domenica 28 novembre 2010
L'artista secondo Camus, Discorsi di Svezia
"Personalmente, non posso vivere senza la mia arte. Ma non ho mai posto l'arte al di sopra di tutto. Se mi è necessario al contrario, è la cosa che non mi separa da nessuno e mi permette di vivere, così come sono, con tutti. Ai miei occhi l'arte non è una gioia solitaria. E' un mezzo per emozionare il più grande numero di uomini offrendogli un'immagine privilegiata delle sofferenze e delle gioie comuni. Obbliga quindi l'artista a non isolarsi; lo rimette alla verità più umile e universale. E colui che, sovente, ha scelto per sé il destino di artista perché si sentiva diverso, apprende presto che non nutrirà la sua arte, e la sua differenza, che confessando la sua somiglianza con tutti.
L'artista si forgia in questo perpetuo andirivieni tra sé e gli altri, a metà strada dalla bellezza che non può evitare e dalla comunità alla quale non può strapparsi. E' perché i veri artisti non disprezzano niente; si obbligano a comprendere invece di giudicare. E, se devono prendere un partito in questo mondo, non può che essere quello di una società dove, secondo le grandi parole di Nietzsche, non regnerà più il giudice, ma il creatore, che sia materiale o intellettuale".
mercoledì 17 novembre 2010
Cristo si è fermato ad Eboli, un metodo empatico
Cristo si è fermato ad Eboli è un libro dal contenuto antico e dal metodo ancora non superato. L'ho cercato dopo aver attraversato la Lucania bruciata dal sole, l'ho trovato per approfondire le impressioni nate dalle visioni del mondo perduto di De Seta, l'ho usato per riflettere su quanto già detto a partire da Orgosolo.
Mi convinco di aver preso il libro giusto dall'incipit della prima pagina dove Levi descrive il mondo che si appresta a rievocare: "un mondo serrato nel dolore e negli usi, negato alla Storia e allo Stato, eternamente paziente; a quella mia terra senza conforto e dolcezza, dove il contadino vive, nella miseria e nella lontananza, la sua immobile civiltà, su un suolo arido, nella presenza della morte"(pag.1).
Emerge subito l'impressione di entrare in un mondo duro, in una società ferma e immobile sempre uguale a se stessa, avulsa dal resto del Mondo, che ignora cosa sia la Storia:
"Le stagioni scorrono sulla fatica contadina, oggi come tremila anni prima di Cristo: nessun messaggio umano o divino si è rivolto a questa povertà refrattaria. Parliamo un diverso linguaggio: la nostra lingua è qui incomprensibile"(pag.2).
Mi convinco di aver preso il libro giusto dall'incipit della prima pagina dove Levi descrive il mondo che si appresta a rievocare: "un mondo serrato nel dolore e negli usi, negato alla Storia e allo Stato, eternamente paziente; a quella mia terra senza conforto e dolcezza, dove il contadino vive, nella miseria e nella lontananza, la sua immobile civiltà, su un suolo arido, nella presenza della morte"(pag.1).
Emerge subito l'impressione di entrare in un mondo duro, in una società ferma e immobile sempre uguale a se stessa, avulsa dal resto del Mondo, che ignora cosa sia la Storia:
"Le stagioni scorrono sulla fatica contadina, oggi come tremila anni prima di Cristo: nessun messaggio umano o divino si è rivolto a questa povertà refrattaria. Parliamo un diverso linguaggio: la nostra lingua è qui incomprensibile"(pag.2).
