giovedì 30 settembre 2010

Ritorno in seconde case


Il piacere di sedere e sentire le acque del Bosforo è qualcosa di non cancellabile. Le correnti scorrono in apparenza docili e tranquille, come le vite di amici e conoscenti, creando mulinelli in particolari punti profondi e sensibili. Il corso delle acque procede lungo uno stretto fatto di fasi, doveri e aspettative più stabili del previsto.

Ricerco le atmosfere vissute ritrovando amici che fortunatamente non sono cambiati sì velocemente, ma che come le correnti del Bosforo cambiano in profondità rimanendo stabili e placidi in superficie.


L'area di immensità della città permane sulle acque tra i due continenti, con le colline di palazzi e boschi preservati dai parchi militari, giovani e vecchi, bambini ed innamorati ne sono, come me, ancora attratti ed ipnotizzati. Di notte come di giorno. I suoi tramonti come i suoi riflessi nell'oscurità.


In questa immensa area urbana ci si sente a casa quando si sa cosa fare e dove andare, come perdersi, e dove lasciarsi trasportare. Ovvero quando ci si muove con dimistichezza senza essere travolti dai flussi urbani che sfociano nel suo canale principale.

La completa disinvoltura negli spazi cittadini è la stessa di quella che precedeva la partenza, come se non fossi mai partito, con la familiarità della lingua ancora non scomparsa, con le abitudini quotidiane come vecchie di cent'anni, con i rapporti fraterni ancora non interrati.

Tornare a Istanbul dopo due anni ha il sapore del çay appena preso, ha gli odori che riaprono in un attimo la porta del nostro essere in un mondo ben conosciuto. Significa ritrovare persone che, parallelamente a me, hanno fatto gli stessi percorsi con aspettative simili e di fronte agli stessi interrogativi.

Tutti gli amici maschi hanno terminato l'università e svolto il servizio militare in un paese che da anni è in guerra nei confini del sud-est. Fortunatamente tutti sono tornati interi. Hanno cominciato a lavorare, hanno avuto nuovi amori e nuove idee, ma con la naturalezza dei rapporti che hanno condiviso qualcosa di importante, ci si ritrova a parlare come se ci fossimo lasciati solo due giorni prima. Ubeyd ha lavorato circa un anno in Garanti, un importante istituto finanziario, ed è partito militare per Afyon, si è lasciato con Mary, ma spera di rivederla ora che è in partenza per la Germania per svolgere un master di due anni. Mehmet lavora da circa due anni in AkBank, ha fatto anche lui il militare e insegue nuovi amori con la speranza di viaggiare un po' di più. Recep ha quasi finito l'Università, ha passato sei mesi a Madrid per l'Erasmus e spera di fare un master in Europa e restarci a lavorare per evitare il servizio militare. Emin lo si incontra ancora nelle notti da bar che balla per scacciare demoni ancora non individuati. Max è rientrato in Germania per fare il capoufficio a Dresda per Der Spiegel, Tom è tornato in Polonia a lavorare con lo zio, che è un ricco industriale, dopo essere arrivato inseguendo improbabili amori conosciuti su treni per smerciare tappeti, Ercan è diventato attore e gira con la sua nuova compagnia di teatro, Alex vive ancora al CAF anche se di inverno non hanno il riscaldamento e con quelli del Badehane bazzica ancora nei vicoli di Tunel.

Forse tra connazionali non sarebbe successo, forse se fossimo stati più vicini e raggiungibili avrebbe significato un implicito disinteresse a restare in contatto, ma qui nonostante la distanza e l'oggettiva difficoltà a venirmi a trovare in Europa, tutto è come prima.

Stesse sensazioni quando ho riattraversato i vicoli dell'Albaycin, invaso dalle memorie olfattive, dall'accento andaluso, per poi perdermi nella luce riflessa dei suoi vicoli. In quell'incastro di bianco e di nero, una lotta che acceca nei due estremi, abbagliando o nascondendo alla vista.


Una città certamente più piccola di Istanbul, ma ugualmente viva, la cui unicità è rappresentata proprio da quel centro storico fatto di vicoletti e case bianche che si arrampicano sulla collina dirimpetto all'Alambra.

Un immenso spazio pedonale che costituisce il centro città, con una vista su colline verdi raggiungibili a piedi in soli venti minuti. Un'integrazione con lo spazio naturale circostante che schiude, secondo me, la bellezza principale della città andalusa.


Un esempio di città in bilico tra tradizione e modernità che cammina sulla cresta di un promontorio che nasconde all'interno della sua zona franca una pericolosa speculazione turistica, opportunità e minaccia allo stesso tempo.


Anche qui sembra di aver salutato solamente la sera precedente gli amici ritrovati dopo un anno, piccoli cambiamenti a fronte di sguardi e sorrisi che sono rimasti intatti. Gesti quotidiani coperti da uno strato di polvere che altro non è che il tempo che passa rivelando abitudini immutate.

In realtà sotto lo strato superficiale dei gesti, al di là dell'immagine di una città che appare uguale a se stessa, l'apparente immobilità contiene fiumi sotterranei di cambiamenti. Una sensazione che dà prova della veridicità dei rapporti che si erano instaurati.

