giovedì 13 gennaio 2011

Vivere da Zingari: la forza dell'empatia


L'ultimo è stato  Mihail in Bulgaria, quello che ricordo con maggior affetto è stato Yoshi. Il primo è stato Flavien. Ma nel mezzo ce ne sono stati tanti altri, come Damien a Granada, Tom ad Istanbul. Davide di Porto.


Sono tanti, ma dove vanno, cosa fanno, cosa cercano? Solo stare, solo partire, solo perdersi.

Li guardo con ammirazione e fascino, ma anche con viva curiosità  incamminarsi verso scelte non facili, a volte anche tristi, in direzioni solitarie senza capire se mossi da un reale bisogno o da puro idealismo. Probabilmente in una ricerca di senso.

Dopo l'entusiasmo dei primi viaggi e delle prime scoperte, le emozioni lasciano il campo solo a mancanze, di pace, talvolta di affetti, a sedie e giacigli sempre e volutamente scomodi. In sofferenza continua come drogati vinti dall'assuefazione.

Una ricerca continua di empatia con il mondo per comprenderlo per integrarlo dentro di sè che ci trasforma in pendolari prendendo il treno, in turchi bevendo il çay, in filosofi guardando il mare, in natura camminando nel bosco. Ricerchiamo un contatto con il circostante per una maggiore comprensione che annulli la distanza tra noi e gli altri. Per questo talvolta si sopporta bene la solitudine fisica perchè più che compensata dalla meditazione di sè, dalla compagnia spirituale della natura, del mondo, delle altre e altrui società. 

Ma una volta percepiti i segreti meccanismi, comuni a tutte le società, che fanno la matrice comune degli uomini e delle culture, si ha un altro modo di relazionarsi con l'esterno, è una formula magica di stare al mondo, che ci fa relativizzare i problemi e focalizzare l'attenzione sulle cose precisamente importanti e trasversali, a tutte le culture, i paesi, i popoli.
Quel minimo comune denominatore che si ritrova in tutto il mondo e ci permette di vivere ovunque. Quello che ha portato a definire il mondo come propria casa e ad annullare i confini. Quello verso cui stiamo andando. E che in alcuni momenti di estrema lucidità o di alterazione sensoriale mi sembra una proiezione del futuro. Non siamo che delle avanguardie.

Mihail ci ha ospitato a Plovdiv, seconda città della Bulgaria, per pura fortuna nostra, perchè l'abbiamo trovato in pausa da uno dei suoi lunghi viaggi. A differenza di altri, l'ho incontrato nel suo ambiente domestico, stazionario e non in viaggio, in quella che lui chiama casa, dove ha lo sguardo sempre altrove. Sei mesi in Italia, con l'idea iniziale di passarci solo qualche giorno, sei mesi tra le montagne svizzere, mesi e mesi in Siberia, nell'est Europa, più volte in Francia e in Spagna, in Marocco, nelle aree orientali della Turchia, più volte, fino ad apprendere il Curdo, ogni anno in Russia e nella sua vastità. Perchè Mihail è di padre Russo e madre Bulgara, parla benissimo il Francese, lo Spagnolo, l'Italiano e l'Inglese, ha appreso il Turco nei suoi numerosi viaggi e ha anche delle basi di Greco. Una forza dell'empatia, quando questa significa creare e utilizzare punti di contatto, e la conoscenza di altre lingue anche lontane ne è la prova.

"Più è sviluppato e individualizzato il sè, più è grande la nostra percezione dell'unicità e caducità dell'esistenza, della nostra solitudine esistenziale e dell'infinità di sfide che dobbiamo affrontare per esistere e prosperare. Sono questi nostri sentimenti che ci permettono di provare empatia per sentimenti simili negli altri. Un sentimento empatico più solido permette anche a una popolazione sempre più individualizzata di creare legami di affiliazione anche nell'ambito di organismi sociali sempre più interdipendenti, estesi e integrati. E' questo il processo che caratterizza ciò che chiamiamo "civiltà": il superamento dei legami di sangue tribali e la risocializzazione di individui distinti sulla base di legami associativi. L'estensione empatica è il meccanismo psicologico che rende possibili la conversione e la transizione. Quando diciamo "civilizzare", in realtà è come se dicessimo "empatizzare" . J. Rifkin, La Civiltà dell'Empatia.

