mercoledì 15 ottobre 2008

Un libro

Un libro. Il libro. E' riuscito a cambiare il modo di vedere le cose, il modo di pensare, di agire, di scegliere. Un libro, le parole, unite al coraggio hanno potuto tutto questo.
A chi ha sempre creduto che le parole nulla potevano, che tanto vale provare a dimenticare, a partire, fuggire, o peggio a non pensare, ad essere indifferenti e conviventi conviene guardare cosa è successo da due anni a questa parte, come noi campani siamo visti ora, terre conosciute solo dai loro stessi abitanti sono diventate luoghi conosciuti ai più, sulla bocca di tutti, terre che hanno cambiato l'immaginario collettivo.

Un libro, un successo grazie alla scelta dei lettori, dei cittadini avidi di sapere, di informazione. Un successo che, paradossalmente, anziché premiare proprio chi aveva scelto di restare, resistere a tutti i costi, di vedere e far vedere le cose in modo nuovo, chi ha portato il cambiamento, chi è riuscito proprio in quello che più manca, costringe a partire. Quasi una maledizione, giovani che fanno la fila per partire, e lui che aveva deciso di restare per fare qualcosa e farla con successo è condannato a partire. Non è una resa, non è un abbandono, è un diritto richiedere quello che tutti hanno già senza aver dovuto combattere per essa, una vita.

Allora da questo blog che fa del viaggio, delle scelte che determinano partenze e ritorni il suo filo conduttore parte un augurio, che sia partire per poi tornare. Che sia un viaggio pieno di piacevoli sorprese, che sia di ricarica, rinvigorente, come solo un viaggio può fare, di nuova energia, di amore e forza. Perché abbiamo ancora bisogno delle sue parole, della sua forza.

Roberto Saviano ci ha dato una lezione, esemplare, di cui tutti dovremmo seguire il richiamo.
Nel momento in cui parte, lascia l'Italia, è giusto che siano tanti, molti, ad occupare il terreno da lui spianato. Perché ha incominciato un percorso, un cambiamento e tocca a tutti continuare, fino in fondo. Un libro e l'interesse che ha suscitato ha potuto ciò, l'impegno di tutti può ancora di più. Una vita onesta e nel rispetto delle regole, non basta più, o meglio non è mai bastata, a chi si ritiene protetto e in pace grazie a ciò, gli si ricorda che poter far qualcosa qui equivale a dover fare qualcosa. Più impegno, più partecipazione, più criticità, più coscienza. Non nascondersi dietro il paravento dell'atto eroico impossibile, ma possiamo tutti fare la nostra parte. Nel caffè al bar, nel dibattito in classe, nella cena in famiglia davanti al notiziario, nell' uscita con gli amici, al posto di lavoro, nella denuncia di un sopruso, nella partecipazione ad un appalto, nello scrivere un articolo, nella scelta del candidato, nella scelta del business, nel comprare, nella raccolta differenziata, nella scelta alla felicità, si può sempre prendere una posizione, c'è sempre una posizione.

La scelta di non zittirsi, la parola che a lui vuole essere taciuta, può essere presa da noi, è ora di prendere il microfono che lui sta passando. E' ora di tenersi pronti perché per tutti verrà il momento, il momento di esplicitare e concretizzare la propria posizione, il momento di scegliere, per chi parte, chi torna, e chi è rimasto. Verrà il momento per tutti di fare la propria parte, di parlare, di alzare lo sguardo, e già se non l' aspettassimo, ma quel momento lo cercassimo noi a viso aperto, sarebbe un prendere la parola.

giovedì 9 ottobre 2008

La diaspora degli innocenti



Andrea è un percorso inverso. Nasce, cresce e studia a Caserta per lasciarla sull'entusiasmo dei 18 anni, direzione Bologna. Studia, sperimenta, viaggia, va in Normandia, a Rouen, per un anno. Insomma cresce. Ma sempre proiettato all'esterno, al nuovo, al diverso. Affascinato da nuovi mondi, situazioni improbabili e imprevedibili, inizia a pensare. A ricercare il senso dei suoi percorsi. Prossimo alla fine di un ciclo di vita, di studi, inizia a porsi domande reali sul dopo, sull'avvenire.