Lo scorrere del Bosforo contiene correnti che ipnotizzano come le braci di un camino: è il sentimento di evasione che si ha nell'osservarlo che ti fa dimenticare della vita che ti scorre accanto; così i vicoli dell'Albaycin sono un dedalo di strade senza tempo in cui perdersi quando necessario. La sua intimità lo rende tanto amato.

Sono queste sensazioni subito ritrovate di pace e serenità che ti fanno sentire di nuovo a casa. Case cercate e ritrovate che sono divenuti luoghi dello spirito, tappe nelle quali ritrovarsi per acquistare il senso del cammino percorso, segnare la tacca di un percorso più lungo e più amplio.

Nel sentirsi subito a casa come se non fossi mai partito sono necessari gli amici che rappresentano un cordone ombelicale mai tagliato, rapporti d'amicizia che sono ponti tra mondi apparentemente lontani. La città la senti tua quando con una breve visita ne allontani la distanza, quando tornare ha scacciato la paura di non ritrovarsi in quei luoghi divenuti tanto cari.

Tornare nei vicoli dell'Albaycin, tornare in contemplazione del Bosforo, non ha significato avere quell'attimo di sospensione e smarrimento del ritorno nel nuovo posto, perchè fortemente vissuti, fortemente assorbiti.

Le partenze sono momenti di tensione che si scaricano completamente solo al successivo ritorno. Tornando si scarica la tensione, assicurandosi la tranquillità di chi non ha paura di perdere nel fondo della memoria i luoghi tanto amati. Come quando si lascia una persona e la paura principale è di dimenticarne il volto, l'odore, le espressioni, i dettagli, la sensazione di serenità qui sta nell'osservare che molte cose non sono cambiate, e quelle nuove sono ancora interpretabili.

Nel concentrarci troppo sulla partenza, un'esplosione di emozioni che mette fine ad un periodo importante, dimentichiamo che possiamo avere anche un ritorno che insegni a gestire più posti dell'animo, ad avere più case, ad avere ricordi a cui aggrapparsi per poi essere guidati nel processo di riflessione.

Il ritorno lo riconosci negli odori ritrovati, nella luce ritovata, nei piccoli angoli solo tuoi che non sono cambiati, nelle piccole novità apprezzabili solo a chi già ne conosceva l'importanza.
Tornare per capire se abbiamo fatto le scelte giuste, per mantenere i fili delle reti umane, per non far prendere il sopravvento della nostalgia sulle novità e sulle nuove partenze.

Il ricordo lo riconosci nel senso di evasione e di sperduto ritrovamento che ti é dato dallo scorrere infinito del Bosforo di notte. Dalla naturalezza delle chiacchiere all'ombra della moschea di Kasim Pasa, dal placarsi degli spiriti in un vortice di luci che sono le fessure dell'Hammam. Il ricordo lo riconosci nel dondolìo ininterrotto all'ombra di una persiana. Il ritorno lo ritrovi nei sorrisi più pacati.

Il ritorno é necessario per andare avanti. Tramite una nuova opera e un nuovo inizio lanciato dalla constatazione di quello che è passato.

sabato 25 settembre 2010

Vivo altrove e l'ipotesi del rientro


Il fenomeno è in atto da un po' di anni, forse un decennio. E non perché non se ne sentisse il bisogno prima, ma perché le possibilità si sono moltiplicate dopo. Voli low cost, erasmus, reti di amici, assenza di passaporti e frontiere intra-europee, hospitalityclub e couchsurfing, maggiori interazioni che hanno reso più facile realizzare il sogno di partire, dare sfogo all'evasione e liberare la frustrazione.

E' un tema forse mai affrontato esplicitamente in questo blog, ma sempre sullo sfondo, presente come un ricamo colorato su uno sfondo nero di parole argentate. L'Italia da un po' di anni non è un paese per giovani, è chiaro, almeno non quanto gli altri paesi europei. Chi ha viaggiato e ha visto i vicini, si rende facilmente conto dell'inadeguatezza e arretratezza culturale italiana: spesso lottiamo per qualcosa che altrove è già considerata normale, non abbiamo mai la sensazione di essere i primi a fare qualcosa di positivo, per non parlare dell'immagine che gli altri hanno di noi.

Per questi motivi, è da poco partita un'iniziativa, con il correlato manifesto, volta a censire, o meglio raccontare, tutte le storie di Italiani espatriati, emigranti, non per necessità, ma per scelta. Perché la vera novità è che si tratta sempre più di una scelta di vita, intellettuale, di un bisogno civile, un desiderio da realizzare. A partire spesso sono i migliori nei campi più disparati, ricercatori, artisti, scienziati, giovani ambiziosi e avventurieri per cui l'Italia non merita la loro conquista.

