venerdì 29 gennaio 2010

Storie marsigliesi - I/II


Questo è il primo di due post di approfondimento sulla città di Marsiglia e sulla Francia in generale. Il brano che vi propongo è un reportage sui forti cambiamenti che sta vivendo la città, è il tentativo di raccontare gli animi e le atmosfere che resistono e sono oggetto di cambiamento. Visioni nascoste di una città unica nel suo essere ancora popolare, cosmopolita e in generale "poco francese" secondo i classici stereotipi italiani.

Designata nel 2013 come capitale europea della cultura, la seconda città francese è sottoposta da anni a un piano di riqualificazione. Ma la borghesia non si fida e resta lontana dal centro storico, dove poveri e immigrati resistono come possono.




Marsiglia cambia pelle*

di Andrea Bottalico


Agli occhi di molti francesi, Marsiglia appare come un grave errore di fabbricazione. Una città di periferia (seppure sia il primo centro portuale del paese), che non ha nulla da spartire con la Francia continentale. Questo formicaio conficcato nel mediterraneo è il risultato di un groviglio di eventi perduti nei secoli. Blaise Cendrars scriveva che “la storia di Marsiglia è segreta”. C’è stato un tempo in cui questa città non aveva nome. Lungo la Canebiere, all’altezza in cui furono assassinati il re Alessandro I di Jugoslavia e il Ministro degli Esteri Louis Barthou nel 1934, sulla facciata della Camera di Commercio si legge a lettere cubitali una frase emblematica: “Gli attori economici sostengono Marseille Provence 2013”. Altri quattro anni e la città sarà consacrata come capitale europea della cultura. Oltre al grande evento tanto atteso, sono in atto una serie di progetti che mirano alla bonifica di alcuni quartieri e al rinnovamento della città, in definitiva al cambiamento della sua immagine poco raccomandabile. Si tratta del Projet Euromediterranèe, un’operazione avviata intorno alla metà degli anni Novanta che interessa un territorio che ospiterà la maggior parte degli “eventi culturali” di Marseille Provence 2013. Ma quali sarebbero questi attori economici? I poteri pubblici (stato,ministero della cultura, enti locali e unione europea) con un finanziamento di circa ottocento milioni di euro, mentre gli investimenti privati si aggirano intorno ai cinque miliardi. Negli ultimi quindici anni sono stati investiti in tutto circa sette miliardi di euro. La strategia è quella standardizzata e nota a molte altre città europee. La designazione di capitale europea della cultura per molti marsigliesi non è altro che una copertura, un diversivo alimentato dalla propaganda istituzionale, incentrata sulla manipolazione dell’idea di “cultura popolare”, concetto riassunto nell’appagante immagine “della convivenza di popoli, individui ed etnie di differente nazionalità e religione” di cui Marsiglia dovrebbe essere l’esempio. Ma gli stessi soggetti che vogliono farla passare come un modello d’integrazione operano per distruggere la struttura sociale, e in un certo senso il tessuto culturale della città. Tra la fine di agosto e l’inizio di settembre la città era assopita. A Belsunce, il quartiere dei grossisti che si espande a destra della stazione Saint Charles, nessuno aveva voglia di parlare e le donne camminavano con il fiatone. In silenzio si dirigevano le folle solitarie di uomini alla moschea, mentre il venerdì, verso le due del pomeriggio, i fedeli si accalcavano per pregare in una stradina nei pressi dell’ex teatro Alcazar, inginocchiati in direzione della Mecca, con le gambe incrociate, i piedi scalzi e gli occhi che non guardavano da nessuna parte. Tutti erano incantati da una voce austera, ma non si capiva bene da dove provenisse. A due passi da lì, sgommavano le macchine della polizia a sirene spiegate lungo la Canebiere. Era il periodo del Ramadan. Il ristorante di Mohamed, che in realtà è un salone di accaniti giocatori di domino che sbattono i pugni sui tavolini, aveva la saracinesca abbassata. Al mercato di Noailles, gli empori che di solito vendono roba da mangiare avevano allestito delle bancarelle piene di dolciumi al miele ben sorvegliati dalle api che ci ronzavano intorno. I bambini strattonavano la veste delle madri… Un giorno Mohamed mi ha detto: «Ci sono circa due milioni di topi a Marsiglia, un milione in più rispetto alla popolazione. Il comune ha fatto il censimento l’anno scorso».

Uno dei tanti obiettivi del progetto Euromed è quello di offrire a Marsiglia un volto nuovo: cantieri, colate di cemento, palazzi in acciaio e vetro, negozi di alta gamma, centri commerciali, uffici, alberghi di lusso,appartamenti da ristrutturare e banche, ammodernamento di interi edifici e la creazione di un quartiere d’affari (stile la Defense di Parigi) nei pressi del porto commerciale della Joliette, battezzato, per l’appunto, Euro-mediterranèe. Un perimetro di circa cinquecento ettari è compromesso dai lavori in corso. Si tratta di sradicare le erbacce e costruire “una nuova città nella città” (che con la vera città non ha nulla a che fare) in una vasta zona che si estende a nord del Vieux Port fino alla Belle de Mai (sobborgo operaio in passato “italiano”, alle spalle della stazione ferroviaria) passando per la Joliette e la stazione Saint Charles.

Attualmente il progetto Euromed è la più vasta operazione di rinnovamento urbano in Europa. Lo stravolgimento del tessuto sociale e della conformazione urbanistica si fa visibile con la strategia di epurazione messa in atto da più di un decennio dall’amministrazione comunale. L’intenzione è chiara: sbarazzarsi della massa informe di immigrati e poveracci, e rendere il centro appetibile alla borghesia locale, ai capitali stranieri e ai turisti affamati di spettacoli e Cultura. In questa prospettiva va considerato l’incendio nel giugno 2008 del famoso “Mercato del sole” nei pressi della Porta d’Aix, un luogo di forte aggregazione popolare situato nel perimetro coinvolto dal progetto Euromed. Ciononostante, gli obiettivi prefissati dalle istituzioni non sono stati totalmente raggiunti. Bisognerà aspettare il 2013, l’anno fatidico in cui la Marsiglia rinnovata, riabilitata e ristrutturata, diventerà a tutti gli effetti la reginetta d’Europa.