Si chiede come valorizzare i percorsi da lui avviati, le cose da lui apprese, come arricchire ulteriormente la sua persona, forse andando più lontano? Per quale meta? Quale paese? Domande che sembrano obbligate a cui si fatica a dar risposta. Ma come spesso accade quando la chiarezza arranca la colpa è delle domande. Domande scontate, normali, interrogativi condivisi, socializzati, ma forse sbagliati. Perché nella nostra italiana generazione è diventato scontato partire, emigrare, cercare il dove si sta meglio, cercare l' America. Con invidia a chi sia già partito, con stupore o commiserazione a chi avendone la possibilità ancora non sia fuggito.

Un modo di vedere le cose tipico di una generazione abituata a cercare la realizzazione solamente altrove, o per mano altrui, evoluzione mentale del cittadino parassitario, evoluzione ulteriore dell'attesa perenne delle divina provvidenza. Una vita, un atteggiamento di attesa, non da speranze disilluse, ma da illusi in cerca di speranza.


Andrea ha seguito un percorso inverso, tra lo stupore di molti, e l'indifferenza di tanti, Andrea ha deciso di tornare per vedere e raccontare. Per rivivere una terra e una città che sente come sua, ma che adesso avrà la possibilità di conoscere, interpretare e confrontare. Partire per poi tornare, riprendersi con le parole e con i denti quello che tutti volevano da un'altra parte. Lascia Bologna e designa Napoli, come tappa successiva del suo percorso, nessun regresso, nessun fallimento, ma una maturità. La maturità di uno sguardo sulle cose, che chi lo conosce poco può scambiare per ingenuità, ma è consapevolezza della semplicità della vita, assenza di paura ingiustificata e passione sincera. La maturità di prendere una decisione e marcare una posizione, scegliere, marcare e scrivere, e allora che parola sia.





La diaspora degli innocenti



È un triste e risaputo sentimento
I cam
pi soffici e verdi
Sono ricordi quelli che rubo
Ma tu sei innocente quando sogni
Quando sogni
Sei innocente quando sogni”

Tom Waits


La diaspora degli innocenti

di
Andrea Bottalico

Parte prima
L’ho vista con i miei occhi. Sarà stata una delle solite notti d’estate, o forse autunno, non ricordo. Sull’asfalto però non c’erano foglie sparse. Avevano lasciato un lenzuolo bianco macchiato di chiazze rossastre, la segatura. Io camminavo come in un labirinto, sembrava tutto stranamente vero.. tanti uomini, donne anziane e bambini in fila ad aspettare, e l’attesa sembrava eterna. Erano, come dire, in fuga, ma restavano fermi immobili. Carmine era proprio lì davanti a me, seduto sul muretto, con il viso nascosto tra le mani e la voce simile a quella di un folle.. «Bisogna perdere l’equilibrio» diceva impaurito: «L’equilibrio l’equilibrio l’ equilibrio!» Poi si allontanava nel buio, dandomi le spalle. La sua voce svaniva a poco a poco… Era troppo tardi. Raffaele già era sparito.. Un serpentone di uomini umili e stanchi s’allontanava lentamente dalla memoria, si disperdevano come schegge di una supernova appena esplosa. Costretti, loro avrebbero preferito restare.