Ho spesso tentato di affrontare le storie di amici coetanei stranieri, Altri, che altro non sono che il nostro riflesso: quello di una generazione vagabonda e cosmopolita un po' per scelta e un po' per necessità. Storie, le nostre e quelle altrui, che si integrano e aiutano a raccontare i tempi di questo processo di globalizzazione di cui noi siamo i figli. Le partenze sono aumentate un po' per tutti, l'interscambio tra paesi, soprattutto europei, fa sì che Francesi ed Italiani vadano in Spagna, Spagnoli, Italiani, Rumeni e Polacchi in Francia, Italiani, Spagnoli, Lituani, Polacchi in Inghilterra, Francesi, Italiani e Polacchi in Germania, i Tedeschi rimangono a casa loro e gli Inglesi pure. In Italia nessuno. Ovvero il nostro Paese subisce questo export negativo di giovani, facendo sì che pochi vengano in Italia con l'idea di ritornare dopo l'Erasmus se non per una lunga vacanza post-laurea.

Quindi, parlando di partenze e ritorni dovremmo parlare proprio dell'esodo italiano.

Questo è quello che tenta di fare Vivo altrove, un libro sicuramente interessante, che tratta di temi quali la casa, le radici, il senso di distacco e di solitudine, le frontiere e la modernità liquida. Temi intuìti che galleggiano nelle atmosfere contemporanee, ma per afferrare le quali conviene ascoltare le storie raccolte di una generazione con i piedi leggeri e la voglia di volare nelle vene:

"C’è chi parte per dimenticare, chi parte per poter scegliere, chi parte per paura e chi parte per scommessa. C’è l’insegnante di italiano che sbarca il lunario come cantante a Barcellona, l’avvocato che vive a L’Aia e vuole fare il deejay a Parigi, il veterinario romano che si adatta a fare il cameriere a Londra, il biologo di Latina che finisce a fare l’editore a Berlino…
Sono l’Italia fuori dall’Italia. Sono i giovani, sempre più numerosi, che hanno scelto di vivere lontani da casa, alla ricerca di un lavoro nuovo, o di una vita diversa. Questo libro racconta le loro storie, che sono piene di vitalità e venate di malinconia, scanzonate, tenere, in fondo preoccupanti. Sono il ritratto di un paese virtuale e di un futuro, forse, mancato: perché il paese che questi ragazzi hanno deciso di abbandonare continua a non ascoltarli.

Vivo altrove racconta le storie di giovani tra i 25 e i 40 anni che hanno deciso di lasciare il nostro paese: non solo cervelli in fuga, certi di trovare all’estero opportunità migliori, ma anche ragazzi “normali” che sentono questa Italia troppo chiusa, ferma, asfittica, immobile, rivolta solo a se stessa. Persone cresciute sentendosi cittadini del mondo, che male tollerano un paese preso in mille guerriglie interne – politiche, geografiche, sociali, ma soprattutto generazionali – e che cercano all’estero opportunità che mai avrebbero trovato in Italia.

Il libro raccoglie molte storie, ognuna con le sue particolarità e specificità, ma costituisce anche il ritratto di una generazione. Tutti i dati confermano che il fenomeno della migrazione di giovani all’estero è in continuo aumento: secondo il consorzio universitario Alamlaurea, negli ultimi dieci anni il numero di laureati che si è spostato oltreconfine per trovare lavoro è triplicato, mediamente oltre il 3,5% dei nostri laureati si trasferisce ogni anno all’estero. È difficile fare statistiche su un fenomeno in continua evoluzione come quello di cui si occupa questo libro, ma si calcola ad esempio che i giovani italiani (tra i 25 e i 35 anni) attualmente residenti a Berlino siano all’incirca 6.000 e quelli residenti a Barcellona da meno di cinque anni siano circa 10.000.

Potremmo chiamarla “generazione Europa”, decine di migliaia di giovani che si spostano, prediligendo le grandi città e le capitali, le cosiddette “Eurocities”, dove approdano e da dove molto spesso ripartono, non alla volta del Belpaese, ma verso nuovi paesi e nuove esperienze.
Un generazione liquida".



lunedì 23 agosto 2010

Le discussioni barbare continuano


In questi ultimi giorni non mi poteva sfuggire l'ultima discussione avvenuta tra Baricco e Eugenio Scalfari sulle pagine di Repubblica. Una lettera indirizzata dal primo al secondo, fondatore ed ex direttore del quotidiano, in cui si discute di "Barbari e Imbarbariti".

La tesi di Baricco è sempre la stessa espressa nel suo libro "I Barbari" che mi ha fornito tanta ispirazione da scrivere ben quattro post: qui, qui, questo e quest'altro.

E' comunque interessante vedere l'autore tornare sull'argomento a distanza di anni (il libro è stato scritto nel 2006) perchè ho l'impressione che si sia addolcito e che il tono apocalittico abbia lasciato il posto a più misurate e precise osservazioni come appunto la differenza tra "Barbari e Imbarbariti".

Traspare, ma forse è solo una mia impressione, una maggiore positività verso il futuro che si sta costruendo (e quindi non distruggendo):

"Quel che mi sembra di aver capito è che quella forma di barbarie genera inevitabilmente imbarbarimento ma anche, e simultaneamente, ricostruzione, e civiltà. Non potrebbe essere diversamente".