Un incipit che mi ricorda quello del film di De Seta, Banditi a Orgosolo, che ha reso con le immagini quello che Levi ha reso con la scrittura: catturare e descrivere mondi nascosti e sconosciuti che hanno rappresentato ai più la vera vita, per secoli. La differenza tra i due sta nelle sfumature che Levi riesce a trasmettere con maggiore attenzione grazie all'utilizzo della scrittura, rispetto alla poesia visiva di De Seta che richiede invece maggior attenzione dello spettatore. Infatti, le immagini sono talmente belle e poetiche, i gesti talmente veloci e sapienti, che potrebbero far dimenticare allo spettatore superficiale le condizioni di quella vita fatta di solitudine, di lotta e di rispetto per la natura, il sole cocente, la schiena a pezzi, la fame atavica, i calli alle mani:
"il loro tempo è misurato su quelle delle migrazioni stagionali, su quello della ricerca del pascolo, dell'acqua. L'anima di questi uomini è rimasta primitiva. Quello che è giusto per la loro legge, non lo è per quella del mondo moderno. Per loro contano solo i vincoli della famiglia, della comunità. Tutto il resto è incomprensibile, ostile. Anche lo Stato che è presente con i Carabinieri, le carceri".
Si presentano immediatamente i fattori che accomunano le civiltà contadine di Levi e di De Seta: la stessa ostilità per le istituzioni, lo Stato e i suoi metodi repressivi; la diversa concezione del tempo misurato dalla natura; l'esistenza di altre leggi e valori estranei al mondo moderno; l'intimo rapporto con la natura, in lotta e alla mercè di essa; i forti legami di comunità; la chiusura e la perenne immobilità. Condizioni che hanno contribuito a modellare da sempre una civiltà contadina che si è riprodotta similmente nelle diverse longitudini, fino a che la modernità non ha bussato alla porta. Civiltà e culture millenarie oggi andate in gran parte perdute.
Nel descrivere quel mondo contadino tramite la sua vita quotidiana, le vite particolari, gli usi, i paesaggi e la natura, Levi è utile oggi per mantenere fermi alcuni punti di quel mondo che seppur "magico" e affascinante era duro, spietato come la natura, fortemente umano. Ci serve oggi per non dimenticare da dove veniamo e dove vogliamo andare, per non dimenticare che la via della montagna è stata abbandonata per quella della città anche per andare a studiare, che la tecnologia ha risolto più problemi di quanti ne abbia creati, che è pericoloso e oscurantista guardare a modelli vecchi per risolvere problemi attuali e futuri, senza pensare al necessario adattamento, senza proiettarli nella realtà odierna.
Ma al di là del valore storico e letterario, il libro è attualissimo per il metodo empatico che sfruttando la prosa letteraria riesce a farci capire il senso di un'altra civiltà. Il senso che ha avuto un altro mondo.
Nel descrivere quel mondo contadino tramite la sua vita quotidiana, le vite particolari, gli usi, i paesaggi e la natura, Levi è utile oggi per mantenere fermi alcuni punti di quel mondo che seppur "magico" e affascinante era duro, spietato come la natura, fortemente umano. Ci serve oggi per non dimenticare da dove veniamo e dove vogliamo andare, per non dimenticare che la via della montagna è stata abbandonata per quella della città anche per andare a studiare, che la tecnologia ha risolto più problemi di quanti ne abbia creati, che è pericoloso e oscurantista guardare a modelli vecchi per risolvere problemi attuali e futuri, senza pensare al necessario adattamento, senza proiettarli nella realtà odierna.
Ma al di là del valore storico e letterario, il libro è attualissimo per il metodo empatico che sfruttando la prosa letteraria riesce a farci capire il senso di un'altra civiltà. Il senso che ha avuto un altro mondo.
Cristo si è fermato ad Eboli è un libro che ha superato la prova del tempo per la sua capacità di generare e vedere senso. Per l'abilità di Levi di raccontare una società, che è quella contadina, ma che sarebbe potuta essere qualsiasi altra in cui si entra in silenzio, con gli occhi aperti di meraviglia e con sincera partecipazione. Non un narratore neutrale, ma attore empatico con l'intento, e lo spessore, di raccontare la vita partendo dalle singole vite.
E' uno sporcarsi le mani e molto di più, è un vivere, con-vivere, in una famiglia, un luogo, una città, un paese. Non è il reportage fugace, ma il desiderio di capire e di condividere innanzitutto. Poi eventualmente raccontare. Ma il primo bisogno è quello di cibarsi di altre vite per curiosità intellettuale e non per ambizione letteraria.