Sono sogni: gli unici momenti in cui sono convinto di essere innocente. Poi per il resto del tempo non ci sono scuse, non posso trovare giustificazioni. La realtà quotidiana mi trascina a peso morto nelle piazze assolate, a piedi oppure in bicicletta per i paesini limitrofi agonizzanti, ad ascoltare i vecchi seduti alle panchine: devo bruciare tutto il disprezzo accumulato, smaltire gli sguardi arroganti che osservano tutto di tutti, smaniosi di mostrarsi e di mostrare, ma più mi guardo intorno, peggio è.
«…Da questo posto marcio se ne stanno andando via in punta di piedi» mi dicevano degli uomini rassegnati, il giorno dopo. E Gennarino più di ogni altro, lui non riusciva a trovare pace. Se ne stava lì fuori a sfogliare le pagine del giornale locale per cercare la notizia dell’ennesima tragedia. Non ci voleva credere: Raffaele? Impossibile! Poi attaccava con le sue invettive a ruota libera, senza risparmiare nessuno:
«Lo vedi Andrè.Nessuno vuole restare in questo posto fatto di caserme banche punti SNAI e centri commerciali. Nessuno vuole vedere i propri figli seduti in una sala d’attesa di un reparto oncologico. Sembrano lontane anni miglia le immagini delle campagne appestate, degli incendi, dei cittadini disperati..ma quelli che scappano via da qui non lo dimenticheranno mai. Mettitelo bene in testa!..» Gennarino percepiva istintivamente ogni mutamento di clima, e dall’alto dei suoi settant’anni passati ad imprecare Cristo lo ripeteva ad alta voce, dinanzi agli sguardi indifferenti che lo credevano ubriaco: «Maledetti fottuti! Vili! Voi ed i vostri servi!.. Non fanno altro che aprire nuovi centri commerciali, questi cani!. Ma quale emergenza rifiuti!..qua si ricicla più della Svizzera!» (si riferiva al denaro sporco..)

«..L’ ho vista coi miei occhi, ti dico. E ancora continuo a vederla. Intorno a me c’è gente che fugge di notte, un popolo di fuggiaschi, Andrè. Loro non ci stanno. Hanno sputato in faccia alla realtà e gettato via ogni singola speranza di riscatto. Dove sono finiti tutti?! Eh? Dove diavolo sono finiti?!» Una domanda che mi ripeto la notte ed il giorno, nel deserto pomeridiano tra le strade ai margini della città. «Solo in pochi restano, e sono considerati come sconfitti. E se vai via per poi ritornare allora sei un fallito!.»
Raffaele. L’unico innocente. O forse uno dei tanti. In tutta Italia dal duemilasette ad oggi ne sono morti quasi millecinquecento, tra quelli dichiarati. Perché se consideri il popolo dei lavoratori a nero le vittime ne saranno molte di più. Raffaele era troppo giovane. Lui ha pagato il prezzo più alto per avere scelto. Proprio lui.. «Possibile che non abbia mai provato ad andarsene via in tutti i modi?!» Forse stava progettando il futuro altrove, il più lontano possibile. Abitava insieme alla madre e ai quattro fratelli nelle palazzine della centosessantasette.

Iniziò a lavorare con un mastro elettricista.
«Lo sai cosa significa questo, vero? Aveva i pali sotto casa e la base dei puffi a trecento metri, dove spacciano di tutto». Nonostante ciò faceva l’elettricista e nel tempo libero giocava a calcio. Era troppo forte. Lui era il guaglione, aiutava ed imparava in fretta il mestiere, sveglio com’era! A diciassette anni, chissà quanti sogni aspettavano d’essere esauditi.
«Per prima cosa devi stare attento a non prendere la corrente.. Se impari il mestiere guadagni, e per mezza giornata di fatica prendi cinquanta euro» mi diceva con gli occhi illuminati. Vallo a capire se era vero..

Quella mattina a Casalnuovo faceva un caldo atroce. Raffaele andò a montare un condizionatore d’aria in un appartamento al quarto piano insieme al mastro elettricista. Sale sulla scaletta, si appoggia alla ringhiera, inizia ad avvitare, posiziona il condizionatore, spinge la miccia del trapano nel muro, esce della polvere biancastra che sporca il pavimento del balcone. Le gocce di sudore gli cadono dalla fronte. Poi uno sguardo nel baratro, un altro ancora. Un brusco respiro al contrario. Raffaele si sente attratto come una calamita dal vuoto, un movimento azzardato e perde l’equilibrio. Precipita. Un volo di quindici metri. Raffaele prima di morire ha provato la sensazione di volare.
Sul selciato una macchia di sangue, poco dopo la segatura ed un lenzuolo bianco stavano lì a vegliare sull’ennesima vita morta ammazzata dal lavoro.. intorno al corpo tanti uomini, donne anziane e bambini in fila ad aspettare, ma l’attesa sembrava eterna…