E sulla distinzione tra "barbarie" e "imbarbarimento":

"E allora perché dovremmo giudicare Steve Jobs dai messaggi sgrammaticati che la gente si scambia sui suoi Iphone? Perché non ci arrendiamo all'idea che l'imbarbarimento è una sorta di scarico chimico che la fabbrica del futuro non può fare a meno di produrre? Simili rifiuti li ha prodotti l'Illuminismo, e prima di allora l'Umanesimo, e prima di allora l'idea imperiale di Roma, e prima di allora... Così mi viene istintivo non farmi distrarre dall'imbarbarimento, e di studiare la barbarie".

Insomma rispetto alle argomentazioni portate avanti nel libro in maniera abbastanza intuitiva e approssimativa ecco che appare una fondamentale distinzione che separa le cose meritevoli del "radicamente nuovo" dagli "scarti chimici" prodotti da tutte le sottoculture di tutte le civiltà nei secoli dei secoli.

Quindi ai Barbari finalmente viene riconosciuta un'intelligenza creativa e dirompente e non si usano quelle che potremmo definire "conseguenze inintenzionali" per criticare quella stessa idea innovativa che le ha generate. Si tenta di sanare anche la dicotomia tra superficialità e profondità, filo conduttore del suo ragionamento, ripensandone la definizione stessa:

" [il sistema di pensiero dei barbari] Non elimina il senso, ma lo ridistribuisce su un campo aperto che solo per comodità definiamo ancora superficialità, ma che in realtà è una dimensione per cui non abbiamo ancora nomi, e che comunque ha poco a che fare con la superficialità intesa come limite, come soglia inattraversata del senso delle cose, come facciata semplicistica del mondo. In un certo senso potrei dire che il mondo di pensiero in cui si muove Steve Jobs (e mio figlio, 11 anni) sta a quello in cui siamo cresciuti noi due come il firmamento di Copernico sta a quello di Tolomeo (peraltro erano inesatti entrambi); o come Emma Bovary sta ad Andromaca".

Quella carenza di parole individuata da Baricco, che infatti chiama il suo articolo "Il mondo senza nome dei nuovi barbari", è giustamente l'atteggiamento di chi non riesce a raccontare un mondo perchè appartenente ad un nuovo immaginario, una nuova cultura in cui non è cresciuto, un mondo per descrivere il quale mancano le parole perchè il limite del nostro pensiero è segnato proprio dal linguaggio a disposizione, che non è creato mai dalla forza di una sola persona, ma dal contributo di tutti.

Non sarà forse lui a trovare le parole giuste, e nemmeno noi, forse i posteri quando il fenomeno sarà pienamente istituzionalizzato e assimilato, quando saranno diffuse e capite le parole nate con la forza dell'aderenza.

Ma quale che siano queste nuove parole, comunque, noi qualcuna l'abbiamo già proposta, HcGeneration.

L'esternalizzazione della politica migratoria e gli amici d'oltrefrontiera



L'obiettivo delle Scienze sociali dovrebbe essere quello di interrogarsi sulle cosiddette conseguenze inintenzionali delle azioni individuali. Studiare solo gli effetti voluti non avrebbe senso proprio perchè ci sarebbe poco da dire al riguardo, la vera incognita sociale sono gli effetti indiretti e inaspettati delle azioni e politiche che si rivelano efficaci, ma con pesanti effetti nella direzione opposta a quella voluta.

Per dirla con le parole di F.A. Hayek: "se i fenomeni sociali non manifestassero altro ordine all'infuori di quello conferito loro da un'intenzionalità cosciente, non ci sarebbe posto per alcuna ricerca teorica della società e tutto si ridurrebbe esclusivamente, come spesso si sente dire, ai problemi di psicologia".

Accanto agli esiti intenzionali dell'azione si verificano una cascata di conseguenze
inintenzionali, che sedimentandosi e interagendo nel tempo danno luce a delle regolarità, cioè a quei fenomeni, che sono quindi oggetto delle scienze sociali.

Oggi giorno grazie all'attivismo politico delle democrazie occidentali abbiamo tantissimi esempi di questo tipo, dalle politiche di assistenza che creano disoccupati istituzionalizzati, alle politiche di "sviluppo" che degradano i territori, alle politiche di salvaguardia che ingessano e creano emarginazione.

Un altro esempio è offerto dalle politiche europee che riguardano la libera circolazione di persone all'interno dei suoi confini. Tale politica comune, che comincia con gli
Accordi di Schengen, ha avuto quale effetto immediato l'abbattimento delle frontiere interne, la libera circolazione dei cittadini europei e il diritto di insediarsi, studiare, lavorare, vivere e morire in qualsiasi Stato dell'Unione. Obiettivo bellissimo che ha contribuito a cementificare le basi delle nuove generazioni europee, che viaggiano si conoscono, si ospitano, si amano, vivono sempre di più come una grande popolazione continentale. Una volta in visita alla Commissione Europea a Bruxelles, un alto funzionario disse "L'Europa è stata fatta da due cose, Erasmus e voli low cost". Un entusiasmo per un mondo senza confini marcato tuttavia da un forte eurocentrismo: non ci si è resi conto che annullando i confini interni stavamo costruendo fossati e mura esterne. Stava nascendo la Fortezza Europa.