Nel lavoro di Levi la ricerca della obiettività deriva proprio dal rapporto empatico che si instaura con i contadini, in grado di do(mi)nare la molteplicità di punti di vista esistenti, raccontare a fondo tutti gli aspetti, viaggiarci dentro, per avere un set di conoscenze tale da far emergere dai particolari il senso, il percorso, i meccanismi, i tracciati delle interazioni del mondo. Non mettere in risalto un singolare punto di vista sul mondo ma capire l'interazione di tutti i punti di vista tra loro.
Come dice Calvino "quest'uomo che si dice sempre che mette se stesso al centro d'ogni narrazione, che fa scaturire sempre attorno alla sua presenza incontri straordinari, è poi lo scrittore più dedito alle cose, al mondo oggettivo, alle persone. Il suo metodo è di descrivere con rispetto e devozione ciò che vede, con uno scrupolo di fedeltà che gli fa moltiplicare particolari e aggettivi. La sua scrittura è un puro strumento di questo suo rapporto amoroso col mondo, di questa fedeltà agli oggetti della sua rappresentazione".
Un tale metodo applicato a mille storie con-vissute, quindi autobiografiche, evidenzia le tipicità che ci accomunano, il comune denominatore di tutte le individualità:
"L'aver scoperto che anch'io avevo dei legami di sangue su questa terra pareva colmasse piacevolmente, ai loro occhi, una lacuna. Il vedermi con una sorella muoveva uno dei loro più profondi sentimenti: quello della consanguineità, che, dove non c'è senso di Stato nè di religione, tiene, con tanta maggiore intensità il posto di quelli. Non è l'istituto familiare, vincolo sociale, giuridico e sentimentale; ma il senso sacro, arcano e magico di una comunanza.[...] Le donne ci salutavano, e ci coprivano di benedizioni: - Benedetto il ventre che vi ha portati! - Benedette le mammelle che vi hanno allattati! -Le vecchie sdentate sulle porte cessavano per un momento di filare la lana, per mormorarci le loro sentenze: -Frate e sore, core e core -. Luisa, che aveva portata con sè la sua naturale atmosfera razionale e cittadina, non cessava di stupirsi di un così strano entusiasmo per il fatto, così semplice, che io avessi una sorella".Questo modo di raccontare utilizza anche aneddoti per descrivere l'armonia ed il filo delle cose che esprimono, nel loro percorso, il senso ambiguo di un'epoca, la sua complessità, si riesce a raccontare il mondo partendo da una storia in relazione a tante altre, e ricavando l'oggettività del mondo così generata si apprezza l'unicità di ciascuna storia. Ovvero il lettore è posto in una duplice prospettiva: di una vita che si singolarizza, diventa unica, e di una universalità del vissuto che si struttura nelle vite particolari.
Per concludere con le parole di Sartre:
"Ma ogni volta, dietro l'irriducibile singolarità del fatto raccontato, si può intravedere tutto un mondo - il nostro mondo - in quanto si esprime e si realizza nella qualità fuggitiva di una presenza subito dileguata. Darò a tutto questo il nome di senso, in contrapposizione ai significati. Il senso, ovvero l'incarnarsi del tutto in ciascuna parte, ecco ciò che conferisce ai discorsi di Carlo Levi un fascino inimitabile".
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giovedì 4 novembre 2010
Matrimonio alla francese 1/2
Arthhur e Gabriela sono giovani e miei coetani, e per questo, come capita in eventi così importanti, sono anche uno specchio. Uno specchio transnazionale dei propri percorsi di vita il cui confronto è inevitabile.
Arthur e Gabriela hanno venticinque anni, sono figli e futuri rappresentanti della classe media francese, entrambi cresciuti a Strasburgo, in Alsazia, entrambi trasferitisi a Parigi per studiare e poi per lavorare: lui giornalista a Europe1, lei insegnante di ruolo alle scuole elementari. Lavoratori, istruiti, 25 anni, appena sposati. Cosa rara oggi in Italia per una coppia giovane e psicologicamente "precaria" mentre in Francia grazie anche alle fortissime politiche familiari, e all'assenza di precarietà contrattuale, è pratica e mentalità diffusa sposarsi, convivere e fare figli con la dovuta spensieratezza dell'entusiamo giovanile. Con leggerezza, senza rumore e stupore altrui, ma con il sentimento della scoperta e il fascino dell'avventura.