Tempo fa mi ritrovai in un bar nei pressi di rue Saint Pierre. All’esterno, intorno all’unico tavolino, vidi una donna che alzava la maglietta per mostrare il suo seno floscio a un uomo avanti con gli anni che per compassione distoglieva lo sguardo, implorandole di smetterla. Un nano al suo fianco non riusciva a trattenere la risata maligna. Lei si agitava e per un momento sembrava piangesse. All’interno del bar c’erano dei vecchi appoggiati con i gomiti sul bancone rosso mogano. L’aria era pesante, il pavimento appiccicoso e la luce foca. Qualche sorriso sguaiato, qualche litigio spento sul nascere per mancanza di forze. Un sassofonista dagli occhi a mandorla se ne stava in piedi al centro del bar: rantolava, non riusciva a parlare, ma quando apriva bocca l’aria si ritirava. Il tizio al suo fianco gli diceva: «Eh! Arret de petè! Eh!». Smettila di scoreggiare. L’avevo visto la sera prima, il sassofonista, mentre vomitava l’anima in un angolo di rue Trois Mages, e adesso eccolo davanti a me che a stento riusciva a reggersi in piedi. C’era un paraplegico sopra una sedia a rotelle in fondo al bar, che dormiva con la bocca aperta. Emanuel, un armeno, serviva da bere dietro al bancone. Quando il paraplegico si svegliò, Emanuel gli ficcò una sigaretta tra le labbra e gliela accese. A un tratto il sassofonista si voltò dondolando sui fianchi. Il viso bianco, sudato, si asciugò il muso bagnato con il polso della giacca, mi guardò di sfuggita per un attimo. Abbozzò una smorfia, direi un sorriso. Poi si avvicinò e mi confidò solennemente, scandendo bene ogni parola: «Ascoltami bene. Bisogna accarezzare il cane che ti ha morso il giorno prima…».

Il Panier, luogo storico dell’immigrazione corsa, è il quartiere situato sul versante occidentale del Vieux Port. Alcune famiglie residenti da anni sono state cacciate via. Gli artisti hanno aperto atelier di pittura e qualche galleria d’arte. Gli appartamenti ristrutturati dalle società immobiliari non sono stati venduti, non solo per via della crisi, ma perché troppo piccoli per i gusti della borghesia cittadina. Morale della favola, il Panier per il momento è pieno di case sfitte e portoni murati, una buona parte della popolazione è andata via ma in molti ci vivono ancora, e ora per quel dedalo di stradine ci passa un trenino bianco e azzurro carico di turisti entusiasti. Dietro il Forte Saint Jean, nei pressi della cattedrale, è tutto un cantiere per la realizzazione del futuro Centro regionale del Mediterraneo, diecimila metri quadri di bar, negozi, auditorium e sale d’esposizione. Non lontano, lungo le sponde, è previsto entro il 2012 un centro commerciale di quarantamila metri quadri per i turisti che arriveranno con le navi da crociera. Dall’altra parte del Panier, in alto, l’antico ospedale, l’Hotel de Dieu, per il momento abbandonato, diventerà un albergo di lusso. Nessuno avrà più motivo di immaginare la vecchia Marsiglia insolente dei bassifondi, quella di un passato mitizzato non troppo lontano, di quando era la capitale europea del traffico internazionale d’eroina, tanto per fare un esempio.

Il mercato delle pulci ha luogo ogni domenica mattina in una zona verso i quartieri nord, dopo la fermata della metro Bugainville, nei pressi di un cavalcavia. Il posto è un cumulo di mercanti pronti a vendere qualsiasi cosa visibile e invisibile. Ci sono famiglie di zingari che passano le giornate a setacciare i bidoni di spazzatura della città, raccogliendo ogni cosa utile e riciclandola al mercato a poco prezzo: bambole rotte, braccialetti, teste d’aglio cravatte, libri antichi, martelli, pantaloni, mobili, magliette di squadre di calcio bulgaro. Tempo fa mi colpì quest’immagine: una donna intenta a pulire il sederino sporco del figlio che piangeva. Ai loro piedi, sopra un lenzuolo, c’erano cianfrusaglie d’ogni tipo. Tra le pentole e le padelle incrostate, gli occhiali da vista rotti e le macchine giocattolo, i crocifissi e i rosari, gli orecchini spaiati e gli orologi, spiccavano le copertine di una trentina di riviste porno. Su una c’era una biondona e sotto c’era scritto: Mathilde aime bien sucer la bite! In teoria il mercato vero si trova all’interno di due enormi capannoni, ma ovunque nel raggio di chilometri si accalcano venditori ambulanti avvolti nel fumo della carne messa ad arrostire. Qua e là le melodie funamboliche del Rai algerino vengono sparate a tutto volume, ed è pieno di pozzanghere. Nei capannoni non passa aria: da un lato si vende frutta e verdura, pane, spezie e generi alimentari, dall’altro elettrodomestici e computer rubati, scocche di motorini e pezzi di automobili. C’è molta polvere. Nel capannone del mercato ortofrutticolo, nell’angolo in fondo a tutto, tempo fa restai per almeno una decina di minuti a osservare questa scena: un uomo prendeva due galline dalla gabbia che strillavano come due vecchie pazze; il tizio le faceva entrare in una bacinella e le galline ammutolivano all’improvviso; poi le pesava sulla bilancia e subito le passava a un altro uomo nascosto nel retrobottega; le galline, prese per le ascelle, riprendevano a gridare, si sbattevano, ma bastava un gesto semplice, con tutte e due le mani che stringevano il collo, spezzandolo, e le galline smettevano definitivamente di strillare. Scendendo per il Panier si raggiunge rue Casserie. In direzione opposta al mare si arriva in piazza Sadi Carnot (il presidente della repubblica francese assassinato a Lione dall’anarchico Sante Caserio nel 1894). Dalla piazza si riesce a scorgere la facciata della chiesa dei Carmes, lassù in alto, un quartiere abitato in passato da immigrati greci, anch’esso distrutto intorno agli anni Ottanta. Lungo il lato sinistro della piazza, si srotola silenziosa la lunga e decadente rue de la Republique. Arrivati a quell’altezza, si direbbe che ci sia stato un equivoco. Intorno è il deserto. Le luci dei lampioni foche, negozi e portoni sbarrati, una decina di banche nel giro di pochi metri. Immagini pubblicitarie rappresentano l’avvenire ideale di questo quartiere. Attività commerciali, supermercati e catene della grande distribuzione, gioiellerie, donne sorridenti con i passeggini e le borse della spesa, padri di famiglia… Per il momento sembra di ritrovarsi in una zona appena evacuata. Non c’è un’anima. Il tram ogni cinque minuti taglia la strada e smuove l’aria. Molti dei palazzi hanno le facciate ricoperte dalle impalcature. Alzando la testa, si vedono le ante delle finestre chiuse e ricoperte di fuliggine. Altri edifici sono abbandonati oppure hanno i portoni sigillati con i catenacci. Tutto sembra vuoto, o meglio svuotato prima di essere riempito da un altro liquido incolore, perché fino a qualche anno fa questo quartiere era vissuto, animato dai suoi abitanti.