Gli
Accordi di Schengen infatti non avevano quale unico obiettivo l'abolizione dei controlli sistematici delle persone alle frontiere, ma anche il rafforzamento dei controlli alle frontiere esterne dello spazio Schengen proprio per assicurare il raggiungimento del primo obiettivo senza compromettere la sicurezza e l'equilibrio dei paesi europei. Quindici anni fa nessuno pensava che per raggiungere una libertà di tale valore avremmo assisistito ad una pari coercizione negli spostamenti altrui. Una chiara conseguenza inintenzionale.

Per assicurare una libera circolazione interna è stato necessario allo stesso tempo rafforzare i confini esterni, si sa libertà non è assenza di regole, ma il giusto numero di regole affinchè ci si possa sentire liberi, ovvero si allargava lo spazio di libertà interno limitando quello esterno per evitare falle nel sistema. Bisognava annullare le barriere intermedie eregendone di nuove più in là, introducendo un Visto per i cittadini di paesi terzi, controlli più stretti alle frontiere esterne e misure più restrittive per la migrazione legale, creando di conseguenza un mercato della migrazione illegale e delegando sempre di più a paesi terzi vicini il controllo dei flussi migratori. La cosiddetta
esternalizzazione della politica migratoria:

"Il termine «esternalizazzione» viene del vocabolario economico e descrive il fatto di sub-appaltare una parte del processo di produzione ad un terzo. In tema di migrazione indica la strategia di trasferimento verso un paese terzo delle capacità e della responsabilità di controllo dei flussi migratori. Nel nostro caso si riferisce agli accordi firmati tra l’Italia e la Libia affinché quest’ultima gestisca l’afflusso di migranti che attraversano il suo territorio. Questa strategia è applicata con tutti i paesi vicini della UE sia a livello bilaterale che comunitario".

"Questa politica ha ristretto le possibilità legali di accesso al territorio europeo ed ha avuto un effetto contro-produttivo: paradossalmente, lo sviluppo della libera circolazione dentro il territorio europeo ha avuto come conseguenza l’erezione di una frontiera esterna più ermetica e quindi l’incremento della migrazione illegale, rendendo vani i tentativi di controllo del territorio e dei flussi di persone dentro di questo"*.

"L’idea di esternalizzare la politica migratoria, ossia la sorveglianza delle frontiere nasce dall’ipotesi che una volta entrati nello spazio Schengen, i migranti clandestini siano più difficilmente espellibili.

La strategia europea pertanto è consistita nel fare pressione sugli Stati membri la cui frontiera nazionale coincideva con la frontiera esterna dell’UE nel Mediterraneo, principale porta d'entrata dei migranti clandestini. Dalla fine degli anni '90 , la Spagna è stata al centro di questo processo fino a quando ha implementato il SIVE (Sistema Integrato di Vigilanza Esterna) nello stretto di Gibilterra nel 1998 - e poi sulle isole Canarie[i] quando si è spostata la pressione migratoria proveniente dell’Africa – con l’aiuto finanziario dell’UE. Questa rete di radar, sensori, telecamere termiche e a infrarosso ha permesso una vigilanza ottimale delle sue coste rendendo quasi impossibile la traversata del mare a questo livello.

Ma visto il costo di questa strategia di sorveglianza hi-tech delle frontiere, all’inizio degli anni 2000 è mutata in una strategia di responsabilizzazione degli Stati della sponda Sud del Mediterraneo e di trasferimento delle capacità di controllo dei flussi migratori. È questa strategia che corrisponde oggi all’esternalizzazione che vogliamo analizzare e che caratterizza la cooperazione migratoria italo-libica più recente. Quest’esternalizzazione si svolge sia a livello europeo che a livello degli Stati membri. A livello europeo si è tradotta nella creazione dell’Agenzia Frontex, Agenzia europea per la gestione della cooperazione internazionale alle frontiere esterne degli Stati membri dell'Unione europea, operativa dal 2005. Il Summit di Sevilla del 2002 precisa che oramai, qualsiasi tipo di relazione tra un paese terzo e l’UE dovrà includere una clausola riguardante la gestione congiunta dei flussi migratori[ii]. Da lì, l’UE ha integrato questa gestione congiunta dei flussi, sempre più presente, nei strumenti di cooperazione con i paesi del Mediterraneo: programma MEDA[iii], Politica Europea di Vicinato, etc. A livello dei paesi dell’UE stessi, uno degli strumenti più conoscuti di quest’esternalizzazione è la firma di accordi di riammissione permettendo a essi di rinviare direttamente nei paesi terzi attraversati i migranti arrivati nel loro territorio in maniera illegale"*.

