio vivere in abitudini, in modi di vedere la luce che filtra dagli alberi, in modi di pensare, che trasformano il carattere e quindi il proprio essere. Una vita senza amore, senza te, senza la cosa che più si aspetta, si brama, nella ricerca occidentale della felicità, l'amore inteso nell'accezione più larga del termine, l' amore reciproco che riscalda l'animo e dona il giusto tepore per addormentarsi. Come in un nido di famiglia sempre freddo, Fernanda ha combattuto contro le intemperie del tempo fino al punto di rottura finale della madre, che con la bibbia in mano le sputava addosso il disgusto di avere una figlia lesbica, assieme ad un pugno di denaro, augurandole che le bastasse per tutta la vita.

Anche se, Fernanda avrebbe voluto solo una madre. Cacciata dall'università, ormai allo sbando, senza soldi, senza casa, senza famiglia, conobbe infine qualcuno, un' altra famiglia, che l'aiutò a rimettersi in piedi.

Col tempo, grazie a loro, ha maturato una nuova idea di famiglia ed una sua nuova applicazione. Una famiglia non necessariamente basata sul legame di sangue, una famiglia libera da vincoli sociali, una famiglia allargata in cui quel che conta è volersi bene. Fernanda si è faticosamente rimessa in piedi, è andata negli Stati Uniti, a Dallas, lavorando, navigando a vista tra mille storie d'amore che l'hanno resa passionale, gelosa, possessiva, audace e traditrice. Ha sviluppato una concezione dell'amore personale fatta di gelosia e passione, carpe diem e fugacità, un amore ed un bisogno di conferma di cui è sempre alla ricerca. Per riscattare tutto quell'amore materno che le è stato sempre negato, ma soprattutto per scacciare l'odio che le hanno gratuitamente versato.


Un amore lesbico, che ha vissuto impersonificando sostanzialmente il ruolo maschile. Raccontandomi le sue storie d'amore, le sue motivazioni, i suoi dubbi ed i suoi desideri sembrava veramente di ascoltare un ragazzo in cerca dell'amore non esclusivo, che riconosce la non possibile esclusività dell'amore stesso. Un animo, le cui azioni erano spinte dalla passione, dal qui e subito, dall'impazienza, dalla continua ricerca di appagamento, un animo, estremamente vicino all'amore maschile, ma con la giusta sensibilità dell'universo femminile.

Un amore, dalla memoria corta e facilmente suggestionabile, disilluso dal fatto che quando non ci sei, non puoi essere amata. Perchè le sue storie sono state segnate sempre, anche dalla lontananza. Una ragazza lasciata a Roma, un'altra che l'aspetta a Dallas, e tanti vecchi amici ed amiche che l'aspettano in Messico.

Amori precari, non esclusivi e condivisi, ma intensi, perchè mai completi, mai esauriti, divisi tra tante persone che hanno assaggiato, ma mai saziato. Nella ricerca dell'amore continua, che porta instancabilmente avanti, riscattando tutti gli anni di sofferenza patiti in famiglia, Maria Fernanda Ontiveros de Santos un po' si perde e si cerca tra tutti quegli affetti che rendono l'esistenza meno solitaria. Perchè avendo resistito, avendo combattuto, avendo vinto, non vuole più rinunciare a vivere sola, ad una vita senza te.

martedì 28 aprile 2009

mercoledì 8 aprile 2009

Ottica mediterranea


Un viaggio, forse lungo forse breve. Una ricerca. Lunga come un'estate o breve come una vita. Partendo da un estremo per tornare al suo opposto, da Gibilterra al Bosforo, tutto quello che si può racchiudere nel bacino più denso del mondo.

Nel viaggiare e nel conoscere tutti i giovani passati per questo blog, vedo un po' me stesso, mi cerco, ma mi ritrovo in una casa più larga di quella di partenza. Una casa ed una terra allargata. Una famiglia in cui potrei agevolmente vivere, a patto che possa sentire gli odori della mia infanzia.


In un giardino fiorito di aprile, in una pineta profumata di giugno, nell'arsura della strada di luglio, nell'afoso e affollato agosto marino, nell'umidità colorata d'autunno.
Partire per capire quale sia il segreto, cosa ci accomuna, quali siano le differenze. Un viaggio alla ricerca di una risposta, alla ricerca di una casa. Perchè ho la sensazione di sentirmi a casa solamente in un paese mediterraneo? Cosa ci accomuna e cosa ci divide?

Ventidue stati. Ventidue popolazioni. Ventidue paesi che condividono qualcosa. Ventidue nazioni, ma molte più culture di cui si può trovare traccia in un gomitolo di storie che sembra non avere capo coda. Ventidue nazioni che non possono racchiudere nell'immagine del loro nome le profondità e le sfumature del mare.