La rue de la Republique collega i due porti, il Vieux Port con la Joliette, fino ai Docks e alla stazione marittima. È qui che nascerà il nuovo quartiere d’affari tutto vetri e acciaio. Da quando il Porto autonomo di Marsiglia (Pam) ha ceduto il suolo della Joliette a Euromediterranèe, da quelle parti non c’è più alcuna attività portuaria. I dirigenti del porto hanno lentamente spostato la maggior parte del traffico mercantile verso la cittadina di Fos, mentre Marsiglia si occupa principalmente delle navi passeggeri provenienti da Corsica e Algeria, e delle navi da crociera. La prossimità con il quartiere della Joliette, futuro “centro direzionale” della città, ha reso rue de la Republique un bersaglio per gli investitori stranieri. Con l’avvio di Euromed, il comune ha visto la possibilità di attirare una popolazione con un buon potere d’acquisto, che avrebbe rivalutato l’immagine del centro storico. A partire dal 2000, una buona metà della strada è passata nelle mani di diverse società immobiliari. La logica è quella di svuotare gli immobili, rinnovarli e rivendere a prezzi elevati. Gli abitanti sono stati costretti a lasciare gli appartamenti, mentre i piccoli commercianti hanno chiuso a causa dei lavori per il tram durati un paio d’anni. Attualmente due società si dividono la rue de la Republique: ANF Eurazéo e Marseille-republique. Su seicento famiglie che abitavano nella zona gestita da quest’ultima società, duecentocinquanta hanno ottenuto l’accesso agli alloggi sociali nel quartiere. Il resto è stato cacciato a pedate, in seguito a minacce e intimidazioni.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Rue de la Republique è una strada disabitata nel ventre di Marsiglia, metafora di un presente proiettato verso un “domani ancora lontano”. Si avverte di nuovo quella sensazione che provava Blaise Cendrars, seppure in termini diversi, mentre camminava solitario e inquieto lungo le sponde del Vieux Port: Il ne rest rien, tout est oublié. Tout est rentré sous terre, tout est enseveli.


*Questo reportage è apparso già sul numero di Monitor di Novembre 2009

mercoledì 20 gennaio 2010

Alex e Tiago, dal Portogallo all'Asia a zero emission


Alex e Tiago mi hanno scritto poco prima di Natale, purtroppo avendo letto il messaggio troppo tardi non ho potuto ospitarli. Un peccato. Perchè questi due ragazzi portoghesi stanno tentando un viaggio degno di nota.

Sono partiti il venti settembre dal Portogallo, armati solo di due biciclette, due tende ed un blog. Obiettivo raggiungere l'Asia con le proprie gambe, grazie al sostegno e all'incontro di molti, come una lunga catena di braccia disponibili all'aiuto. L'anima di HC che si unisce alla volontà del viaggiatore.

Dopo aver attraversato Portogallo, Spagna, Francia (passando per la Tunisia), Italia, Albania e Macedonia ora sono arrivati in Grecia sebbene ancora non si conosca il punto di arrivo. Di questo passo sicuramente potranno arrivare a lambire le coste del Pacifico entro la fine dell'anno. Anche quando si è in viaggio talvolta gli obiettivi sono importanti.

Dopo 129 giorni, 6126 km, 26 forature, due amici proseguono verso est a zero emission. Avendo mancato il loro passaggio non posso che come minimo pubblicizzarli (ho messo il loro blog tra i link a destra), con un po' di invidia e tanta ammirazione, e augurargli un grosso in bocca al lupo, sperando di incontrarli però al ritorno.


Buon viaggio.

giovedì 31 dicembre 2009

Baricco, oltre i Barbari -IV- Libri

Libri ma non solo. L'ultima parte di questa lunga riflessione, che ruota intorno a differenti temi ma con un unico filo conduttore, passa per i libri per arrivare a Wikipedia, sino all'anima delle cose.

Ancora una volta si parte da un "saccheggio", qualcosa che è cambiato e sta cambiando, ma in peggio. Baricco parte dalla crisi di qualità del mondo letterario così sintetizzata: sebbene il numero di lettori sia aumentato a dismisura in questi anni, "i lettori non sono lettori" e leggono "libri che non sono libri" il cui linguaggio si impara altrove ad esempio alla televisione o al cinema. Pagine che collezionano parole in cui si privilegia "la comunicazione all'espressione", in cui è cambiato il concetto di qualità: il tipico saccheggio barbaro. I segnali sono i libri all'edicola, i best-seller sull'autostrada, le raccolte di letteratura con il quotidiano, i megastore dove accanto ad un DVD puoi comprare con nonchalance l'ultimo libro di Totti, Bruno Vespa o Dostoevskij.

Si sa gli scrittori non sono più quelli di una volta così come gli editori:

"Prendete l'Italia degli anni Cinquanta. Erano gli anni in cui al Premio Strega andava gente come Pavese, Calvino, Gadda, Tommasi di Lampedusa, Moravia, Pasolini (ci sarebbe andato anche Fenoglio, ma dovette lasciare il posto a Calvino! Oggi non si hanno più quei problemi lì). Gli editori si chiamavano Garzanti, Einaudi, Bompiani, ed erano cognomi di persone vere! Se dobbiamo pensare a una civiltà che oggi è stata spianata dai barbari, eccola lì".
(I Barbari, pag.63)

Inutile precisare che era un mondo raffinato, elitario di un'Italia differente, globalmente peggiore, dove i pochi che scrivevano libri si conoscevano un po' tutti, il riflesso di un mondo di nicchia dove come tutte le nicchie, la qualità era alta anche perchè spiccava su un contesto provinciale e illiterato:

"Era un'Italia in cui i due terzi della popolazione parlava solo in dialetto. Il 13 per cento era analfabeta. Tra quelli che sapevano leggere e scrivere quasi il 20 per cento non aveva titolo di studio. Era un'Italia appena uscita da una guerra persa, ed era un paese in cui di tempo libero ce n'era poco, e la stessa piccola borghesia emergente non aveva ancora il surplus di reddito con cui finanziare il proprio diletto e una propria formazione culturale". (I Barbari, pag.64)

Da allora passi in avanti ne sono stati fatti eccome, mai come oggi il mondo letterario è divenuto una città aperta, mai come oggi i lettori e gli scrittori sono stati tanto numerosi. Il problema semmai è che accanto alla crescita dell'editoria di qualità, si è avuto anche una esplosione della editoria spazzatura, commerciale, che ha oscurato la crescita della prima donando quel senso di "spazzatura imperante".