Concentrati sul processo di integrazione europea non ci siamo resi conto nel frattempo delle barriere erette tra noi e loro, che di fatto abbiamo creato un club, il più esclusivo del mondo, dove la gente è disposta a morire pur di arrivare e che rischia di isolarci creando macro-aree da cui si può facilmente uscire ma difficilmente entrare. Amici turchi che non sono mai venuti a trovarmi in Italia, amici marocchini che combattono per avere un visto, giovani che tentano di attraversare confini con la scusa di studiare per guardare un mondo altrimenti fin troppo esclusivo. L'Europa senza frontiere inizia a mostrare le sue contraddizioni ed i suoi limiti, forse non così l'avevamo immaginata. Una globalizzazione con due pesi e due misure a causa della quale aspetto ancora la visita degli amici d'oltrefrontiera.





[i] ELMADMAD, Khadidja. Op. cit.

[ii] « 33. (…) The European Council urges that any future cooperation, association or equivalent agreement which the European Union or the European Community concludes with any country should include a clause on joint management of migration flows and on compulsory readmission in the event of illegal immigration ». Estratto dalla dichiarazione finale del Consiglio europeo di Siviglia, 21-22 giugno 2002.

[iii] Presentazione del programma MEDA: http://europa.eu/legislation_summaries/external_relations/relations_with_third_countries/mediterranean_partner_countries/r15006_it.htm

*questo testo è un'anticipazione di un articolo di Sonia Grigt che apparirà sul web magazine
Glocus

sabato 31 luglio 2010

Uno sguardo ad Est



Per la prima volta ad est senza trovarmi a sud. Finalmente in un paese che si trovava al di là del muro e che forse si sente ancora un po' disorientato.

La Bulgaria è un paese che solo ultimamente ha ritrovato la sua indipendenza dopo lunghi secoli di dominazioni straniere. Similmente alla Polonia, sempre contesa tra Germania e Russia, la Bulgaria è uno di quei paesi spesso considerati più come territorio di conquista che autonoma espressione di diritti civili e politici. L'inizio della storia bulgara può risalire ai Traci che abitavano queste terre sino alla prima occupazione romana, è proseguita con l'arrivo delle prime "vere" popolazioni bulgare in senso moderno nel settimo secolo che hanno costruito un paio di "imperi" bulgari alternati alle influenze bizantine per poi soccombere, poco prima di quest'ultimi, a cinque secoli di dominazione turco-ottomana, fino al 1878. La breve indipendenza è continuata dopo la guerra nell'area di influenza sovietica che ha segregato la piccola nazione dietro la Cortina di ferro per oltre quarant'anni. La libertà politica è stata ritrovata negli ultimi venti anni, ma come un gattopardo italiano la classe dirigente sembra aver cambiato solo d'abito.

Nonostante ciò i Bulgari hanno coltivato una propria identità e un carattere nazionale ben definito, un mix di cultura slava, influenze turche, greco-ortodosse ed espressioni autoctone. Caratteri semplici di un paese abituato dopo decenni di comunismo ad una vita leggera fatta di poche ma basilari scelte. L'impressione che ho ricevuto è quella di un paese ancora rurale e gentile nell'animo, semplice nei modi di fare, nel ricambiare sorrisi e cortesie, nei cenni di capo al contrario e nel linguaggio del corpo, ancora non abituato a scelte rese complicate dagli eccessi consumistici, ma fin troppo obbligate come quando si compravano i pantaloni durante il regime comunista.

Quando la carenza di scelte più simile ad una costrizione conduce al rifiuto.

Durante il comunismo esistevano due tipi di pantaloni per entrambi i sessi, la scelta pertanto non era difficile: delle due l'una. Tuttavia la prima difficoltà consisteva nel riuscire a comprare i pantaloni senza trovare la saracinesca abbassata: essendo i negozi di fatto degli spacci statali in cui il personale era costituito da dipendenti pubblici, dato che non era ammessa l'iniziativa economica individuale, questi sottostavano ad orari di ufficio come tutti, e poichè si sa sotto il comunismo lavoravano tutti ed il proprio orario coincideva con quello dei negozianti ecco che di fatti era praticamente impossibile acquistare un paio di pantaloni negli orari consentiti. L'unica soluzione pertanto rimaneva uscire dal lavoro con una scusa, fare le dovute commissioni e rientrare frettolosamente interrogandosi se si lavorava per vivere o si viveva per lavorare.

Non a caso una delle battute più ricorrenti al tempo era "Noi facciamo finta di lavorare, ma loro fanno finta di pagarci".

Ma la seconda difficoltà, quella vera, era costringersi a portare pantaloni e abiti che tutti quanti avevano, un'intera nazione blu o marrone, ovvero forzarsi ad indossare una divisa.

Si cercava quindi di creare una originalità che dall'alto era vietata: distinguersi era una necessità affrontata cucendo e ricamando i propri vestiti così alimentando quel desiderio di evasione dalle scelte di regime. Caduto il Comunismo, oggi come allora, il desiderio di evasione sembra concretizzarsi nella ricerca di status occidentali, dalla macchina, al televisore, alla casa oppure rincorrendo il desiderio di perfezione segnalato dai numerosi poster giganti di chirurgia estetica che promettono seni perfetti e ricordano che "la bellezza è simmetrica", uccidendo definitivamente quel poco di ribellione sopravvissuta all'omologazione forzata.