Carmine quella notte me lo sussurrava nell’orecchio, come chi confida ad un amico stretto un’infame verità.. «Bisogna perdere l’equilibrio, cazzo!» Miriadi di spilli cadevano su un pavimento di vetro. Il tonfo fastidioso si amplificava nell’attimo dell’urto. Erano voci infinite ed esauste, inondate da altre voci che sbuffavano sulle sponde dei muri di cemento. Il corpo implorava pietà ma non potevi opporti al suo diniego, come il rumore delle unghie affilate che graffiano la parete bianca appena intonacata.. un brivido attraversava tutta la schiena. Incontrastato. Ma tu sei innocente quando sogni.. Io lo capii soltanto dopo quella notte. Alla fine a cosa serve? A cosa serve pensare? Pensare che fra un paio di mesi Raffaele avrebbe compiuto diciotto anni. Pensare che se magari avesse avuto l’attrezzatura di sicurezza, che ne so un caschetto, Raffaele adesso sarebbe ancora vivo. Riflettere ancora su una triste verità, e cioè che ora tutti nel suo quartiere saranno convinti che se vai a fare un mestiere onesto sei un perdente, che era meglio se Raffaele avesse scelto di iniziare da capo la sua vita altrove, come se in Lombardia o in Veneto o in Emilia Romagna non ci fossero stragi di lavoratori. Che non conviene rischiare la vita per cento euro la settimana quando avresti potuto guadagnarne dieci volte in più restando fermo all’angolo della strada con gli occhi spalancati.
Bisogna ricordarlo. A nome di tutte le altre vite stroncate. Innocenti dispersi tra i notiziari. Come miriadi di spilli che cadono su un pavimento di vetro.

Raffaele Chianese, diciassette anni, elettricista, morto il 13 luglio 2008 a Casalnuovo (NA)
Se esiste un Dio, non si trova nei paraggi” dice una scritta anonima sopra un muro di periferia. Qualcuno ha aggiunto sotto: “Se n’è fuggito pure lui!!





Pubblicato su Nazione Indiana il 3 settembre 2008.

lunedì 6 ottobre 2008

Io sono Andrea


Tutto, ma da questa parte.

giovedì 25 settembre 2008

Tutto, ma da un'altra parte


Tutto. Tutto deve essere da un'altra parte. I sogni, la vita, il futuro, le idee, le energie, la felicità, le prospettive, i pensieri, le soluzioni. Altrove, da un'altra parte. Qui, rimangono i problemi, le insoddisfazioni, gli ostacoli, le barriere, la polvere mai smossa. Qui niente, o quasi.

Altrove tutto deve essere in un altro modo, tutto deve essere diverso. Altrove posso trovare e provare tutto, o quasi. Posso trovare tutto quello che nuovamente cerco. Una vita resa libera e leggera, da me. Un mondo da straniero, da viaggiatore, di vacanza, un mondo da scoprire, bello e sconosciuto. Un mondo dai sensi più affilati, particolari da cogliere lì dove si vuol cogliere, lì dove occhi stanchi non vedono più. Occhi non coinvolti, cristalli ancora non impressionati, specchi di un'anima ancora non impregnata osservano lo scorrere di esistenze terze, di estranei che dalla distanza di un sipario trasformano le proprie tragedie quotidiane in un' affascinante commedia di vita.

Una distensione permanente allungata dalla distanza mentale minimizza i problemi del quotidiano, e allora quella che è una vita non molto diversa, diventa speciale, più ricca, più appagante. Per un senso di nuovo, continuo entusiasmo, per una gioia infantile, piena irresponsabilità, che porta a prendere solo le cose migliori dimentichi di tutto il resto che sta anche dall'altra parte, o quasi.

Calvino in qualità di esule volontario a Parigi ha scritto "il luogo ideale per me è quello in cui è più naturale vivere da straniero", in parte aveva ragione, ma stranieri, per quanto ancora?