La casa in cui ci ha ospitato fa parte di un palazzo ancora in costruzione, non terminato, nuovo negli infissi, nei pavimenti e nei sanitari. Ma priva di lampadari e di letti, di piastrelle e mobili. Di tutto ciò che è superfluo. Una casa che è un appoggio, naturalmente condivisa con altre persone, in vista di una nuova partenza. Uno stile di vita non finalizzato alla ricerca di un salario, nè tantomeno alla mera sussistenza, ma solamente al tentativo di "espandere il sè nel tempo e nello spazio, la necessità di creare per vivere, per respirare, per essere, precede, anzi, necessariamente eccede, il bisogno della riproduzione come funzione personale di sopravvivenza". 

Mihail suona saltuariamente musica per strada e si procura quanto basta per espandersi. Muovendosi in tutti i suoi lunghi viaggi in autostop, facendosi ospitare da genti incontrate sul suo cammino o utilizzando HospitalityClub, in altre parole contando sull'altro. Una prova di fiducia quotidiana. Impara le lingue del paese in cui si ferma a vivere per un po' e poi riparte. Possibilmente vive e si ferma nella natura, nei suoi spazi in cui non ti senti solo, come se si ritrovassero istinti perduti. Ora dice che gli sono rimasti da fare solo due grandi viaggi: la Cina e l'Estremo Oriente da un lato e le Americhe dall'altro, per completare il suo personale giro del mondo, nella speranza forse di appagarsi.


"se l'uomo è evoluzione diventata coscienza, sicuramente questo è dovuto alla sua propria consapevolezza che anela a congiungere le proprie forze con l'universo, nella sua appassionata ricerca della realtà delle relazioni temporali e spaziali".

Quando l'abbiamo lasciato l'ultima volta stava aspettando il momento giusto per ripartire e rimediare un autostop dalle Canarie, prima dell'Inverno. Lì le navi fanno l'ultimo rifornimento prima di reimbarcarsi per le Americhe, la sua prossima destinazione.

Mihail, così come i viaggiatori di lungo corso, cominicia a pensare che ci possa essere un senso all'esistenza terrena dell'uomo, ovvero che l'approfondimento del senso di sè, l'estensione dell'empatia a un dominio più vasto e inclusivo della realtà e l'espansione della coscienza, costituiscano il processo trascendente attraverso il quale esploriamo il mistero dell'esistenza e scopriamo nuovi ambiti di significato.

Il sociologo Chan Know-Bun sintetizza così il processo:

L'autenticità di ciò che ho scoperto su me stesso è rafforzata perchè ho trovato conferma di una parte di me in te, e tu in me.

Mihail rafforza sempre di più il suo sè tramite la capacità di parlare più lingue, nella scoperta di una condizione comune a tante altre persone e tramite uno stato d'animo indifferente agli accidenti della storia che ti hanno portato ad avere una religione piuttosto che un'altra, una lingua anzichè un'altra, un'abitudine anzichè un'altra. Il bello si cela in ognuna di esse. Sono solo abitudini, che quindi come sono cominciate così possono cambiare e terminare. Niente di sacro, eppure si arriva a comprendere che tutte le piccole cose sono sacre. Mihail supera lo scetticismo delle persone che pensano che i miracoli non esistano aderendo ad una seconda categoria,  quella che pensa che tutta la vita sia un miracolo.