Quando si parla di Mediterraneo non ha più senso parlare di nazioni, popolazioni e terre come se fossero un insieme omogeneo. E' necessario e allo stesso tempo inutile specificare. Perchè il Sud è un altro paese rispetto al Nord, perchè la Sicilia non sembra Italia, e la Calabria è un mondo lontano. La Sardegna è un caso unico in Europa. Genova non è Napoli, e Marsiglia non è la Francia. L' Andalucia è una terra di mezzo con il vicino Maghreb. Le isole greche sembrano piccoli avamposti pirati d'altri tempi e gli odori del mare turco sono quelli di casa.
Ricchezze e particolarità della stessa natura che crea un'unica assonanza, un' unica melodia, un unico fondale.

Storia. Ore passate sui banchi di scuola, tra imperi, guerre, traffici, e scambi, secoli passati tra correnti dello stesso mare. Un mare che separa ed unisce tre continenti. Asia, Africa ed Europa. Luogo natìo di civiltà antichissime e di religioni monoteiste. Giudaismo, Cristianesimo e Islam. Tre figli della stessa terra che abbraccia Oriente ed Occidente, figli gemelli della stessa madre. Perchè siamo la terra che ci ha cresciuto. Una vicinanza che spiega l'evoluzione e la assonanza.

Un mare così piccolo e grande allo stesso tempo, un Mare Nostrum in mezzo alle terre, un piccolo ricco specchio di vita. Quante diversità, quante lingue, quanti modi di dire il mondo, espressioni infinite dello stesso modo di pensare. Perchè come in un gioco dei doppioni e delle parti mancanti, alla fine, sono sempre più le cose che ci accomunano di quelle che ci distinguono.

Perchè siamo una faccia una razza. Perchè si riesce a stare a proprio agio più con un turco che con un tedesco, perchè, lo spagnolo ed il greco hanno qualcosa dell'italiano. Perchè in Marocco, in Tunisa, gli italiani hanno un trattamento privilegiato rispetto agli inglesi o agli americani. Perchè il modo di guardarsi negli occhi, di stringersi la mano ricorda qualcosa. Antichi linguaggi comuni. Perchè nel sorriso che soddisfa una domanda, nel sopracciglio che attende una risposta, nel non detto, ed in tutto quello che vale la pena di dire ogni volta, abbiamo appreso a scambiare in un modo, nostro, come il mare che ci appartiene.

Abbiamo creato nei secoli un codice comune finalizzato a riconoscerci e scambiarci pace. Nei baci di saluto dati anche tra uomini, negli abbracci forti di due amici, riconosciamo qualcosa di mediterraneo, qualcosa che due ragazzi nordeuropei non farebbero.
Un codice aperto e sviluppato nei secoli. Un palmo stretto, che nasce esso stesso dal fatto che mostrando la mano libera da armi, le nostre buone intenzioni vengono così dichiarate. Un accordo, un implicito mutuo riconoscimento. Perchè in quanto uomini siamo esseri viventi dediti allo scambio, e nel Mediterraneo, più di altre terre si sono viste civiltà, conquiste, guerre, crociate, persecuzioni e la necessità di codici di riconoscimento. Un passato esclusivo per nessuno, ma bene comune.

Perchè se lo scambio è il solo modo per arricchire entrambe le parti, allora noi mediterranei siamo i più ricchi. Perchè più degli altri abbiamo scambiato, ci siamo confrontati e combattuti. Il vortice di culture è stato ed è qui. La mescla è stata sì grande che pensando al mondo, alla sua vastità, alle sue possibiltà, la casa si perde, sfuma, si confonde, assume dei tratti man mano meno definiti. Ma fermandosi un attimo, visualizzando e facendo girare l'emisfero la casa torna definita e chiara.


Pareti bianche, luminose. Vicoli stretti che si arrampicano per la collina, l'odore del mare che sale la sera. Pomodori appesi alle pareti, ad essiccare, macchie di rosso nella calma pomeridiana, sfrigolio di olio, vociare che passa dalle finestre e dai balconi semi aperti.
Profumo di pineta che precede il blu del mare, roccia e sabbia della costa, il canto delle cicale.

Nel cercare casa la base di partenza si allarga. Ma quanto basta per infondere ancora serenità e protezione. Il Mediterraneo è la sensazione di casa allargata di cui sono alla ricerca. L'evocazione multi sensoriale della casa e del rifugio, della terra, dell'appartenenza. Perchè nel viaggiare, nel conoscere e nel capire, si cerca sempre un po' di se stessi, oltre che un po' di pace. Un cammino di sensi obbligatori dati da cosa non vogliamo diventare, andando verso ciò che rimane.


Quello che rimane la sera, alla fine della giornata, quando cala il buio, quando le forme scompaiono e si è soli con gli altri sensi. Rimane il pensiero, rimangono gli odori, sperando che siano quelli primaverili del proprio giardino d'infanzia, delle proprie sere di assoluta libertà.
Finchè si abbandona anche l'ultimo senso e solamente ci si immagina e ci si riconosce nell'unico posto che dona pace e non spinge a ripartire, nella propria casa. A patto, che sia grande come un mare.