Qualcosa di molto diverso rispetto al pesante e lungo cerimoniale italiano, che spesso prevede l'annuncio alle famiglie con un anno di anticipo per aiutarle ad accettare l'idea, una tappa intermedia rappresentata dalla promessa di fidanzamento (nei casi estremi), ed immense energie spese in regali e formalità organizzative, con relativi costi, che scoraggerebbero chiunque a farsi un'idea accattivante della vita di coppia, del viaggio da fare verso il futuro.
Arthur e Gabriela hanno deciso di sposarsi solo due mesi prima, a fine estate come buon proposito dell'anno che verrà e detto fatto: è bastato fare le carte alla Mairie, un giro di e-mail agli amici e avvisare le famiglie della decisione presa.
Realizzatosi il miracolo repubblicano tramite la creazione del neo-nucleo familiare, la giornata è stata divisa in due: il pranzo con parenti e testimoni, e la sera una festa a casa con gli amici, invitati a portare da bere. Un matrimonio senza stress, senza fotografi invasivi e opprimenti, senza giro dei tavoli per scambiare con tutti una parola, alcuna torta da tagliare, ma solo una grande festa da condividere con gli altri. Amici cari, conoscenti e imbucati. In perfetto stile festa di laurea.
Un momento in cui si è esorcizzato collettivamente il passaggio sostanziale verso la maturità coincidente con la fine degli studi, l'inizio del lavoro, l'essere indipendenti. Un momento di trapasso generazionale, in cui per un attimo di estrema lucidità ho rivisto, nel tentativo di esorcizzarli, atteggiamenti e situazioni adolescenziali.
Come guardando una vecchia fotografia in cui riaffiorano alla memoria vecchie sensazioni sopite e mai dimenticate, nel pieno della festa, tra le braccia agitate verso l'alto ho visto lo specchio del tempo che passa, cresce, si evolve. Ad illuminare la stanza, come una luce di Caravaggio, un contrasto di Salgado, una schiarita di Hopper, le canzoni dei miei dodici-tredici anni, dalle Spice Girls agli Aqua!
Compilation-revivals degli anni Novanta che risvegliando la memoria sonora mi hanno fatto pensare al tempo passato e alla testimonianza collettiva che stavamo vivendo.
In effetti, a che serve una festa se non a celebrare un passaggio appena compiuto che va condiviso ed esorcizzato con chi ha vissuto il tuo stesso percorso affinché possa essere da tutti accettato? E in primis dai diretti interessati.
Un matrimonio, un rito, che per concretizzarsi ha bisogno di essere pubblico, sociale, celebrato. E' grazie al ruolo dei testimoni, ovvero degli amici, che si ratifica e convalida tale momento: l'avvenimento diventa reale ed effettivo proprio perché condiviso, mentre se rimanesse solo tra i due sposi ci sarebbe il rischio di conservare un'effimera promessa.
Un passaggio che non lascia indifferenti, ma che tocca in maniera tribale anche i sentimenti, prima non percepiti e ora condivisi, di chi vi ha partecipato. Uno stato d'animo prima non maturato perché immerso in una dimensione e in un flusso percepibili solo da chi ci era già passato.
Una festa che è un'esternazione, un grido di partenza, il fischio di un treno verso una nuova maturità vissuta come il pelo della barba solo adesso curata, un abbraccio più lungo, una sveglia non rinviata. La vita che esplodeva in mille direzioni trova canali in cui liquefarsi scivolando per pendici di storie che noi stessi abbiamo creato. Nulla si distrugge e nulla si crea, tutto si trasforma, e non è da meno la vita che ora prende forma.
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domenica 17 ottobre 2010
domenica 10 ottobre 2010
Albaycin: lotta di bianco e di nero
Una lotta sensuale tra le ombre di nero e il bianco accecante al quale si nascondono.