giovedì 23 dicembre 2010

Caserta, tra Cementir e futuro


La Cementir s.r.l. ha ottenuto il permesso di cavare per altri venti anni, dopo oltre trenta anni di presenza sul territorio. Il 14 dicembre u.s., la ventesima conferenza di servizi presso il Genio Civile di Caserta è terminata con una pronuncia di parere favorevole al progetto di “coltivazione e recupero unitario per la prosecuzione dell’attività estrattiva” in località S.Michele, sui Monti Tifatini ricadenti nel Comune di Maddaloni. Dopo oltre due anni di battaglie amministrative tra le associazioni ambientaliste e la Cementir di Caltagirone, è stato accordato a quest’ultima il permesso di cavare anche il lato orientale del monte di S.Michele, avendone esaurito ormai la facciata occidentale. I cittadini di Maddaloni e delle frazioni di Tredici, S.Clemente e Centurano del Comune di Caserta, dovranno convivere e probabilmente morire con le polveri del cementificio, industria insalubre di prima categoria. Il paesaggio, più simile ad una groviera che ad un’area collinare, è così definitivamente condannato, e i progetti di riqualifica e bonifica con lui.



L’approvazione di un progetto “ricadente in Area di Crisi, funzionale alla riqualificazione di un ampio contesto territoriale”, suona come una beffa ai cittadini che si sono battuti contro l’ampliamento. Sebbene dal progetto originale siano state stralciate le porzioni di terreno percorse dai vincoli di rimboschimento, di dissesto idrogeologico e di incendi, sono risultati decisivi il silenzio della Soprintendenza e il parere di compatibilità ambientale della Regione Campania.

La prima ha fatto valere il silenzio-assenso in merito al vincolo paesaggistico, sebbene la stessa Commissione integrata all’edilizia del Comune di Maddaloni avesse espresso parere negativo, ma non vincolante. Vincolo che sembrava più che giustificato dalla presenza dei Ponti della Valle, l’acquedotto vanvitelliano che porta acqua alla Reggia e che è inserito tra i beni Unesco. La seconda, tramite il Settore Tutela dell’Ambiente, ha espresso parere positivo nella sua Valutazione d’Impatto Ambientale contraddicendosi con quanto espresso nella precedente V.I.A. della più grande opera del territorio degli ultimi venti anni, ovvero il costruendo Policlinico universitario, che dista a soli 500 m dalle Cave. Nel 2004 infatti la stessa Regione pose come condizione sine qua non alla costruzione del Policlinico la chiusura e bonifica delle cave (che sarebbe dovuta avvenire già nel 2007).  

Poiché la politica ancora una volta si è dimostrata incapace di pianificare e programmare coerentemente le attività, il caso Cementir è diventato un caso politico solo nel momento in cui ci si è ricordati dell’incompatibilità con il futuro Policlinico. Già nei mesi scorsi la politica locale aveva espresso i suoi malumori. Il primo a prendere posizione era stato il sindaco di Caserta, Niccodemo Petteruti, il quale tramite un’apposita delibera del Consiglio Comunale aveva espresso il suo no alla prosecuzione dell’attività estrattiva. Poi è venuto il turno della Provincia che ha rivendicato il ruolo di “programmazione” del territorio pronunciandosi per un no all’ampliamento, ed infine l’ex-Vescovo di Caserta, Nogaro, aveva veementemente denunciato l’ampliamento, definendo le cave dei “gironi infernali” ed intimando i cittadini a ribellarsi.

Sebbene la Cementir sia riuscita a spuntarla sul versante amministrativo, tuttavia ora si apre la battaglia della politica.

Si fronteggiano da un lato gli uomini di Caltagirone e i Maddalonesi interessati, tra cui i lavoratori (circa un centinaio) difesi dal sindacato, o comprati da qualche pallida promessa di compensazione economica. Dall’altro lato gli ambientalisti, i comitati cittadini, ma soprattutto i sostenitori (e diretti interessati) del costruendo Policlinico che costerà 200 milioni di euro. Un’opera da cinquecento posti letto e cinquecento dipendenti, più un indotto stimato in altri 5000 posti di lavoro.


Non è un caso che politici e politicanti di tutti gli schieramenti abbiano urlato allo scandalo e cerchino ora di ricorrere ai ripari prima che sia troppo tardi. Nicola Caputo, presidente della Commissione trasparenza di palazzo S.Lucia, ha proposto un’interrogazione consiliare in merito; il leader della Cisl, Carmine Crisci, che ha seguito i lavori del Policlinico sin dall’inizio ritiene "che il discorso vada affrontato in maniera complessiva, bisogna capire se il territorio vuole [le cave] o no, analizzando tutti gli aspetti della questione, partendo da quello occupazionale"; ed infine Gennaro Oliviero (PSE) che dichiarandosi al fianco delle associazioni ambientaliste ha presentato un ordine del giorno per la revoca “di tutti gli atti posti in essere dalla Regione”. Lo stesso Oliviero, tuttavia, non dimentica di ricordare che il “Policlinico è in fase di completamento e rischierebbe di rimanere una cattedrale nel deserto”.