Ma Baricco non vuol riconoscere che chi leggeva libri di qualità continua a farlo, oltre ad essere anche sensibilmente aumentati di numero, che hanno più scelta e danno un maggiore contributo al dibattito che si è polverizzato in infiniti modi di vedere le cose facendo sì che non esistesse più il dibattito. Basterebbe farsi un giro alla fiera della piccola e media editoria.
Il problema, a suo avviso, è che chi prima non leggeva affatto e guardava solo fiction o la domenica sportiva, adesso si ritrova a leggere il libro-intervista del calciatore appena arrivato in Italia e l'ultimo romanzo pubblicizzato al cinema. Un' invasione di campo di barbari prima delegati ad altri settori della società.

La causa ancora una volta è la democratizzazione del mezzo, invisa a Baricco, che come per il caso del vino, ha aperto le porte della sua città proibita. Quello che sarebbe un progresso diventa un imbarbarimento. Si legge di più, si scrive di più, ma considerando il rosso dell'uovo l'editoria di qualità e il bianco tutto il resto si ha che: "Il bianco è fatto di libri che non sono libri" (I Barbari, pag. 68)

Il suo qualunquismo è disarmante.

Secondo un recente rapporto della Fondazione Cotec la cultura oggi viaggia in rete grazie a "più di 12.000 blog culturali in cui si discute non solo di attualità, ma anche di storia, arte e letteratura" e il rapporto arriva addirittura ad affermare che "assistiamo ad un nuovo rinascimento culturale che trova nell'innovazione tecnologica un importante alleato", non più "spettatori passivi, ma creatori di nuove forme culturali". Negli ultimi anni si corre verso una democratizzazione sempre più spinta e orizzontale del mondo letterario e della cultura in generale, grazie ai blog, alle comunity on-line, ai quotidiani e riviste telematiche. Luoghi aperti e virtuali al cui dibattito partecipano anche gli ultimi arrivati dalla provincia dove non è necessario frequentare i salotti giusti per farsi sentire. Di conseguenza, non possono che essere influenzati positivamente anche i libri, non più indipendenti da quello che si scrive sulla rete.

Da qui il senso di apocalisse e la fine del mondo evocata da Baricco? Ha forse paura che qualcuno stia facendo traballare il piedistallo autoreferenziale del mondo letterario?

Il problema quindi non è di natura tecnologica-commerciale. La "commercializzazione spinta" allineata al "modello imperiale" non crea bisogni, ma li soddisfa: mentre negli anni Cinquanta la stragrande maggioranza della popolazione non sapeva leggere o non aveva tempo per farlo, il benessere successivo ha reso possibile l'assalto al palazzo, l'accesso a spazi prima riservati agli addetti ai lavori.

Il problema della commercializzazione e dell'ideologia imperialista americana quindi è un falso problema e difatti se ne accorge lo stesso Baricco che ad un certo punto la fa uscire di scena, con nonchalance, sebbene sia stata utile nel sostenere le argomentazioni precedenti: la prima di numerose contraddizioni. Il problema è filosofico ed è legato ad una nuova visione del mondo:

"I barbari usano il libro per completare sequenze di senso generate altrove" (I Barbari, pag. 68)

Ovvero riemerge il senso rivoluzionario della carta stampata. Il potere affidato alla parola, la parola che attacca il potere. Un libro acquista significato non per quello che è, come vorrebbe Baricco, ma per quello che dice, che comunica, per le idee che nascono altrove, in un altro tempo, nelle proprie esperienze di vita, nelle proprie riflessioni, non solo nel mondo dei libri.
Scompare "il libro che si rifà, completamente, alla grammatica, alla storia, al gusto della civiltà del libro" e che pertanto diviene povero di senso (I Barbari, pag. 69)

In un mondo globalizzato ed interconnesso, aperto, dove l'obiettivo è acquistare una lucidità sociale totale, un libro che al di là del grandissimo livello espressivo non comunica cose rilevanti, intelligenti, innovative, cose vissute, perde di senso. Perchè abbiamo sempre più bisogno di idee, di sapere quanti modi di vivere esistono e naturalmente, non si hanno idee intelligenti tutti i giorni. La vedete la democratizzazione del mezzo? La necessità di usufruire del contributo di tutti?

Si ricerca il punto di vista di chi l'esperienza l'ha avuta, di chi sporcandosi le mani ha conosciuto il bene attraverso il male. E questo nuovo modo di vedere le cose è ben rappresentato:

"Una certa rivoluzione copernicana del sapere, per cui il valore di un'idea, di un'informazione, di un dato, è legato non principalmente alle sue caratteristiche intrinseche ma alla sua storia. [...] E' come se il Senso, che per secoli è stato legato ad un'ideale di permanenza, solida e compiuta, si fosse andato a cercare un habitat diverso, sciogliendosi in una forma che è piuttosto movimento, struttura lunga, viaggio. Chiedersi cos'è una cosa, significa chiedersi che strada ha fatto fuori da se stessa" (I Barbari, pag.92).

Solo il religioso che vive di fede può non essere entusiasta di tale rivoluzione. Piangere la sacralità dei gesti, o la morte di ambienti elitari, a fronte di un sì grande processo è come piangere la morte dell'Assolutismo.

Perchè "l'essenza delle cose non dimora dentro di esse", ma nella relazione che esse hanno tra di loro. Sapere e conoscere non è più "entrare in profondità in ciò che studiamo", o meglio non solo. Per entrare in profondità, per comprendere, bisogna seguire una traiettoria ricostruendo tutti i rapporti di interazione. La comprensione totale diventa il vero innalzamento. Qui il problema filosofico è evidente e diventa una scelta di vita.

Creare uno strumento visionario come il meccanismo wiki di Wikipedia è una scelta di vita, un prendere posizione in cui si "Immagina un mondo in cui ognuno possa avere libero accesso a tutto il patrimonio della conoscenza umana"

"Wikipedia parla della capacità delle persone come noi di fare cose straordinarie. È gente come noi quella che scrive Wikipedia, una parola alla volta. È gente come noi che la sostiene. È la prova della nostra collettiva capacità di cambiare il mondo".
(Dall'appello del fondatore di Wikipedia Jimmy Wales)

Ecco il nuovo senso delle cose, le veloci avanguardie che Baricco, e molti altri, non capiscono o non vedono. Perchè non vedono queste nuove scelte di vita, non le capiscono, non le sanno interpretare e allora bollano il diverso come nomade e barbaro.

Non si vede, in questo nuovo modo di vivere, una nuova ricerca dell'anima che passa per l'incontro del diverso, per il viaggio nell'ignoto, per una scommessa sul futuro e sulla fiducia reciproca. Un nuovo modo di pensare che ha altri orizzonti: abbandonata l'anima precedente siamo intenti a costruirne una nuova ma basata su una nuova visione del mondo, un mondo che vogliamo e che stiamo cambiando.