Un abbraccio sucio e romantico.
Una discesa nella parte baja, nel sole delle tre, nel massimo della luce.


















Un abbraccio sucio e romantico.
Una discesa nella parte baja, nel sole delle tre, nel massimo della luce.
giovedì 30 settembre 2010
Ritorno in seconde case
Il piacere di sedere e sentire le acque del Bosforo è qualcosa di non cancellabile. Le correnti scorrono in apparenza docili e tranquille, come le vite di amici e conoscenti, creando mulinelli in particolari punti profondi e sensibili. Il corso delle acque procede lungo uno stretto fatto di fasi, doveri e aspettative più stabili del previsto.
Ricerco le atmosfere vissute ritrovando amici che fortunatamente non sono cambiati sì velocemente, ma che come le correnti del Bosforo cambiano in profondità rimanendo stabili e placidi in superficie.

L'area di immensità della città permane sulle acque tra i due continenti, con le colline di palazzi e boschi preservati dai parchi militari, giovani e vecchi, bambini ed innamorati ne sono, come me, ancora attratti ed ipnotizzati. Di notte come di giorno. I suoi tramonti come i suoi riflessi nell'oscurità.

In questa immensa area urbana ci si sente a casa quando si sa cosa fare e dove andare, come perdersi, e dove lasciarsi trasportare. Ovvero quando ci si muove con dimistichezza senza essere travolti dai flussi urbani che sfociano nel suo canale principale.
La completa disinvoltura negli spazi cittadini è la stessa di quella che precedeva la partenza, come se non fossi mai partito, con la familiarità della lingua ancora non scomparsa, con le abitudini quotidiane come vecchie di cent'anni, con i rapporti fraterni ancora non interrati.
Tornare a Istanbul dopo due anni ha il sapore del çay appena preso, ha gli odori che riaprono in un attimo la porta del nostro essere in un mondo ben conosciuto. Significa ritrovare persone che, parallelamente a me, hanno fatto gli stessi percorsi con aspettative simili e di fronte agli stessi interrogativi.
Tutti gli amici maschi hanno terminato l'università e svolto il servizio militare in un paese che da anni è in guerra nei confini del sud-est. Fortunatamente tutti sono tornati interi. Hanno cominciato a lavorare, hanno avuto nuovi amori e nuove idee, ma con la naturalezza dei rapporti che hanno condiviso qualcosa di importante, ci si ritrova a parlare come se ci fossimo lasciati solo due giorni prima. Ubeyd ha lavorato circa un anno in Garanti, un importante istituto finanziario, ed è partito militare per Afyon, si è lasciato con Mary, ma spera di rivederla ora che è in partenza per la Germania per svolgere un master di due anni. Mehmet lavora da circa due anni in AkBank, ha fatto anche lui il militare e insegue nuovi amori con la speranza di viaggiare un po' di più. Recep ha quasi finito l'Università, ha passato sei mesi a Madrid per l'Erasmus e spera di fare un master in Europa e restarci a lavorare per evitare il servizio militare. Emin lo si incontra ancora nelle notti da bar che balla per scacciare demoni ancora non individuati. Max è rientrato in Germania per fare il capoufficio a Dresda per Der Spiegel, Tom è tornato in Polonia a lavorare con lo zio, che è un ricco industriale, dopo essere arrivato inseguendo improbabili amori conosciuti su treni per smerciare tappeti, Ercan è diventato attore e gira con la sua nuova compagnia di teatro, Alex vive ancora al CAF anche se di inverno non hanno il riscaldamento e con quelli del Badehane bazzica ancora nei vicoli di Tunel.
Forse tra connazionali non sarebbe successo, forse se fossimo stati più vicini e raggiungibili avrebbe significato un implicito disinteresse a restare in contatto, ma qui nonostante la distanza e l'oggettiva difficoltà a venirmi a trovare in Europa, tutto è come prima.