I cittadini, in realtà, sono rimasti inascoltati, e la politica è stata risvegliata solo dalla paura di perdere un’occasione di “sviluppo”, una torta più grande, come quella del Policlinico. La programmazione ancora una volta è stata sacrificata in nome degli interessi contingenti e non dell’interesse pubblico.

domenica 28 novembre 2010

L'artista secondo Camus, Discorsi di Svezia


"Personalmente, non posso vivere senza la mia arte. Ma non ho mai posto l'arte al di sopra di tutto. Se mi è necessario al contrario, è la cosa che non mi separa da nessuno e mi permette di vivere, così come sono, con tutti. Ai miei occhi l'arte non è una gioia solitaria. E' un mezzo per emozionare il più grande numero di uomini offrendogli un'immagine privilegiata delle sofferenze e delle gioie comuni. Obbliga quindi l'artista a non isolarsi; lo rimette alla verità più umile e universale. E colui che, sovente, ha scelto per il destino di artista perché si sentiva diverso, apprende presto che non nutrirà la sua arte, e la sua differenza, che confessando la sua somiglianza con tutti.
L'artista si forgia in questo perpetuo andirivieni tra e gli altri, a metà strada dalla bellezza che non può evitare e dalla comunità alla quale non può strapparsi. E' perché i veri artisti non disprezzano niente; si obbligano a comprendere invece di giudicare. E, se devono prendere un partito in questo mondo, non può che essere quello di una società dove, secondo le grandi parole di Nietzsche, non regnerà più il giudice, ma il creatore, che sia materiale o intellettuale".


Albert Camus, Discours de Suède,
Editions Gallimard, 1958 (traduzione mia)

mercoledì 17 novembre 2010

Cristo si è fermato ad Eboli, un metodo empatico



Cristo si è fermato ad Eboli è un libro dal contenuto antico e dal metodo ancora non superato. L'ho cercato dopo aver attraversato la Lucania bruciata dal sole, l'ho trovato per approfondire le impressioni nate dalle visioni del mondo perduto di De Seta, l'ho usato per riflettere su quanto già detto a partire da Orgosolo.

Mi convinco di aver preso il libro giusto dall'incipit della prima pagina dove Levi descrive il mondo che si appresta a rievocare: "un mondo serrato nel dolore e negli usi, negato alla Storia e allo Stato, eternamente paziente; a quella mia terra senza conforto e dolcezza, dove il contadino vive, nella miseria e nella lontananza, la sua immobile civiltà, su un suolo arido, nella presenza della morte"(pag.1).

Emerge subito l'impressione di entrare in un mondo duro, in una società ferma e immobile sempre uguale a se stessa, avulsa dal resto del Mondo, che ignora cosa sia la Storia:

"Le stagioni scorrono sulla fatica contadina, oggi come tremila anni prima di Cristo: nessun messaggio umano o divino si è rivolto a questa povertà refrattaria. Parliamo un diverso linguaggio: la nostra lingua è qui incomprensibile"(pag.2).

Un incipit che mi ricorda quello del film di De Seta, Banditi a Orgosolo, che ha reso con le immagini quello che Levi ha reso con la scrittura: catturare e descrivere mondi nascosti e sconosciuti che hanno rappresentato ai più la vera vita, per secoli. La differenza tra i due sta nelle sfumature che Levi riesce a trasmettere con maggiore attenzione grazie all'utilizzo della scrittura, rispetto alla poesia visiva di De Seta che richiede invece maggior attenzione dello spettatore. Infatti, le immagini sono talmente belle e poetiche, i gesti talmente veloci e sapienti, che potrebbero far dimenticare allo spettatore superficiale le condizioni di quella vita fatta di solitudine, di lotta e di rispetto per la natura, il sole cocente, la schiena a pezzi, la fame atavica, i calli alle mani:

"il loro tempo è misurato su quelle delle migrazioni stagionali, su quello della ricerca del pascolo, dell'acqua. L'anima di questi uomini è rimasta primitiva. Quello che è giusto per la loro legge, non lo è per quella del mondo moderno. Per loro contano solo i vincoli della famiglia, della comunità. Tutto il resto è incomprensibile, ostile. Anche lo Stato che è presente con i Carabinieri, le carceri".

Si presentano immediatamente i fattori che accomunano le civiltà contadine di Levi e di De Seta: la stessa ostilità per le istituzioni, lo Stato e i suoi metodi repressivi; la diversa concezione del tempo misurato dalla natura; l'esistenza di altre leggi e valori estranei al mondo moderno; l'intimo rapporto con la natura, in lotta e alla mercè di essa; i forti legami di comunità; la chiusura e la perenne immobilità. Condizioni che hanno contribuito a modellare da sempre una civiltà contadina che si è riprodotta similmente nelle diverse longitudini, fino a che la modernità non ha bussato alla porta. Civiltà e culture millenarie oggi andate in gran parte perdute.

Nel descrivere quel mondo contadino tramite la sua vita quotidiana, le vite particolari, gli usi, i paesaggi e la natura, Levi è utile oggi per mantenere fermi alcuni punti di quel mondo che seppur "magico" e affascinante era duro, spietato come la natura, fortemente umano. Ci serve oggi per non dimenticare da dove veniamo e dove vogliamo andare, per non dimenticare che la via della montagna è stata abbandonata per quella della città anche per andare a studiare, che la tecnologia ha risolto più problemi di quanti ne abbia creati, che è pericoloso e oscurantista guardare a modelli vecchi per risolvere problemi attuali e futuri, senza pensare al necessario adattamento, senza proiettarli nella realtà odierna.

Ma al di là del valore storico e letterario, il libro è attualissimo per il metodo empatico che sfruttando la prosa letteraria riesce a farci capire il senso di un'altra civiltà. Il senso che ha avuto un altro mondo.

Cristo si è fermato ad Eboli è un libro che ha superato la prova del tempo per la sua capacità di generare e vedere senso. Per l'abilità di Levi di raccontare una società, che è quella contadina, ma che sarebbe potuta essere qualsiasi altra in cui si entra in silenzio, con gli occhi aperti di meraviglia e con sincera partecipazione. Non un narratore neutrale, ma attore empatico con l'intento, e lo spessore, di raccontare la vita partendo dalle singole vite.

E' uno sporcarsi le mani e molto di più, è un vivere, con-vivere, in una famiglia, un luogo, una città, un paese. Non è il reportage fugace, ma il desiderio di capire e di condividere innanzitutto. Poi eventualmente raccontare. Ma il primo bisogno è quello di cibarsi di altre vite per curiosità intellettuale e non per ambizione letteraria.

Nel lavoro di Levi la ricerca della obiettività deriva proprio dal rapporto empatico che si instaura con i contadini, in grado di do(mi)nare la molteplicità di punti di vista esistenti, raccontare a fondo tutti gli aspetti, viaggiarci dentro, per avere un set di conoscenze tale da far emergere dai particolari il senso, il percorso, i meccanismi, i tracciati delle interazioni del mondo. Non mettere in risalto un singolare punto di vista sul mondo ma capire l'interazione di tutti i punti di vista tra loro.

Come dice Calvino "quest'uomo che si dice sempre che mette se stesso al centro d'ogni narrazione, che fa scaturire sempre attorno alla sua presenza incontri straordinari, è poi lo scrittore più dedito alle cose, al mondo oggettivo, alle persone. Il suo metodo è di descrivere con rispetto e devozione ciò che vede, con uno scrupolo di fedeltà che gli fa moltiplicare particolari e aggettivi. La sua scrittura è un puro strumento di questo suo rapporto amoroso col mondo, di questa fedeltà agli oggetti della sua rappresentazione".