Piccole cose che non hanno più importanza, altre che acquisiscono un'importanza fondamentale, ciò che avevamo sempre trascurato torna prepotentemente agli occhi. Al ritorno vedi per la prima volta lo squallore di una strada, sfondi di montagne divorate, sporcizia, bruttezza, illogicità, fantasmi che ululano con rabbia che fa anch'essa il suo ritorno, sentimenti forti che tornano assieme alla bellezza mai notata prima, alle potenzialità, agli stupri avvenuti, alle occasioni mancate. La povertà di emozioni che accompagnava questi luoghi scompare, il risentimento prende il suo posto accanto alla voglia di futuro, all' aspettative, all' impegno.


Piccole cose ingigantite o annullate dalla ripetitività, lamenti comuni del quotidiano altrove sono dimenticati, ma finiscono in sordina anche al ritorno.
Allora lì dove la vita non pone grosse differenze, siamo noi ad introdurle, ad evitarle, ad ometterle, a rendere la vita più speciale. Tutto ciò a cui siamo indifferenti, da cui siamo irritati, annoiati, infastiditi e delusi, altrove cambia, sensibili a cose che qui non apprezziamo o non avremmo apprezzato, qui ma non altrove. Tutto deve stare da un'altra parte quando si tiene sottochiave la propria anima, la si deruba, la si detiene, la si incarcera nei luoghi da cui proveniamo.

Allora sta a noi cercare le chiavi per liberare le nostre azioni, i nostri pensieri, le nostre insoddisfazioni, le nostre visioni. Per risvegliare dal sonno polveroso la nostra coscienza, il nostro essere, la nostra imprevedibilità, per esprimere quel che di meglio concede la libertà, ovvero quello che ancora non immaginiamo di poter fare.

Tutto, o quasi, può stare da un'altra parte.
Tutto o quasi deve stare proprio lì, da dove proveniamo, tutto o quasi può essere rivisto, tutto o quasi può essere cambiato con la forza di tornare, la voglia di vivere qualcosa che si senta come proprio. La voglia di dormire tranquillamente, la voglia di sentirsi realizzati, completi, soddisfatti, e non esuli, non emigrati, non fuggiti. La voglia di camminare a testa alta, la voglia di parlare, di spiegare e capire, la voglia di trovare. Ritrovare il punto da cui si era partiti, dare un senso al percorso fatto oltre che una direzione, la voglia di segnare la bussola che è stata utilizzata, la voglia di sentirsi ancora bene nel centro che fu del proprio mondo.
Ritrovare le origini, ma non solo, realizzare un impegno anche. Utilizzare le energie adesso, soprattutto. Con intelligenza, con la penna, con pragmatismo, misurando il tempo, rispettando le fasi, assecondando le proprie scelte. Non fuggire più, per tornare a cavallo laddove si andava solo a piedi.

Non tutto deve stare da un'altra parte, c'è qualcosa che non si può trovare altrove. Il senso. Il senso di un percorso lo si può capire, apprezzare, solo tornando, restando, resistendo, cambiando. Provandoci, senza diventare martiri, ma nemmeno finire così come abbiamo cominciato, se non pure peggio. Tutto o quasi, da questa parte.

domenica 21 settembre 2008

Il Buffone triste




"Non è il nome che fa la differenza, è la persona che la fa", Pietro potrebbe essere unico, e lo è a modo suo, ma è anche emblematico. Emblema di un giovane a cui i confini natii, gli amici di sempre iniziano a non bastare più, o meglio, già da un bel po' non sono più sufficienti.

Pietro è l'emblema dell'anima che necessita di muoversi per cogliere la vita, da troppo tempo sta fermo, ha bisogno di scosse, di intensità, come già dissi a proposito di Philip, necessita di divenire per poter essere. Insomma in poche parole necessita di cambiamento, di rimettersi in discussione, di una danza derviscia, di perdere i punti di riferimento, di allargare i pilastri della sua quotidianità trasformartisi in sbarre.

Pietro è emblematico perché rappresenta una generazione pronta a fare del mondo la propria casa, pronta a mescolarsi, confondersi, mascherarsi, annullarsi per poi ricrearsi. Una generazione che vive di grossi centri metropolitani, piccole isole interconnesse, porti e ponti sempre aperti ai migranti globali. Il processo di omologazione, accanto a quello di globalizzazione, da tanti paventato, mostra il suo lato peggiore, quello che tutti vorrebbero fuggire, proprio nei piccoli centri soffocanti, dove il simile, il normale diviene sinonimo di grigio, sciapo, meccanico, ripetitivo, vuoto.