Stesse sensazioni quando ho riattraversato i vicoli dell'Albaycin, invaso dalle memorie olfattive, dall'accento andaluso, per poi perdermi nella luce riflessa dei suoi vicoli. In quell'incastro di bianco e di nero, una lotta che acceca nei due estremi, abbagliando o nascondendo alla vista.

Una città certamente più piccola di Istanbul, ma ugualmente viva, la cui unicità è rappresentata proprio da quel centro storico fatto di vicoletti e case bianche che si arrampicano sulla collina dirimpetto all'Alambra.
Un immenso spazio pedonale che costituisce il centro città, con una vista su colline verdi raggiungibili a piedi in soli venti minuti. Un'integrazione con lo spazio naturale circostante che schiude, secondo me, la bellezza principale della città andalusa.

Un esempio di città in bilico tra tradizione e modernità che cammina sulla cresta di un promontorio che nasconde all'interno della sua zona franca una pericolosa speculazione turistica, opportunità e minaccia allo stesso tempo.

Anche qui sembra di aver salutato solamente la sera precedente gli amici ritrovati dopo un anno, piccoli cambiamenti a fronte di sguardi e sorrisi che sono rimasti intatti. Gesti quotidiani coperti da uno strato di polvere che altro non è che il tempo che passa rivelando abitudini immutate.
In realtà sotto lo strato superficiale dei gesti, al di là dell'immagine di una città che appare uguale a se stessa, l'apparente immobilità contiene fiumi sotterranei di cambiamenti. Una sensazione che dà prova della veridicità dei rapporti che si erano instaurati.
Lo scorrere del Bosforo contiene correnti che ipnotizzano come le braci di un camino: è il sentimento di evasione che si ha nell'osservarlo che ti fa dimenticare della vita che ti scorre accanto; così i vicoli dell'Albaycin sono un dedalo di strade senza tempo in cui perdersi quando necessario. La sua intimità lo rende tanto amato.
Sono queste sensazioni subito ritrovate di pace e serenità che ti fanno sentire di nuovo a casa. Case cercate e ritrovate che sono divenuti luoghi dello spirito, tappe nelle quali ritrovarsi per acquistare il senso del cammino percorso, segnare la tacca di un percorso più lungo e più amplio.
Nel sentirsi subito a casa come se non fossi mai partito sono necessari gli amici che rappresentano un cordone ombelicale mai tagliato, rapporti d'amicizia che sono ponti tra mondi apparentemente lontani. La città la senti tua quando con una breve visita ne allontani la distanza, quando tornare ha scacciato la paura di non ritrovarsi in quei luoghi divenuti tanto cari.
Tornare nei vicoli dell'Albaycin, tornare in contemplazione del Bosforo, non ha significato avere quell'attimo di sospensione e smarrimento del ritorno nel nuovo posto, perchè fortemente vissuti, fortemente assorbiti.
Le partenze sono momenti di tensione che si scaricano completamente solo al successivo ritorno. Tornando si scarica la tensione, assicurandosi la tranquillità di chi non ha paura di perdere nel fondo della memoria i luoghi tanto amati. Come quando si lascia una persona e la paura principale è di dimenticarne il volto, l'odore, le espressioni, i dettagli, la sensazione di serenità qui sta nell'osservare che molte cose non sono cambiate, e quelle nuove sono ancora interpretabili.
Nel concentrarci troppo sulla partenza, un'esplosione di emozioni che mette fine ad un periodo importante, dimentichiamo che possiamo avere anche un ritorno che insegni a gestire più posti dell'animo, ad avere più case, ad avere ricordi a cui aggrapparsi per poi essere guidati nel processo di riflessione.
Il ritorno lo riconosci negli odori ritrovati, nella luce ritovata, nei piccoli angoli solo tuoi che non sono cambiati, nelle piccole novità apprezzabili solo a chi già ne conosceva l'importanza.
Tornare per capire se abbiamo fatto le scelte giuste, per mantenere i fili delle reti umane, per non far prendere il sopravvento della nostalgia sulle novità e sulle nuove partenze.