Quando si parla di anima, Baricco cita all'inizio e alla fine del suo saggio un romanzo di Cormac McCarthy: "Cosa si dice a uno che per sua stessa ammissione non ha l'anima?" ironicamente da quel romanzo hanno poi fatto un film che i fratelli Coen hanno intitolato This is not a country for old men, appunto. Baricco come lo sceriffo protagonista del libro-film non si riconosce più in questo mondo, è diventato troppo vecchio.

Ma a differenza di quello che pensa Baricco e qualche sceriffo texano, le anime non sono scomparse, si sta solo procedendo ad abbandonare le vecchie per rincorrerne di nuove.

Forse non si sbaglia molto quando dice "Sarò pazzo, ma ogni tanto penso che la barbarie sia una sorte di enorme avanguardia diventata senso comune" (I Barbari, pag.129).

Perchè la fatica, lo sforzo non sono scomparsi, non vengono rigettati. Così come viene timidamente accennato: "Il barbaro cerca l'intensità del mondo, così come la inseguiva Beethoven. Ma ha strade sue per noi imperscrutabili e scandalose" (I Barbari, pag.125) seppur con un andamento altalenante e contraddittorio: "Comunque: hanno paura di pensare serio, pensare profondo, di pensare il sacro: la memoria analfabeta di una sofferenza patita senza eroismi deve crepitare, da qualche parte, in loro" (I Barbari, pag. 130).

Quello che è cambiato è la direzione della fatica. Ci si sforza di imparare più lingue, di adattarsi e di comprendere situazioni differenti e nuove, lo sforzo di dire addio più spesso, di avere rapporti più instabili quale fosse un onere da assolvere per avere in cambio la vita che si desidera. La fatica di trovarsi soli, di allontanarsi dal proprio territorio, di combattere per le idee contro nuovi e vecchi tabù. L'anima si continua a conquistare con la fatica, ma con la fatica del viaggio, degli interessi e progetti da portare avanti, con la gestione sempre più complessa del tempo attraverso molteplici divenire. Proprio come i punti di vista sul mondo che moltiplicatisi a dismisura rafforzano una crescita esponenziale di visioni.

Ma l'interrogativo finale su come sarà questa nuova anima non è altro che l'interrogativo su come sarà il futuro, quali valori verranno abbandonati, quali usciranno rafforzati e quali altri ancora nasceranno: bisognerebbe chiederlo alle avanguardie. Avere paura di questo è come avere paura del futuro. Bisognerebbe chiederlo a quelle persone che prima e più insistentemente degli altri si sono avviati verso un nomadismo continuo, a quelle persone che aprendosi si sono rafforzate continuamente, a chi ha vissuto e vive tra i due lati della barricata. A chi oggi ha una visione e la sta portando avanti, a chi crede nel futuro prossimo perchè lo sta realizzando.

Bisognerà chiederlo a loro, ai nuovi Marco Polo che racconteranno per primi le nuove sfide. Mi viene in mente Yoshi che ha attraversato il continente euro-asiatico per circa tre anni, a Flavien che ha attraversato il Mediterraneo da Nord a Sud e da Est a Ovest, ai poeti che venendo dal passato lontano comprendono meglio il futuro presente, a chi sta viaggiando in questo momento.

I Barbari termina con un' accorata rassegnazione sulla muraglia cinese, quando ormai si rende conto che non si tratta di civiltà e barbarie e che provare ad erigere barriere è stupido quanto pericoloso. In maniera emblematica oggi assistiamo ad uno scontro senza precedenti tra queste due filosofie di vita. Da una parte Google e dall'altra la Repubblica popolare cinese, prossima potenza mondiale assoluta nata da un sistema non democratico e discendente della muraglia cinese, la barriera delle barriere.

Non si sa ancora quali valori verranno salvati nel prossimo futuro, quali verranno abbandonati, quali torneranno in auge. C'è indeterminatezza, ma sicuramente rifiuteremo qualsiasi sistema che barbaricamente porrà un confine, qualsiasi sistema che in nome di qualcosa o qualcuno, chiamandola civiltà o barbarie, erigerà una barriera e sacrificherà qualcosa o qualcuno a noi caro per tale idea, a partire dalla nostra libertà.


mercoledì 30 dicembre 2009

Baricco, oltre i Barbari -III- Calcio

Utilizzare il Calcio come emblema negativo del cambiamento in atto appare un po' furbo. Uno spazio emotivo, nazional-popolare regno di metafore, luoghi comuni e facili sentimentalismi. Basare una teoria su questo ha il valore dell'editoriale della domenica sulla gazzetta dello sport. Si fa largo l'idea che il dramma sia rappresentato non dalla sparizione del mondo come lo conosciamo oggi, o ieri, ma solo dalla scomparsa dell'universo di Baricco, della "sua" civiltà.

Da qui discendono immediatamente due considerazioni, che valgano da premessa: un confronto di merito tra civiltà è oggettivamente impossibile; non esiste una civiltà superiore ad un'altra, esistono solo civiltà diverse. Quello che oggi appare scontato per civiltà diverse (nessuno si sognerebbe di dire che la civiltà americana sia superiore a quella italiana, ad esempio) va applicato anche alla stessa civiltà ma in periodi temporali differenti, o durante le sue mutazioni.
Naturalmente, qui stiamo parlando di cultura, abitudini, costumi, gusti, non di condizioni che hanno a che fare con il convivere civile inteso in termini di diritti, libertà, corruzione, criminalità, povertà, pace sociale, elementi questi oggettivamente misurabili.

Ad esempio, provate a chiedere ad un medievista se la civiltà romana sia stata superiore o meno a quella fumosa organizzazione sociale che va dalla caduta simbolica dell'impero romano al Rinascimento. Vi dirà che sono semplicemente diverse.

Tuttavia Baricco applica al caso calcio italiano la sua formulazione o teoria generale: "Complice una precisa innovazione tecnologica, un gruppo umano sostanzialmente allineato al modello culturale imperiale, accede a un gesto che gli era precluso, lo riporta istintivamente a una spettacolarità più immediata e a un universo linguistico moderno, e ottiene così di dargli un successo commerciale stupefacente".

Che diventa poi: "Con l'invenzione della televisione digitale, uno sport che era stato per pochi ricconi e della televisione di Stato, finisce nelle mani di privati che, seguendo il modello dello sport americano, ne accentuano il tratto spettacolare, lo allineano alle regole del linguaggio moderno per eccellenza, quello televisivo, e in questo modo ottengono di spalancare il mercato, moltiplicare i consumi. Risultato apparente: il calcio perde l'anima". (I Barbari pag.49)

Più o meno la sintesi quindi è che a causa di una spettacolarizzazione e commercializzazione dello sport sul modello americano, i cui emblemi sono Moggi e Sky, Baggio, il più forte di tutti, il genio, si ritrova in panchina, e i terzini alla Zambrotta diventano indispensabili per la squadra. Una mossa suicida del gioco calcio che arriva ad eliminare la parte più bella di sè, il numero dieci.