Il ricordo di questa costretta semplicità è ancora vivo in un paese che ha vissuto duramente la transizione al Capitalismo che, chiudendo tutte le imprese ormai troppo vetuste per stare al passo con i tempi, ha creato una grande disoccupazione ed un esodo di massa della popolazione.


Come in tutti i paesi ex-comunisti l'arrivo del Capitalismo ha rappresentato una disillusa attesa di sviluppo che ha toccato l'apice con l'ingresso nell'Unione Europea e il boom edilizio degli ultimi anni. La politica appare corrotta ed incapace, l'apertura delle frontiere ha provocato una grande fuga di massa e le generazioni a cavallo tra due ere, troppo vecchie per ricominciare o per dimenticare, vivono l'idea del progresso in cinica attesa.


Non così i giovani, che come sempre sperano e credono nell'opportunità rappresentata dal giusto compenso del proprio lavoro, nel miglioramento dovuto, idealizzando anche l'idea del successo e del Capitalismo rappresentato da una concorrenza perfetta di un mercato atomistico e meritocratico.

Non si può dire che questo sogno sia stato completamente tradito, non ancora, per molti la vita è cambiata radicalmente, ma l'attacco alla mediocrità ha schiacciato verso l'alto o verso il basso le grandi masse di lavoratori e per le strade in cui la vita si sviluppa in verticale l'entusiasmo ha lasciato da tempo il posto ad una cinica melanconia riflessa in vecchi tram scollegati da ogni distanza.

Entrare nei pensieri dei bulgari non sembra facile, l'aspetto riservato e indifferente in realtà è una maschera che si scioglie alla prima domanda, l'ospitalità incontrata lascia immaginare tensioni forti tra quello che si ha dentro e quello che appare all'esterno.

Un indizio lo si ha entrando nelle case raffreddate solo dai colori poco accesi dei palazzi: quando la melanconia cala come una nebbia tra i tetti restano illuminate solo le finestre dei piani più alti, quelli che vogliono mantenere una vista sulle stanze della città ben visibili alla luce gialla di vecchie lampadine. Balconi illuminati al calare della sera che possono raccontare più di tanti libri di storia.


Un vecchio parla con amore al proprio gatto, sussurrando come ad un vecchio amico confidenze da fine giornata, qualcuno prepara sui fornelli della stipata cucina la cena da consumare fugacemente davanti al televisore, il solito uomo baffuto ed in mutande adesso dipinge la camera da letto calcolando il giusto numero di passate di vernice. Scene di vita quotidiana offerte al passante di turno arricchite da bambini che quasi al buio tentano di far volare un improbabile aquilone dimostrando che è possibile rompere il grigiore del cemento con la vita che vi scorre dentro.


L'odore della cena, la porta che si apre, il piccolo Bobby che corre urlando "Tati Tati!!!", mi ricordano che anche se per poco anch'io faccio parte del panorama. Iskren è tornato dal lavoro, giornata dura glielo si legge in faccia, ma il sorriso che gli strappa il piccolo munito di pannolino sembra dare senso alla giornata.


Ad ospitarci è una giovane famiglia, Iskren, ingegnere informatico, sua moglie Giulia, avvocato, ed il piccolo Bobby che ha già capito come sorridere davanti ad una macchina fotografica.

Fanno parte di quei bulgari giovani che con un sospiro di sollievo parlano di quello che è stato, con dolcezza di quello che oggi hanno e con un sorriso che pecca di modestia immaginano il futuro.

domenica 25 luglio 2010

Casa ed Indentità


Una casa equivale ad avere una coordinata principale, un punto rosso sulla mappa, una bandierina alla quale aggrapparsi. Cercarsi una casa è il primo passo per l'affermazione e la costruzione dell'identità, oggi come ieri. Vuol dire scegliere dove proseguire la propria vita ed eventualmente come.

Rappresenta la meta di qualsiasi viaggio, il successo di ogni ritorno. E' la spinta di chi ancora non si è fermato. Come mi disse Yoshi, un contadino cinese allora trentenne che viaggiava da circa tre anni con mezzi di terra dopo aver attraversato 24 paesi e tre continenti, "dopo aver attraversato tutte queste vite, ora voglio iniziare la mia".

Ovvero cominciare a costruire per lasciare qualcosa ai posteri, che siano parole, immagini, ricordi, figli, manufatti. Il senso delle grandi cose si può racchiudere in questi, in apparenza semplici, obiettivi che nascono e fioriscono partendo da una casa.

Oggi di case se ne attraversano tante fortunatamente, vicine e lontane, solitarie ed affollate, familiari e sconosciute, ti segnano aiutandoti a capire cosa non vuoi diventare e di cosa sentirai la mancanza. Ogni casa, come una persona è legata ad una storia molteplice, a degli eventi dell'animo. Le case, vissute al pari degli amici, non si possono dimenticare e costituiscono la nostra costellazione di riferimento, fatta di abitudini, odori e rumori mattutini. Per questo quando si ritorna a "casa" in realtà s'intende il gruppo di case a cui puntualmente ci ripresentiamo, lasciando intendere che il ritorno a "casa" coincida con una porzione di territorio più vasta delle quattro pareti domestiche.

