mercoledì 11 febbraio 2009

Io sono Serba


Oggi è il compleanno di Maya, e lei sembra essere molto contenta di questo. Non so come festeggino a Belgrado, con chi festeggi, ma conoscendo l'energia che è capace di sprigionare ed il talento nel danzare, la festa sarà sicuramente al suo livello. Maya è serba, di Belgrado, e oggi fa 24 anni. E' tornata a casa prendendosi una pausa dal suo viaggiare e dalla sua voglia di mondo. E' tornata a casa, grazie ad un'allettante offerta di lavoro. E' tornata perché da poco più di un mese lavora presso l'ambasciata austriaca e pensa di costruire un po' di futuro a casa sua.

Non l'hanno scelta a caso, perché Maya parla il tedesco correntemente, è abituata ad un ambiente internazionale, e potrà sfruttare le sue capacità comunicative e l'esperienza fatta in Germania. Quello che desiderava già da quando stava a Monaco. Anche se al tempo diceva di voler fare l'hostess per gli Emirates, un modo per viaggiare, guadagnare e sfruttare la sua conoscenza delle lingue. Tuttavia al di là del lavoro che poi ha scelto e di quelli che ancora cambierà, il principio di fondo rimane lo stesso, le cose da amare e le cose da fare mantengono sempre la stessa coerenza.

Anche se parlando con lei, scopri che di coerenza tra le cose fatte, Maya non sembra averne, l'unico filo comune sembra essere l' imprevedibilità, alimentata dalla sua energia, dalla certezza che qualcosa di nuovo sta per fare. Sempre in movimento e piena di idee da sviluppare, e di cui una buona parte ha sviluppato.

Nella foto di presentazione del suo profilo su HC, Maya appare come una pop-star degli anni '90. L'immagine di un mondo che forse l'ha sempre attirata per il forte ottimismo e la spensieratezza che vuole trasmettere. Non a caso il nick che si è scelto è Mayathestar, ma non è solo per il fatto che ama e ha fatto del teatro, oltre che una scuola di canto. E' perché lei vuole essere una star di vita, un'artista della vita. Essere interprete unica e particolare di un certo modo di vivere, e un po' sicuramente ci è riuscita. Come tutti coloro che riescono a differenziarsi dalla massa e dalle scelte più ovvie.

L'immagine a cui la riavvicino io, invece, è quella della selvaggia, anarchica valchiria. Una figlia di Odino che vola da una vita all'altra per prendere e per dare. Una divinità nordica che viene per dare amore e prendere energia. Dove al posto di un cavallo alato, ha uno zaino logorato, dove al posto di prendere i corpi dei guerrieri morti in guerra, va alla ricerca di ragazzi a cui ridare nuova forza.
Ed in effetti Maya un po' valchiria ci è. Nel senso eroico del creare, nel gesto forte di scegliere. Maya ha scelto di partire per l'Europa tutta sola, senza un progetto preciso, ma con la voglia di vivere, di certo non sola. Reagendo ai casi della vita nel modo più semplice e spontaneo. Un po' come in un film di Kusturica, "La vita è un miracolo", dove un uomo bosniaco cristiano ed uno donna musulmana, sotto le bombe che cadono sempre più vicino, reagiscono alla paura facendo l'amore.

Maya nel viaggiare, ha cercato emozioni, l'imprevedibilità e la genuinità dell'amore. Non che non si potesse trovare a casa, ma forse come reazione ai nazionalismi e alle tensioni sempre presenti nel paese, voleva cercare, vivere ed emozionarsi, ma da un'altra parte. La sua è una generazione nata e cresciuta durante la guerra. Una guerra combattuta dal suo paese, ma mai nel proprio territorio. La Serbia, ha combattuto in Croazia, in Bosnia ed in Kossovo, ma è stato un paese che non ha mai vissuto la tragedia della guerra a casa propria. Come ha detto Natasa Kandiç Miloseviç ha affermato molto spesso nelle sue dichiarazioni che la Serbia non è mai stata in guerra. Ed effettivamente, in Serbia, non ci sono luoghi di uccisioni di cittadini serbi. Ci sono dei luoghi in cui hanno perso la vita delle persone a causa dei bombardamenti NATO, ma non c’è nessun luogo in cui le forze croate, o le forze bosniache o le forze degli albanesi del Kossovo abbiano ucciso dei cittadini nei territori serbi, escluso il Kossovo.

Per lo stesso motivo nonostante durante le guerre jugoslave siano state uccise circa 130.000 persone, e altre 20.000 siano scomparse, e sebbene ovunque siano stati eretti monumenti, 3000 solo in Kosovo, molti in Croazia e in Bosnia, in Serbia è come se la guerra non ci fosse stata. In Serbia non si trovano memoriali. Come se per un periodo, tutti gli anni'90, il processo della memoria si fosse fermato.
Le organizzazioni per i diritti umani in Serbia ripetono incessantemente non solo al governo serbo, ma anche ad altri governi, che per il futuro democratico del paese, per le generazioni future, è decisamente importante che esista in Serbia un memoriale che funga da monito, che sia un luogo di memoria.

Nel frattempo le nuove generazioni, fortunatamente, crescono con occhi nuovi. I vuoti di memoria talvolta fanno anche bene per attenuare i forti nazionalismi che ancora permangono. Ma solo tra i vecchi ed i padri, che si scontrano con il sentimento dei figli di non appartenere più a nessuna bandiera. Un sano scontro generazionale, in cui i giovani pensano a viaggiare, ad incontrarsi e a fare l'amore. Come hanno fatto i loro padri, certo, ma con una voglia di condividere in più.

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