Senza voler difendere Moggi o Sky, dove per dirla alla francese Je m'en fous, bisogna riconoscere che Baricco agita un cambiamento che in questi anni si è arricchito di cronache negative, immorali, sporche, corrotte, marce. In parole povere un cambiamento che a detta di tutti sembra essere avvenuto in peggio. Troppi soldi girano e si sa. Baggio è un fuoriclasse e si sa. Ma Baricco con troppa furbizia convoglia questo malumore, dove i ragionamenti sono fortemente condizionati da aspetti emotivi, verso una causa da lui individuata. Il suo modello calcistico è stato tradito dalla quella rivoluzione di gioco che non ha fatto altro che esprimere la filosofia barbara: il calcio totale.

Un nuovo modo di giocare che rispecchia una nuova logica filosofica, finalizzata alla spettacolarizzazione, dove tramite la medietà dei singoli, ovvero tutti sanno fare un po' tutto, tutto il sistema gira più veloce. "La medietà è veloce. Il genio è lento". "Un cervello semplice trasmette messaggi più velocemente, un cervello complesso li rallenta". Sebbene una cosa siano i diritti televisivi, una precisa politica commerciale, la corruzione di Moggi e una cosa siano le strategie calcistiche, il calcio totale, a zona, e la tecnica del fuorigioco.

Che cosa ne deriva dal suo modo di ragionare? Il sistema si è istupidito. Ma questa non è una teoria, non è un'argomentazione, sono le nostalgie di un giovane già vecchio "cresciuto all'antica". Come detto sopra giudizi di valore non possono esseri confrontati in maniera quantitativa e qualitativa, non è possibile dire che il rosso valga più del verde, o affermare quale sia il colore più bello, ognuno ha le sue opinioni. Cavalcare le sue nostalgie, e quelle di molti altri, non è un approccio che spicca per onestà intellettuale.

Ed in ogni caso, fermo restando l'imbarbarimento dell'ambiente calcio e solo di quello per i suddetti motivi, è innegabile che il gioco sia diventato in sè più complesso. Ovvero non è avvenuto anche in questo caso quello che Baricco riconosce alla musica classica nell'Ottocento?Una migliorazione dei gesti, una sua evoluzione? Un gioco di squadra in cui tutti i componenti sono parte attiva del gioco è un'evoluzione più complessa o no, rispetto al "vecchio calcio che viveva di molti duelli personali"? Se si confrontassero due squadre oggi, una che gioca alla vecchia maniera, con il Libero, e un'altra con il "calcio totale" chi vincerebbe? Del resto le regole non sono cambiate. Dimenticarsi questi piccoli particolari, così come paragonare Zambrotta e Baggio come prova della medietà verso cui stiamo andando allo stesso modo, non è serio.

Ma arriviamo a quello che noi interessa, arrivare tramite la critica ad una affermazione di idee. La massima generale derivata dalla sua argomentazione calcistica è:

"Un sistema è vivo quando il senso è presente ovunque e in maniera dinamica: se il senso è localizzato, e immobile, il sistema muore" (I Barbari pag. 58)

Mi era già capitato di affermare che il senso lo si acquista al ritorno, che matura durante il viaggio, dopo una partenza, al ritorno di una ricerca. Ma qui vengono messi in contrapposizione due mondi, due modi di vedere le cose. Da una parte chi con la fatica e la dedizione al suo lavoro trova il senso delle cose e dall'altra colui che vive il tutto come un divenire, colui che cerca il senso delle cose nella loro evoluzione.

Riconoscendo l'acutezza delle riflessioni di Baricco, in particolare l'essere riuscito a descrivere i meccanismi tramite i quali si vivono e creano nuove esperienze, rimane la delusione della interpretazioni. Quello che lui considera saccheggio, ovvero il cambiamento di una vecchia istituzione, la riappropriazione e modifica di un gesto, la creazione di "sistemi passanti", a me appare una conquista. La conquista di aver rialzato la testa dal proprio lavoro per rendersi conto del circostante, per rendersi cosciente degli effetti e delle conseguenze del proprio lavoro.

Nell'aver alzato la testa si rigetta un nuovo sguardo sul mondo, uno sguardo completo, totale. Finalmente non si è ripiegati su noi stessi, eseguendo un compito i cui esiti e le cui interdipendenze erano irrilevanti. Riscoprire e vivere tramite una nuova etica sociale. Lavorare pensando a cosa si fa, cercandone il senso, ovunque esso sia, rincorrendolo se necessario. Ci giudichiamo da fuori, vedendo e amando anche la spettacolarità delle cose, la causa del nostro entusiasmo in cui soggiace creazione di bellezza. Si va verso una nuova etica aperta e relativistica. Questo è un valore, non un disvalore, si riesce ad avere uno sguardo sul mondo e su noi stessi più oggettivo, perchè più aperto e soggetto al confronto.

Cercheremo di risolvere la sfida del bene e del male nella loro fusione, nella bontà del singolo gesto e del singolo individuo, nell'affrontare la contraddittoria e complessa realtà, non marcandola di bianco o di nero, non nascondendola sotto al tappetto, tacciando l'ipocrisia, approfondendo tutte le sue sfumature.

Quando penso alla dedizione al lavoro, Baricco pensa a Monsieurs Bertin, io penso ad Eichmann, l'esecutore, il burocrate, responsabile della morte di 6 milioni di ebrei durante l'Olocausto perchè ripiegato su se stesso, intento a non chinare la testa guardandosi solo i piedi, senza pensare al senso di quello che faceva. L'unica sua preoccupazione era fare un buon lavoro. Come ha affermato Simon Wisenthal, tra i responsabili della sua cattura dopo avergli dato la caccia per oltre 20 anni, "se gli avessero chiesto di catalogare e mandare a morte tutti quelli il cui nome iniziasse con la lettera B dell'alfabeto, probabilmente avrebbe fatto lo stesso lavoro". La banalità del male si è detto. Questa mancanza di senso collettivo, di lucidità sociale, di coscienza delle proprie azioni è la distanza da colmare, l'obiettivo da raggiungere.