Mentre Pietro è alla ricerca di qualcosa che sia normalmente nuovo, normalmente diverso. Allora quando non si riesce più a trovare energia dentro di noi, quando le routines ci hanno assopito, è giusto svegliarsi con aria frizzante, sgranare gli occhi per imparare il nuovo circondario. E' giusto partire.

Allora muoversi anche per vivere, viaggiare anche per divenire, immergersi nella realtà e filtrarla anche a costo di una visione parziale, relativa, cioè umana. Muoversi e riflettere, perdersi e ritrovarsi, essere in una piena incertezza anziché in una vuota sicurezza.


Il Buffone triste

di Pietro Fusco



"Salve a tutti. Evito le presentazioni, ho lasciato ad Alessandro questo arduo compito, sarà lui ad incastonarmi nelle categorie di questo blog.

Io chi sono? Sono Pietro.
Ma forse non è giusto rispondere "sono Pietro", anche perché non è il nome che fa la differenza, è la persona che la fa.
Mi trovo qui a scrivere per il mio burrascoso stato d'animo di questo ultimo periodo. Eh sì, perché sono un'anima in pena. Sono un'anima "on the road" troppo tempo ferma ai box.

Negli ultimi anni la routine ha fatto da padrone nella mia vita. Anni e anni non proprio con le stesse cose, ma con le stesse preoccupazioni. Svegliarsi la mattina e sentire che rispetto a un giorno prima non è cambiato nulla e che rispetto a quello successivo non saremo diversi. Pensare che tutto sommato le emozioni di oggi non avranno nulla di nuovo e forse non si potranno nemmeno definire emozioni.

Ho 24 anni, non sono un cosiddetto "uomo di mondo", ma ne ho sempre avuto la testa.
Vivere come chiunque non fa per me, io sono fatto per svegliarmi (non per forza la mattina) e sentire che l'oggi non so cosa mi riserva.
Si faccia ben attenzione, però. Non voglio essere uno scansafatiche.
Essere una scansafatiche e fossilizzarmi in questo comporterebbe comunque routine.
La mia vita è stanca di tutto ciò. Il mio pensiero è sempre altrove. Sogno di viaggiare, sogno di essere ogni volta in un posto diverso, accerchiato da persone nuove, da nuovi PERSONAGGI.
Voglio essere accerchiato da EMOZIONI. Sono queste quelle che mancano, le emozioni. Emozioni intese come passioni. Voglio vivere il mondo, voglio vivere i luoghi, voglio vivere la gente.
Ogni giorno qualcosa di nuovo, ogni giorno qualcuno di nuovo; non sapere cosa ti capiterà e soprattutto perché. Non dover dar conto a nessuno delle tue azioni, non doverti giustificare. Avere una propria etica e vivere in base a quella. Considerare l'intero globo come un unico grande paese, dove muoversi e confrontarsi, dove viaggiare e vivere.
Io amo la vita, io sono la vita. Una vita on the road. Come diceva Kerouac "l'importante non è dove si vada, l'importante è viaggiare". Io non voglio avere un punto d'arrivo, sarebbe una sciocchezza. Sarebbe partire solo per avvicinarsi a una diversa routine,
io voglio andare per non sapere dove andare. Decidere secondo dopo secondo... giorno dopo giorno...

Mi piace ridere, scherzare e burlare questa vita. Tuttavia di questa vita poco c'è di cui compiacersi a tirare le somme.... ma si sa, a volte è meglio ridere che piangere. Meglio ridere e far ridere."

venerdì 19 settembre 2008

domenica 7 settembre 2008

La spiritualità


La porta di una moschea è sempre aperta, non chiude mai, la notte come il giorno è buono per pregare, meditare, avvicinare se stessi. Il tempo è soggettivo, dilatato, dieci minuti per le genuflessioni, ore passate all'ombra di una colonna, nessuno impone orari, la mente si rilassa e il silenzio assorbe.

