giovedì 24 aprile 2008

Il viaggio, la perdizione, l'incontro




di Salvatore Paolo De Rosa


Seguire una linea irregolare, immaginaria e mutevole iscritta nella mente e proiettata sul mondo ha il fascino di un teorema che si svela a poco a poco, la sacralità di un pellegrinaggio e la precarietà di un castello di carte. Nei suoi primi passi, il viaggiatore perde scaglie sulla strada, cambia pelle come i serpenti, non immaginando i colori che assumerà il suo corpo rinnovato. L'estraneità gli si insinua dentro come acqua nella terra, l'abitudine si sgretola simile a sabbia spazzata dal vento. Il viaggiatore muovendosi assume l'esterno dentro di , costretto a far posto nell'inventario delle sue parole a nuove parole mai sentite prima, a suoni diversamente articolati, ad immagini mentali inizialmente fatte di nebbia. Egli è portato, per non essere soverchiato dalla differenza, ad essere flessibile come una canna mossa dal vento, finché le resistenze al nuovo non si disfano e diventa un vaso senza fondo in cui tutto entra e si deposita. Nel mondo ridotto a poche ore di volo da un capo all'altro, il viaggiatore ha risparmi messi da parte per spostarsi, guadagnati in lunghe giornate di lavoro alimentate dal sogno di andare. Ma dove giunge egli ricerca ospitalità, non vuole e non può permettersi l'anonima moquette di un albergo internazionale. Ricerca la dura pietra di una casupola sperduta, le scricchiolanti assi di una casa che odora di famiglia. Nella perdizione incontra allora visi amici che tendono le braccia e offrono un riparo alla confusione cui conduce l'esser soli, lontani, sperduti. Come l'uso dei beduini, obbligati da una tradizione antica quanto i deserti ad ospitare, per almeno tre giorni, il viandante che giunge all'accampamento, il senso di ospitalità dovuto, necessario, giace in molti uomini dei più reconditi angoli del pianeta. Come fosse una sfida al destino e al caos, alla precarietà della vita, alle fatiche e sventure che conducono a chiudersi, all'indifferenza acquisita a mo' di scudo d'una fragile sicurezza. Il viaggiatore ha il suo sorriso, e la ricchezza dei luoghi che porta dentro, mescolata ad un interesse che non è esotica curiosità ma ricerca e condivisione. Egli è senz'altro anche un catalizzatore di crisi culturali, porta dentro un potenziale di scontro che non è violento, ma più simile a ciò che deriva dalla collisione di due universi: ne nasce un terzo.



Sulla strada non mancano mai brutti incontri, momenti morti. Fanno parte del viaggio, come il dolore è una parte della vita. Li si affronta attingendo alle riserve serbate nella durezza che il vagare pur insegna. Perché gli incontri non sono sempre forieri di gioia, ma anche di amare scoperte, di nuove malignità dalle cause più recondite. E inoltre non sempre il caso concede l'incontro, per quanto testardamente lo si ricerchi, e il ritrovarsi davvero soli insegna almeno quanto sfianca. Ma la gioia, quando appare mentre sei sul ciglio di una strada senza saper dove andare, che fare, chi sei, e perché sei partito, ha un sapore più acuto, più penetrante, ti risolleva e fa ridere di un riso nuovo, dorato e cristallino, mai provato prima.

Io seguo la mia linea da ormai tre settimane. Ha subito variazioni, spostamenti, inversioni, come è giusto che sia per una linea che ricalca la vita ed è fatta della sua stessa materia. Mi ha condotto a Istanbul, al punto d'incontro di due continenti, al ponte attraversato innumerevoli volte da milioni di uomini, alcuni stabilitisi qui per secoli, poi spazzati via da altri, a loro volta mescolatisi con altri...
Dalla finestra vedo il Bosforo, che ne ha viste tante quante il più longevo e prolifico scrittore non potrà mai raccontarne. E tutte le lingue che ha ascoltato e di cui si è nutrito, che l'hanno cantato, che l'hanno odiato o adorato. E i triremi, i vascelli, le barche, i battelli, le navi, le corazzate e le petroliere che hanno solcato l'acqua blu cobalto nelle imprese degli uomini, cosi' piccole davanti alla sua grandezza e profondità. Qui mi sento in un crocevia, un passaggio che vibra per i passi d'una presenza umana dilagante, nel mezzo di uno scambio dalla mille facce e mille lingue, eppure in una Turchia assorta nelle sue dispute interne e nella ricerca d'un posto sullo scacchiere internazionale.
La scoperta di Istanbul è come assaggiare i suoi cibi: gli ingredienti sono tanti e diversi, non li scoprirai mai tutti se non vivi qui anni, ma il risultato di cui puoi fare esperienza ti lascia senza fiato.



4 commenti:

vera ha detto...

c'avevate pure la piscina?!!! ;)

deina ha detto...

quanto sei profondo e bello, amico mio! buon viaggio

Anonimo ha detto...

hey Ale...
belli i nuovi post!!!
è migliorato un sacco il sito. davvero belli! pure le foto...

per dieci minuti mi è sembrato di essere davvero lì con voi! la magia funziona!!!

raccogli tante storie, facce, odori, pensieri, osservazioni da raccontarci davanti ad un Narghilè (ma come si scrive?) in giardino per 12/16 ore...
non basteranno a tutti per raccontare le proprie storie... ne abbiamo davvero troppe adesso!!! eheheh!!

ti abbraccio. salutami gli amici turchi e non...

Mic***

clickclick ha detto...

Tra poco le storie non mancheranno, qui il tempo vola e mi sembra di essere in viaggio e in Turchai da sempre!

Di Narghilè ne porterò uno nuovo e grande da qui, perchè gli ubriaconi a casa l'hanno distrutto, e ti pareva!Ci raduneremo questa estate al ritorno di tutti, da Londra, Ny, Turchia e chi più ne ha più ne metta!