Perchè il senso oggi lo si acquista, lo si vede e comprende tramite il movimento, il confronto, in velocità, che non diventa assenza di genio, ma intelligenza collettiva, abbattendo i totem, non più assoluti. Grazie a dei Sistemi Passanti, esattamente come individuato da Baricco, si arriva a esperienze da attraversare, divorare, assaporare. Divengo dunque sono. Per Baricco è una perdita di anima, per noi una nuova visione, necessaria per capire le cose oggi. Perchè il mondo è interconnesso, e la spiegazione di un gesto, di un evento, di una frase è da ricercare nel percorso appena fatto. Nella scia illuminata di esperienze lasciate dietro di sé. Verso una visione totale.

domenica 27 dicembre 2009

Baricco, oltre i Barbari -II- Vino

Baricco comincia il suo saggio con l'elemento Vino, uno dei "villaggi periferici" saccheggiati dall'orda barbara. In breve ricorda come la produzione del vino non sia più esclusivo appannaggio di viticoltori italiani e francesi, ma da circa una quarantina d'anni sia diventato un fenomeno planetario, alla portata anche di altri popoli come quello americano, australiano, cileno e sud africano. La prima imprecisione sta già nel fatto che in molti di questi paesi si produceva vino già da prima, lo stesso Cile aveva importato uve francesi già un paio di secoli fa, per non parlare della produzione presente da tempi antichi in molti altri paesi come la Spagna, la Grecia e l'Ungheria la quale ha anche un contenzioso in sede europea per i marchi DOP dato ad alcuni vini italiani.

Pertanto il "gesto" di fare il vino, identificabile con una "aristocrazia terriera" ben definita, ora viene svenduto: si genera una perdita di senso oltre che di anima. I Barbari del resto come sostiene Baricco non hanno anima, "cercano di farne a meno"appunto.

Balzano immediatamente agli occhi una serie di elementi che ostacolano la fluidità delle pagina. Questi elementi sono sintetizzabili in pregiudizio-arroganza-paura, tecnologia e ignoranza storica.

Innanzitutto, emerge in tutta la sua pericolosità l'atteggiamento provinciale e arrogante di Baricco, il cui humus culturale è il pregiudizio. L'atteggiamento provinciale si individua nello scegliere elementi nazional-popolari quali appunto il calcio ed il vino, su cui è facile puntare ad un trasporto emotivo (come è suggerito qui) mandando a farsi benedire la formulazione di una teoria generale. In secondo luogo, il modo di pensare per cui noi solo siamo (eravamo) votati a produrre vino di qualità, essendo artisti dotati d'anima, e che il vino e la storia degli altri paesi è (era) semplicemente inferiore, non conosciuta, o peggio volutamente ignorata, è alquanto pericoloso. Il vino è solo un esempio, tale modo di pensare è pericoloso nel momento in cui può essere applicato a tutti i campi. Il pregiudizio secondo il quale l'altro non possa fare una cosa migliore o uguale a noi anche se appena arrivato, è esemplificato dal qualunquismo del tipo all'estero non sanno fare il vino. E' solo la premessa di un latente razzismo culturale. "Aristocratici" oggi bisogna diventarlo, non nascerci, si chiamano pari opportunità.

"Perchè adesso fanno vino (hollywoodiano) in Cile, Australia, California, e posti anche più assurdi, mentre una volta lo facevano solo francesi e italiani?" (I Barbari, pag.38)

Semplicemente perchè la cultura viaggia, si mischia, si evolve. Qui emergono una serie di elementi che vale la pena sottolineare.

L'immediata conseguenza di ragionamenti sì chiusi se non etnocentrici è, proprio come per gli atteggiamenti razzisti, il sentirsi superiori e quindi legittimati ad una privilegio che va di pari passo con una limitazione della libertà altrui. La libertà di provare, sperimentare, creare secondo canoni e stili nuovi, la libertà di affermarsi, di innovare.

Può darsi che siano partiti tentando di imitare noialtri apparendo quindi goffi, ma se è vero che il lavoro e l'impegno pagano, allora non ci resta che aspettare e vedere per credere. Il paziente osservatore direbbe: diamogli tempo. Perchè quando i Giapponesi hanno cominciato a produrre prodotti ad alta tecnologia nel dopoguerra erano visti con una certa simpatia dagli Americani, perchè i Cinesi da principale mercato di destinazione degli investimenti esteri stanno ora diventando i principali investitori, perchè tutti indipendentemente dalla loro provenienza culturale e condizione sociale possono, basta la volontà, appropriarsi, rigenerare e reinventare usi e costumi, gesti quotidiani portandoli anche a livelli superiori di quello che noi stessi riusciamo a fare.

Che dire del giapponese Makoto Onishi che ha vinto per ben due volte nel 2003 e 2006 il PizzaFest a Napoli, creando la pizza più amata dal ben educato, in termini culinari, pubblico napoletano? Qualcuno mangiando una squisita pasta alla carbonara, cacio e pepe o amatriciana in un qualsiasi ristorante romano si è mai reso conto che essa veniva cucinata nella quasi totalità dei casi da un immigrato pakistano o bengalese? Stranieri che pazientemente hanno imparato i nostri gesti e li hanno migliorati. Cosa che possiamo fare tranquillamente anche noi, lo scambio è un gioco a somma positiva.

"Se giudichiamo l'intelligenza di una frase dal colore, sesso, nazionalità o cultura di chi l'ha pronunciata, allora la ragione è stata definitivamente eliminata". Lo diceva F.A. Hayek, in La Società Libera, e se non applichiamo questo concetto largamente condiviso anche ai prodotti, ai manufatti, ai gesti quotidiani, giudicandoli non per il valore che essi contengono ma in base a chi l'ha fatti, ci si incammina in direzioni ugualmente pericolose.

Quindi un primo aspetto è il pregiudizio dettato dall'arroganza e da un insito conservatorismo (dettato dalla paura):

"Pensate al produttore di vino francese, ricchissimo, con un nome celeberrimo, inchiodato sull'ordine perfetto delle sue preziosissime terre, seduto su una miniera d'oro, forte di un'aristocrazia conferitagli da almeno quattro generazioni di formidabili artisti. E adesso inquadrate il produttore di vino hollywoodiano, con il suo nome qualsiasi, seduto sulla sua terra cilena qualunque, figlio, se va bene, di un importatore di vini e nipote di uno che faceva tutt'altro, dunque privo di quarti nobiliari. Metteteli uno di fronte all'altro: non percepite il caro vecchio puzzo di rivoluzione?" (I Barbari, pag. 42)

Tale conservatorismo probabilmente è dettato da un certo astio verso la tecnologia, causa di modernità, ed in particolare verso quella che ha reso possibile ai "pazzi americani" di produrre vino in un "deserto". Anche qui c'è un errore sostanziale perchè si scordano due elementi: la tecnologia è solo un mezzo, non un fine; in quanto mezzo ha la possibilità di "amplificare" o "semplificare" il raggiungimento di un nostro fine, nel bene e nel male. A noi un uso intelligente.

Ovvero sebbene Baricco individui nello sviluppo della tecnologia una delle cause dell'imbarbarimento moderno (già concetto di per sè singolare, in quanto la parola tecnologia ha sempre portato con sè un miglioramento), in realtà dimentica che proprio nel caso dei vini ha permesso negli ultimi venti anni un sensibile aumento della qualità, come per tanti altri prodotti alimentari come ad esempio l'olio d'oliva, ma questo viene ovviamente dimenticato.