Il ricordo lo riconosci nel senso di evasione e di sperduto ritrovamento che ti é dato dallo scorrere infinito del Bosforo di notte. Dalla naturalezza delle chiacchiere all'ombra della moschea di Kasim Pasa, dal placarsi degli spiriti in un vortice di luci che sono le fessure dell'Hammam. Il ricordo lo riconosci nel dondolìo ininterrotto all'ombra di una persiana. Il ritorno lo ritrovi nei sorrisi più pacati.
Il ritorno é necessario per andare avanti. Tramite una nuova opera e un nuovo inizio lanciato dalla constatazione di quello che è passato.
Ricerco le atmosfere vissute ritrovando amici che fortunatamente non sono cambiati sì velocemente, ma che come le correnti del Bosforo cambiano in profondità rimanendo stabili e placidi in superficie.
L'area di immensità della città permane sulle acque tra i due continenti, con le colline di palazzi e boschi preservati dai parchi militari, giovani e vecchi, bambini ed innamorati ne sono, come me, ancora attratti ed ipnotizzati. Di notte come di giorno. I suoi tramonti come i suoi riflessi nell'oscurità.
In questa immensa area urbana ci si sente a casa quando si sa cosa fare e dove andare, come perdersi, e dove lasciarsi trasportare. Ovvero quando ci si muove con dimistichezza senza essere travolti dai flussi urbani che sfociano nel suo canale principale.
La completa disinvoltura negli spazi cittadini è la stessa di quella che precedeva la partenza, come se non fossi mai partito, con la familiarità della lingua ancora non scomparsa, con le abitudini quotidiane come vecchie di cent'anni, con i rapporti fraterni ancora non interrati.
Tornare a Istanbul dopo due anni ha il sapore del çay appena preso, ha gli odori che riaprono in un attimo la porta del nostro essere in un mondo ben conosciuto. Significa ritrovare persone che, parallelamente a me, hanno fatto gli stessi percorsi con aspettative simili e di fronte agli stessi interrogativi.
Tutti gli amici maschi hanno terminato l'università e svolto il servizio militare in un paese che da anni è in guerra nei confini del sud-est. Fortunatamente tutti sono tornati interi. Hanno cominciato a lavorare, hanno avuto nuovi amori e nuove idee, ma con la naturalezza dei rapporti che hanno condiviso qualcosa di importante, ci si ritrova a parlare come se ci fossimo lasciati solo due giorni prima. Ubeyd ha lavorato circa un anno in Garanti, un importante istituto finanziario, ed è partito militare per Afyon, si è lasciato con Mary, ma spera di rivederla ora che è in partenza per la Germania per svolgere un master di due anni. Mehmet lavora da circa due anni in AkBank, ha fatto anche lui il militare e insegue nuovi amori con la speranza di viaggiare un po' di più. Recep ha quasi finito l'Università, ha passato sei mesi a Madrid per l'Erasmus e spera di fare un master in Europa e restarci a lavorare per evitare il servizio militare. Emin lo si incontra ancora nelle notti da bar che balla per scacciare demoni ancora non individuati. Max è rientrato in Germania per fare il capoufficio a Dresda per Der Spiegel, Tom è tornato in Polonia a lavorare con lo zio, che è un ricco industriale, dopo essere arrivato inseguendo improbabili amori conosciuti su treni per smerciare tappeti, Ercan è diventato attore e gira con la sua nuova compagnia di teatro, Alex vive ancora al CAF anche se di inverno non hanno il riscaldamento e con quelli del Badehane bazzica ancora nei vicoli di Tunel.
Forse tra connazionali non sarebbe successo, forse se fossimo stati più vicini e raggiungibili avrebbe significato un implicito disinteresse a restare in contatto, ma qui nonostante la distanza e l'oggettiva difficoltà a venirmi a trovare in Europa, tutto è come prima.
Stesse sensazioni quando ho riattraversato i vicoli dell'Albaycin, invaso dalle memorie olfattive, dall'accento andaluso, per poi perdermi nella luce riflessa dei suoi vicoli. In quell'incastro di bianco e di nero, una lotta che acceca nei due estremi, abbagliando o nascondendo alla vista.