In Italia sicuramente questa identificazione tra "casa" e gruppi di case è molto stabile, quasi una certezza, gli Italiani hanno un primato rappresentato dal numero di proprietari di casa. In base ai dati Istat infatti circa sette famiglie su dieci sono proprietarie della casa in cui abitano. Solo due famiglie su dieci pagano l'affitto, e circa un dieci per cento vive in usufrutto o a titolo gratuito, casomai nella seconda casa dei suoceri.

Un popolo di sì fatti proprietari immobiliari si evince dalla cura con cui vengono manutenuti gli interni della abitazioni oggetto sempre dei principali investimenti, prima entità di spesa per le famiglie e tra i beni più importanti che i genitori cercano di lasciare o donare ai figli. Invece quando la casa non è di proprietà i mobili sono vecchi, le opere di manutenzione vengono rinviate, c'è indifferenza verso un muro sporco.

Una tale situazione dovrebbe alimentare anche un'altra attitudine: l'attaccamento al territorio. Il possesso della casa dovrebbe portare ad un naturale slancio verso il circostante, ad un presidio del territorio in cui si vive e in cui vivranno i propri figli, ma troppo spesso la contraddizione è stata di ripiegarsi sulle mura domestiche contenti del proprio salotto ed incuranti del paesaggio alla finestra che veniva rovinato, appunto da case altrui.

In Istanbul, Orhan Pamuk ripercorre tutte le case della sua vita ritessendo la tela delle storie che ha attraversato e che si sono intrecciate tra loro e con quella della città. Descrizioni di abitazioni ricche di ricordi in cui giocano un ruolo principale le immagini dalle finestre, dai balconi e dai davanzali, un viaggio segnato da immagini primordiali ed indelebili come il conteggio delle navi sul Bosforo, lo sguardo gettato dall'alto sulle strade, finestre che si aprono su intimi paesaggi ricordando che la prospettiva data dalla propria finestra di casa è una prospettiva sul mondo.


Nel numero di Aprile della rivista l'Europeo, dedicato alle case degli Italiani, l'articolo di apertura di Aldo Colonetti dice :

"quando superiamo la soglia della nostra porta è come se esistesse un confine netto, due mondi diversi, tra il fuori e il dentro, tra il luogo dei nostri affetti più cari e gli spazi collettivi, le strade, i servizi; insomma, in generale, il territorio degli altri".

Per cui spesso si passa la cera sul pavimento di casa rimanendo indifferenti al marciapiede antistante pieno di buche e merde di cani. Si è persa la sana abitudine di spazzare i vicoli che, trasformatisi in strade di scorrimento, sono di tutti e di nessuno. Si è perso il concetto che il vicolo rappresenta.


"Quando una tradizione non è in grado di trasformarsi in un sistema di regole riconosciute, il territorio, la vita collettiva, il rispetto della storia inteso come humus dal quale prendiamo ispirazione non riescono a porsi al centro delle scelte strategiche e della vita collettiva. [...] Perché siamo abituati, come direbbe lo studioso Aldo Bonomi, a guardare più alle storie particolari che agli spazi collettivi, più alle nostre abitazioni che alle piazze dove tutti i giorni transitiamo distratti, in attesa di ritornare a casa ".

In altre parole l'Europeo sostiene la tesi di una rottura tra etica pubblica e privata: lo spazio privato ha maggior valore e va tutelato anche a costo di sacrificare quello pubblico. Due valori posti in antitesi ma che non devono necessariamente esserlo. Nessuno chiede di rinunciare al proprio spazio privato (e la conseguente libertà) in favore di quello pubblico, si può distruggere quello pubblico in nome di una lottizzazione degli interessi privati. Per sanare questa frattura sono sufficienti delle regole.

Se bisogna cominciare a costruire qualcosa, pertanto, viene naturale cominciare dalla "casa", nuova o vecchia che sia, e dal suo significato.

E' naturale ripartire dal piacere di tornare, di restare, di assaporare i propri pensieri, di ascoltare chi ha qualcosa da condividere. E' il piacere di sentirsi sicuro tra mura in cui non è necessario essere indiscreti. E' il luogo da cui ripartire ogni volta che si deve ricominciare, il campo base di riferimento anche per chi pensava di farne a meno.

La casa è il luogo pacifico che permette lo sviluppo del pensiero dopo l'esperienza del viaggio.
E' la finestra sul territorio che costituisce la nostra identità, senza la prima non si può arrivare alla seconda, è il luogo in cui si consolidano i rapporti che costituiscono la mappa delle nostre relazioni e quindi di noi stessi.

Perché in definitiva l'altro scopo di questo blog è capire dove stiamo andando, quindi quale sarà la nostra casa, come la possiamo scegliere, come la vogliamo e dove. Ovvero tutte le domande che si ripresentano ad ogni generazione che dalla gioventù passa alla maturità, le stesse domande che si presentano anche a questa generazione aperta e globalizzata che formulerà risposte nuove a domande vecchie. Cercando di vedere attraverso la finestra qualcosa di cui andare fieri.