Mi convinco di aver preso il libro giusto dall'incipit della prima pagina dove Levi descrive il mondo che si appresta a rievocare: "un mondo serrato nel dolore e negli usi, negato alla Storia e allo Stato, eternamente paziente; a quella mia terra senza conforto e dolcezza, dove il contadino vive, nella miseria e nella lontananza, la sua immobile civiltà, su un suolo arido, nella presenza della morte"(pag.1).
Emerge subito l'impressione di entrare in un mondo duro, in una società ferma e immobile sempre uguale a se stessa, avulsa dal resto del Mondo, che ignora cosa sia la Storia:
"Le stagioni scorrono sulla fatica contadina, oggi come tremila anni prima di Cristo: nessun messaggio umano o divino si è rivolto a questa povertà refrattaria. Parliamo un diverso linguaggio: la nostra lingua è qui incomprensibile"(pag.2).
Nel descrivere quel mondo contadino tramite la sua vita quotidiana, le vite particolari, gli usi, i paesaggi e la natura, Levi è utile oggi per mantenere fermi alcuni punti di quel mondo che seppur "magico" e affascinante era duro, spietato come la natura, fortemente umano. Ci serve oggi per non dimenticare da dove veniamo e dove vogliamo andare, per non dimenticare che la via della montagna è stata abbandonata per quella della città anche per andare a studiare, che la tecnologia ha risolto più problemi di quanti ne abbia creati, che è pericoloso e oscurantista guardare a modelli vecchi per risolvere problemi attuali e futuri, senza pensare al necessario adattamento, senza proiettarli nella realtà odierna.
Ma al di là del valore storico e letterario, il libro è attualissimo per il metodo empatico che sfruttando la prosa letteraria riesce a farci capire il senso di un'altra civiltà. Il senso che ha avuto un altro mondo.
Cristo si è fermato ad Eboli è un libro che ha superato la prova del tempo per la sua capacità di generare e vedere senso. Per l'abilità di Levi di raccontare una società, che è quella contadina, ma che sarebbe potuta essere qualsiasi altra in cui si entra in silenzio, con gli occhi aperti di meraviglia e con sincera partecipazione. Non un narratore neutrale, ma attore empatico con l'intento, e lo spessore, di raccontare la vita partendo dalle singole vite.
E' uno sporcarsi le mani e molto di più, è un vivere, con-vivere, in una famiglia, un luogo, una città, un paese. Non è il reportage fugace, ma il desiderio di capire e di condividere innanzitutto. Poi eventualmente raccontare. Ma il primo bisogno è quello di cibarsi di altre vite per curiosità intellettuale e non per ambizione letteraria.
Nel lavoro di Levi la ricerca della obiettività deriva proprio dal rapporto empatico che si instaura con i contadini, in grado di do(mi)nare la molteplicità di punti di vista esistenti, raccontare a fondo tutti gli aspetti, viaggiarci dentro, per avere un set di conoscenze tale da far emergere dai particolari il senso, il percorso, i meccanismi, i tracciati delle interazioni del mondo. Non mettere in risalto un singolare punto di vista sul mondo ma capire l'interazione di tutti i punti di vista tra loro.
Come dice Calvino "quest'uomo che si dice sempre che mette se stesso al centro d'ogni narrazione, che fa scaturire sempre attorno alla sua presenza incontri straordinari, è poi lo scrittore più dedito alle cose, al mondo oggettivo, alle persone. Il suo metodo è di descrivere con rispetto e devozione ciò che vede, con uno scrupolo di fedeltà che gli fa moltiplicare particolari e aggettivi. La sua scrittura è un puro strumento di questo suo rapporto amoroso col mondo, di questa fedeltà agli oggetti della sua rappresentazione".
Per concludere con le parole di Sartre:
"Ma ogni volta, dietro l'irriducibile singolarità del fatto raccontato, si può intravedere tutto un mondo - il nostro mondo - in quanto si esprime e si realizza nella qualità fuggitiva di una presenza subito dileguata. Darò a tutto questo il nome di senso, in contrapposizione ai significati. Il senso, ovvero l'incarnarsi del tutto in ciascuna parte, ecco ciò che conferisce ai discorsi di Carlo Levi un fascino inimitabile".