Un tale metodo applicato a mille storie con-vissute, quindi autobiografiche, evidenzia le tipicità che ci accomunano, il comune denominatore di tutte le individualità:

"L'aver scoperto che anch'io avevo dei legami di sangue su questa terra pareva colmasse piacevolmente, ai loro occhi, una lacuna. Il vedermi con una sorella muoveva uno dei loro più profondi sentimenti: quello della consanguineità, che, dove non c'è senso di Stato nè di religione, tiene, con tanta maggiore intensità il posto di quelli. Non è l'istituto familiare, vincolo sociale, giuridico e sentimentale; ma il senso sacro, arcano e magico di una comunanza.[...] Le donne ci salutavano, e ci coprivano di benedizioni: - Benedetto il ventre che vi ha portati! - Benedette le mammelle che vi hanno allattati! -Le vecchie sdentate sulle porte cessavano per un momento di filare la lana, per mormorarci le loro sentenze: -Frate e sore, core e core -. Luisa, che aveva portata con sè la sua naturale atmosfera razionale e cittadina, non cessava di stupirsi di un così strano entusiasmo per il fatto, così semplice, che io avessi una sorella".

Questo modo di raccontare utilizza anche aneddoti per descrivere l'armonia ed il filo delle cose che esprimono, nel loro percorso, il senso ambiguo di un'epoca, la sua complessità, si riesce a raccontare il mondo partendo da una storia in relazione a tante altre, e ricavando l'oggettività del mondo così generata si apprezza l'unicità di ciascuna storia. Ovvero il lettore è posto in una duplice prospettiva: di una vita che si singolarizza, diventa unica, e di una universalità del vissuto che si struttura nelle vite particolari.

Per concludere con le parole di Sartre:

"Ma ogni volta, dietro l'irriducibile singolarità del fatto raccontato, si può intravedere tutto un mondo - il nostro mondo - in quanto si esprime e si realizza nella qualità fuggitiva di una presenza subito dileguata. Darò a tutto questo il nome di senso, in contrapposizione ai significati. Il senso, ovvero l'incarnarsi del tutto in ciascuna parte, ecco ciò che conferisce ai discorsi di Carlo Levi un fascino inimitabile".

giovedì 4 novembre 2010

Matrimonio alla francese 1/2



Arthhur e Gabriela sono giovani e miei coetani, e per questo, come capita in eventi così importanti, sono anche uno specchio. Uno specchio transnazionale dei propri percorsi di vita il cui confronto è inevitabile.

Arthur e Gabriela hanno venticinque anni, sono figli e futuri rappresentanti della classe media francese, entrambi cresciuti a Strasburgo, in Alsazia, entrambi trasferitisi a Parigi per studiare e poi per lavorare: lui giornalista a Europe1, lei insegnante di ruolo alle scuole elementari. Lavoratori, istruiti, 25 anni, appena sposati. Cosa rara oggi in Italia per una coppia giovane e psicologicamente "precaria" mentre in Francia grazie anche alle fortissime politiche familiari, e all'assenza di precarietà contrattuale, è pratica e mentalità diffusa sposarsi, convivere e fare figli con la dovuta spensieratezza dell'entusiamo giovanile. Con leggerezza, senza rumore e stupore altrui, ma con il sentimento della scoperta e il fascino dell'avventura.

Per questo hanno praticato una cerimonia snella e divertente, informale, per nulla commovente, partecipata, aperta anche alla signora matta di passaggio, quasi fosse una messa in scena, e forse in fondo, lo è stata. Un matrimonio celebrato secondo il rito laico francese, tra spirito repubblicano e campagna elettorale, dal vice sindaco del 5° municipio di Parigi. All'ombra del Panthéon, una voce àtona da funzionario alla fine ha formalizzato una cerimonia che aveva lo spirito del cabaret.


Qualcosa di molto diverso rispetto al pesante e lungo cerimoniale italiano, che spesso prevede l'annuncio alle famiglie con un anno di anticipo per aiutarle ad accettare l'idea, una tappa intermedia rappresentata dalla promessa di fidanzamento (nei casi estremi), ed immense energie spese in regali e formalità organizzative, con relativi costi, che scoraggerebbero chiunque a farsi un'idea accattivante della vita di coppia, del viaggio da fare verso il futuro.