Un immenso spazio pedonale che costituisce il centro città, con una vista su colline verdi raggiungibili a piedi in soli venti minuti. Un'integrazione con lo spazio naturale circostante che schiude, secondo me, la bellezza principale della città andalusa.
Un esempio di città in bilico tra tradizione e modernità che cammina sulla cresta di un promontorio che nasconde all'interno della sua zona franca una pericolosa speculazione turistica, opportunità e minaccia allo stesso tempo.
Anche qui sembra di aver salutato solamente la sera precedente gli amici ritrovati dopo un anno, piccoli cambiamenti a fronte di sguardi e sorrisi che sono rimasti intatti. Gesti quotidiani coperti da uno strato di polvere che altro non è che il tempo che passa rivelando abitudini immutate.
In realtà sotto lo strato superficiale dei gesti, al di là dell'immagine di una città che appare uguale a se stessa, l'apparente immobilità contiene fiumi sotterranei di cambiamenti. Una sensazione che dà prova della veridicità dei rapporti che si erano instaurati.
Lo scorrere del Bosforo contiene correnti che ipnotizzano come le braci di un camino: è il sentimento di evasione che si ha nell'osservarlo che ti fa dimenticare della vita che ti scorre accanto; così i vicoli dell'Albaycin sono un dedalo di strade senza tempo in cui perdersi quando necessario. La sua intimità lo rende tanto amato.
Sono queste sensazioni subito ritrovate di pace e serenità che ti fanno sentire di nuovo a casa. Case cercate e ritrovate che sono divenuti luoghi dello spirito, tappe nelle quali ritrovarsi per acquistare il senso del cammino percorso, segnare la tacca di un percorso più lungo e più amplio.
Nel sentirsi subito a casa come se non fossi mai partito sono necessari gli amici che rappresentano un cordone ombelicale mai tagliato, rapporti d'amicizia che sono ponti tra mondi apparentemente lontani. La città la senti tua quando con una breve visita ne allontani la distanza, quando tornare ha scacciato la paura di non ritrovarsi in quei luoghi divenuti tanto cari.
Tornare nei vicoli dell'Albaycin, tornare in contemplazione del Bosforo, non ha significato avere quell'attimo di sospensione e smarrimento del ritorno nel nuovo posto, perchè fortemente vissuti, fortemente assorbiti.
Le partenze sono momenti di tensione che si scaricano completamente solo al successivo ritorno. Tornando si scarica la tensione, assicurandosi la tranquillità di chi non ha paura di perdere nel fondo della memoria i luoghi tanto amati. Come quando si lascia una persona e la paura principale è di dimenticarne il volto, l'odore, le espressioni, i dettagli, la sensazione di serenità qui sta nell'osservare che molte cose non sono cambiate, e quelle nuove sono ancora interpretabili.
Nel concentrarci troppo sulla partenza, un'esplosione di emozioni che mette fine ad un periodo importante, dimentichiamo che possiamo avere anche un ritorno che insegni a gestire più posti dell'animo, ad avere più case, ad avere ricordi a cui aggrapparsi per poi essere guidati nel processo di riflessione.
Il ritorno lo riconosci negli odori ritrovati, nella luce ritovata, nei piccoli angoli solo tuoi che non sono cambiati, nelle piccole novità apprezzabili solo a chi già ne conosceva l'importanza.
Tornare per capire se abbiamo fatto le scelte giuste, per mantenere i fili delle reti umane, per non far prendere il sopravvento della nostalgia sulle novità e sulle nuove partenze.
Il ricordo lo riconosci nel senso di evasione e di sperduto ritrovamento che ti é dato dallo scorrere infinito del Bosforo di notte. Dalla naturalezza delle chiacchiere all'ombra della moschea di Kasim Pasa, dal placarsi degli spiriti in un vortice di luci che sono le fessure dell'Hammam. Il ricordo lo riconosci nel dondolìo ininterrotto all'ombra di una persiana. Il ritorno lo ritrovi nei sorrisi più pacati.
Il ritorno é necessario per andare avanti. Tramite una nuova opera e un nuovo inizio lanciato dalla constatazione di quello che è passato.
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