Il fatto che grazie alla tecnologia si riesca a fare qualcosa che prima non si riusciva a fare, non può essere chiamato imbarbarimento, e a meno che non si veda come unica soluzione la distruzione delle macchine per pura paura del cambiamento o per nostalgia: bisognerebbe quindi concentrarsi su un uso intelligente della tecnologia. Che ce ne facciamo di una automobile da cinquantamila euro se poi passiamo la maggior parte del tempo alla guida nel traffico?

Trattando di tecnologia, Baricco compie un'altra imprudenza metodologica assegnando alla stessa un eccessivo determinismo e peso. Le invenzioni più importanti del nostro tempo sono nate per caso e create per un altro scopo, sono state poi convertite all'uso ritenuto più utile in quel momento. Basta guardare la storia delle invenzioni più importanti per avere un'idea: regna l'indeterminismo.

Il punto è che tutti i cambiamenti possono avere esiti insperati, generare conseguenze inintenzionali, inaspettate. Talvolta peggiorano la qualità della nostra vita: si pensi alla televisione e al suo abuso oltre che alla fruizione passiva, alle automobili e al traffico, ai cibi industriali, alla tecnologia basata sul petrolio e così via. Strumenti utili e quasi indispensabili ma che cambiano anche in peggio la nostra vita.

A noi l'uso intelligente del mezzo che richiede inevitabilmente del tempo, perché il cambiamento va interiorizzato, metabolizzato, digerito, adattato: prende tempo trovare la sua migliore applicazione: si pensi ad internet nata come conseguenza del sistema di difesa spaziale voluto da Regan negli anni '80! Trovare la strada da seguire talvolta prende tempo. Il carattere più dirompente delle tecnologie moderne è sicuramente quello della "democratizzazione" del mezzo, altro che imbarbarimento: oggi possiamo vedere cose che prima esistevano senza alcuna visibilità. Ad esempio è grazie alla tecnologia che con un click ho il glossario del buon enologo, una finestra su un mondo altresì chiuso: http://www.vinocon.it/GlossarioCaratteristicheVino.htm

Demonizzare la tecnologia tout court è mancanza di idee, o peggio cattiveria. La verità è che tali potenti mezzi hanno bisogno di tempo per adatttarsi, per essere assimilati, per essere utilizzati in maniera consapevole. Ma se si ragiona in termini ottocenteschi ecco la frase di Baricco:

"[...]complice una precisa innovazione tecnologica, un gruppo umano sostanzialmente allineato al modello culturale imperiale, accede a un gesto che gli era precluso, lo riporta istintivamente a una spettacolarità più immediata e a un universo linguistico moderno, e ottiene così di dargli un successo commerciale stupefacente". (I Barbari pag.43)

Un'ultima precisazione: il cossiddetto American Way of life del XX secolo ci ha profondamente influenzati, ma adesso la vera rivoluzione è segnata dalla fine del mono culturalismo e dell'imperialismo che l'aveva generato. Che dire della silenziosa ascesa dei kebab in Italia e in Europa, che hanno affiancato silenziosamente la pizza, superato senza clamore gli hamburger? Che dire della diffusione in Occidente di discipline orientali antichissime, quali lo Yoga, la meditazione, dello sviluppo del culto del tè cinese?

Aspettiamo con ansia i contributi che gli arabi, cinesi, indiani, marocchini, tunisini, algerini, africani daranno alla nostra cucina, alla nostra lingua, al nostro immaginario: nuova cultura collettiva. Come cambieranno le nostre abitudini e come noi cambieremo le loro. Se è vero che noi rappresentiamo l'Occidente imperialista, è vero che loro sono numericamente la maggioranza, più giovani e con un'energia esplosiva: il mondo cambia più velocemente di quanto si pensi.

La Storia. Baricco comincia con il vino per "studiare i barbari nel loro saccheggio di villaggi periferici", ironicamente il primo post di questo blog raccontava proprio una storia inerente alla cucina e alla sua evoluzione. Baricco dice Vino, io rispondo Cucina.

La storia della cucina ci insegna che essa è soggetta a mode, viaggia, si diffonde, si mescola. Che dire delle influenze arabe sulla cucina siciliana? Lo stoccafisso che venne importato a Venezia? La separazione nella cucina italiana del XVIII secolo del dolce e del salato? L'influenza francese e spagnola nella cucina napoletana? Il Babà che venne importato dalla Polonia? L'evoluzione di prelibati piatti di pasta in questo ultimo secolo grazie allo sviluppo della tecnologia e alla sua commercializzazione? Che sarebbe stato della cucina italiana e spagnola, se non fosse stato importato il pomodoro dal continente americano? Saremmo mai arrivati agli spaghetti col pomodoro? Ai pelati? Al S. Marzano? Al piennolo vesuviano? E la pizza ca' a 'pummarole encoppe'?

Stesso discorso andrebbe fatto praticamente per mille altre nostre abitudini oggi considerate sacre. Il sacro è un valore soggettivo e creato dalla abitudine, dalla sua istituzionalizzazione. Senza nulla togliere alla poetica, del resto soggettiva, di tali gesti, di tali azioni, esse hanno avuto un inizio ed avranno presto o tardi anche una fine, un'evoluzione o una moltiplicazione. Come dire, considerando il vino un "villaggio saccheggiato" non si scopre nulla di nuovo sotto al sole. Oltre a dimostrare profonda ignoranza, o mancanza di rispetto per la storia in generale, per la sua anima, le sue origini intrecciate e bastarde, confuse ed indistinguibili, si ignora che i concetti stessi di "tradizionale" e "originale" sono termini completamente arbitrari in un' ottica di lungo periodo.

La paura di perdere la sacralità di gesti relativamente antichi, è in realtà un vacillamento di tali gesti dinanzi a qualcosa di nuovo e diverso. La sacralità del gesto è data dall'attesa che si crea nella ripetizione del proprio gesto. L'attesa deve essere istituzionalizzata, sedimentata nelle coscienze e nelle memorie. Quello che accade è che stiamo distruggendo vecchi Sacri Totem, li stiamo relativizzando e sostituendo con dei nuovi. Nessun totem in sè avrà un valore maggiore degli altri. Ci saranno segmentazioni, rispetto reciproco, e nuove abitudini collettive. La creazione di nuovi simboli e abitudini sacre si cristallizza piano piano grazie agli stessi soggetti, attori di un cambiamento attivo, che sono portatori inconsapevoli di nuova cultura. I totem stanno cadendo uno dopo l'altro, quello che viene scambiato per barbarie è in realtà un nuovo processo di secolarizzazione.