Arthur e Gabriela hanno deciso di sposarsi solo due mesi prima, a fine estate come buon proposito dell'anno che verrà e detto fatto: è bastato fare le carte alla Mairie, un giro di e-mail agli amici e avvisare le famiglie della decisione presa.


Uno stile di fare le cose leggero, come ancora più leggera è stata l'attitudine nell'accettarlo da parte di amici e parenti. Reazioni talmente rilassate che mi fanno rivendicare il sogno di una rivoluzione leggera dello spirito, appesantito dai timori di un futuro incerto che nessuno riesce a schiarire e dalla riluttanza a compiere passi verso nuove direzioni segnalate come azzardati e scivolosi sentieri sui quali scivolare. C'è paura di muoversi, paura di cambiare, c'è un conservatorismo che sale fin nelle ossa e rifugge a tempo indeterminato le scelte e i rischi che determineranno il nostro futuro. In Italia Arthur e Gabriella avrebbero dimostrato coraggio.


Realizzatosi il miracolo repubblicano tramite la creazione del neo-nucleo familiare, la giornata è stata divisa in due: il pranzo con parenti e testimoni, e la sera una festa a casa con gli amici, invitati a portare da bere. Un matrimonio senza stress, senza fotografi invasivi e opprimenti, senza giro dei tavoli per scambiare con tutti una parola, alcuna torta da tagliare, ma solo una grande festa da condividere con gli altri. Amici cari, conoscenti e imbucati. In perfetto stile festa di laurea.


Un momento in cui si è esorcizzato collettivamente il passaggio sostanziale verso la maturità coincidente con la fine degli studi, l'inizio del lavoro, l'essere indipendenti. Un momento di trapasso generazionale, in cui per un attimo di estrema lucidità ho rivisto, nel tentativo di esorcizzarli, atteggiamenti e situazioni adolescenziali.


Come guardando una vecchia fotografia in cui riaffiorano alla memoria vecchie sensazioni sopite e mai dimenticate, nel pieno della festa, tra le braccia agitate verso l'alto ho visto lo specchio del tempo che passa, cresce, si evolve. Ad illuminare la stanza, come una luce di Caravaggio, un contrasto di Salgado, una schiarita di Hopper, le canzoni dei miei dodici-tredici anni, dalle Spice Girls agli Aqua!

Compilation-revivals degli anni Novanta che risvegliando la memoria sonora mi hanno fatto pensare al tempo passato e alla testimonianza collettiva che stavamo vivendo.


In effetti, a che serve una festa se non a celebrare un passaggio appena compiuto che va condiviso ed esorcizzato con chi ha vissuto il tuo stesso percorso affinché possa essere da tutti accettato? E in primis dai diretti interessati.

Un matrimonio, un rito, che per concretizzarsi ha bisogno di essere pubblico, sociale, celebrato. E' grazie al ruolo dei testimoni, ovvero degli amici, che si ratifica e convalida tale momento: l'avvenimento diventa reale ed effettivo proprio perché condiviso, mentre se rimanesse solo tra i due sposi ci sarebbe il rischio di conservare un'effimera promessa.

Un passaggio che non lascia indifferenti, ma che tocca in maniera tribale anche i sentimenti, prima non percepiti e ora condivisi, di chi vi ha partecipato. Uno stato d'animo prima non maturato perché immerso in una dimensione e in un flusso percepibili solo da chi ci era già passato.

Una festa che è un'esternazione, un grido di partenza, il fischio di un treno verso una nuova maturità vissuta come il pelo della barba solo adesso curata, un abbraccio più lungo, una sveglia non rinviata. La vita che esplodeva in mille direzioni trova canali in cui liquefarsi scivolando per pendici di storie che noi stessi abbiamo creato. Nulla si distrugge e nulla si crea, tutto si trasforma, e non è da meno la vita che ora prende forma.

Io sono Arthur

domenica 17 ottobre 2010