Intervalli di calma scanditi da richiami giornalieri, l'invito alla preghiera, il buon musulmano è tenuto ad andare cinque volte al giorno. Il Venerdì c'è il sermone, e la moschea è sempre piena, è il vero giorno della preghiera, è il giorno della funzione e mi trovo ad ascoltare le parole dell'imam. Se la prende con la società moderna dei consumi e il decadimento morale, parole non molto lontane, non tanto estranee, da quelle di un qualsiasi prete alle prese con il sermone domenicale. La folla aumenta, gruppi di vecchietti si aggregano ai lati e negli spazi anteriori della moschea. La meditazione e il silenzio sono rotti dall'avvicendarsi dei fedeli per la preghiera del Venerdì. Ci si saluta, ci si siede tra gli amici, si aspetta l'inizio della funzione. La moschea è anche questo, soprattutto questo, un luogo di incontro, di sosta, di riferimento.



Penso a quanta incomprensione ci sia in Italia, quanto provincialismo. Penso con stizza al dibattito sull'opportunità di costruire moschee in Italia, alla protesta di un gruppo di immigrati musulmani di un paesino del trevigiano, Villorba, che pregano all'aperto in un parcheggio, allo scetticismo nato dalla paura di fornire un luogo di incontro, alla rabbia e frustrazione dei musulmani in Italia a cui è ostacolata la libertà di culto. Penso a come si sentirebbero se venisse meno un luogo così importante della loro quotidianità.
Un luogo se vissuto continuamente non è solo uno spazio fisico, concorre a formare la propria identità legata ai luoghi in cui possiamo vivere le nostre emozioni, manifestare la nostra cultura, il palo attorno al quale girare, il metro della distanza dei propri cammini di vita, dà il senso della misura, metro e tara al tempo stesso. Penso al senso di alienazione che si possa provare all'estero, da immigrato, alla rabbia di essere catalogati come violenti e malintenzionati per la semplice voglia di incontrarsi in maniera non conforme a quella dei paesanotti padani. Penso alla stupidità del sindaco di Treviso, agli amministratori della Lega Nord che arrivano a vietare la "moschea" nei regolamenti urbanistici dimenticando l'articolo 8 della Costituzione e la libertà di culto.


Penso alle persone che si svegliano a notte fonda per rispettare il Ramadan, agli orari invertiti, all' esigenza che solo tu senti, estranea alla società in cui sei ospite e che non ti rispetta, alienato in un contesto che rifiuta qualsiasi comprensione.
Penso alle stupide analisi fatte dai nostri media e dai nostri politici, interpreti del sentimento popolare, penso alla distanza, al pregiudizio e all'ignoranza verso questo mondo. Un mondo dietro casa, a portata di mano, che bussa alle nostre porte e di cui vengono disattese le speranze di dialogo.

La moschea è piena, uomini scalzi senza distinzioni e gerarchie, tutto ricorda la pace, anche l' accoglienza fattami di sorrisi durante la preghiera del Venerdì infonde calma e benevolenza, non scacciato dalla funzione ne divento parte, accettato da una cultura della fratellanza osservo questi figli d'uomini che non lasciano spazi vuoti tra loro, genuflessioni all'unisono, spalla a spalla affinché nessuno si senta escluso.

I tappeti morbidi ricordano casa, mi guardo i piedi nudi poggiato all'indietro sulle braccia , le dita sprofondano tra le setole, alzo la testa, penso che sotto un lampadario ed una struttura priva di centro, il centro torni ad essere tu, in un luogo orizzontale di pace, in assenza di gradini dai quali erigersi, la semplicità fa il suo capolinea, in una moschea che è anche casa, rifugio e serenità. Penso che un luogo pregno di spiritualità non debba necessariamente indurti ad un'estasi mistica, non devo necessariamente sentirmi più vicino a Dio, ma nell'avvicinarmi alle emozioni degli altri, nella comprensione raggiungo il mio innalzamento spirituale, la mia ascesi, nell'empatia manifesta degli sguardi e del corpo ho la soluzione del cruciverba che tesse i significati d'identità e cultura.