lunedì 31 agosto 2009

Paesaggio Mediterraneo







Scegliere non saprei. Rocce che cadono in acque blu profonde. Un mare che è un insieme di mari, ovunque mi sento a casa.

Differenza non ricordo tra le rocce di Favignana e le coste frastagliate di Amorgos, tra l'acqua turchese delle Cicladi e le tombe sommerse di Kas, tra le sabbie di Cabo de Gata e le dune tra Sperlonga ed il Circeo, tra le calanche di Marsiglia e le spiaggette della Costiera.


Con gli occhi chiusi, gli odori forti, e le cicale di sottofondo, sfido io ad associare a ciascuna costa o spiaggia, roccia o duna, un paese dallo stesso blu profondo. Paesi non esistono e frontiere non si creano nell'unico spazio condiviso, l'unico in grado di abbracciare ed accomunare, il solo che crea vertigini di disorientamento, perchè è sempre lo stesso, perchè è mai uguale.











Un mare che unisce, un mare che è un viaggio, un mare che dà speranza.





















Per sempre me ne andrò per questi lidi,
Tra la sabbia e la schiuma del mare.
L'alta marea cancellerà le mie impronte,
E il vento disperderà la schiuma.
Ma il mare e la spiaggia dureranno
In eterno.
(Kahlil Gibran, 1926)





lunedì 24 agosto 2009

Frontiere

Frontiere, confini. Spazi creati per dividere e non per unire. L'artificiosità di una frontiera politica risulta evidente nel momento in cui attraversi paesi privi di vere e proprie barriere naturali. Il territorio non cambia in maniera improvvisa, il paesaggio è uniforme, le usanze nella zona di frontiera sono simili, il cibo è identico, simile è il rapporto con il territorio. La cultura come insieme di pratiche e di conoscenze è la stessa, quel che cambia oltrepassando una frontiera sono le regole e le leggi di quel paese, la lingua, sebbene allontanati solamente di qualche chilometro, ovvero le sovrastrutture, per utilizzare le parole di Pasolini, ma le facce, no quelle sono le stesse.

E' così per molti luoghi di frontiera. Tra il Portogallo e la Spagna si prende coscienza di aver attraversato un confine solo dopo molti chilometri, solo nel momento in cui senza guardarsi alle spalle s'incontra l'Oceano davanti a . Frontiere evaporate. Antichi retaggi storici. Rinunciare alla frontiera non vuol dire rinunciare alla differenza, la frontiera, la demarcazione, è necessaria per stabilire una giurisdizione, per delimitare il territorio che rivendica la propria autonomia. Ma questo non vuol dire che debba rimanere chiusa. Una frontiera può benissimo rimanere aperta, sino quasi a scomparire.

Frontiere come arma politica: stabilire cosa sia legale e cosa non lo sia, cosa sia imposto dal potere della maggioranza alla minoranza. Cosa si possa fare e cosa no. Frontiere cancellate per inglobare, per dimenticare, per creare un'identità totalizzante, come tra Turchia e Kurdistan. Frontiere perfettamente verticali, ortogonali, come in tutto il continente africano, frontiere arbitrarie come tra il Marocco ed il Sahara occidentale, imposte come tra Israele ed i territori palestinesi.

Le frontiere politiche sono solo un aspetto della divisione, della chiusura, della parcellizzazione di territori arroccati, isolati e difficili da raggiungere. Perchè manca un aeroporto internazionale, perchè Ryan Air ancora non ha messo uno scalo, perchè il treno finisce ad Eboli, perchè esistono territori ancora chiusi, perchè aprirsi è un processo talvolta lento, spesso non capito, o peggio non voluto. Quando si vuole che i territori restino fonte di potere, quando i territori devono legittimare il controllo del potere.

Le frontiere sono anche politiche, ma il più delle volte linguistiche, economiche, culturali, geografiche. Tuttavia in un mondo che corre più della politica, annullando gli ostacoli pratici, questa diventa una palla al piede piuttosto che una spinta al cambiamento. Generazioni pronte a qualsiasi incontro, formatesi in più campi, a qualsiasi scambio, che hanno superato barriere economiche, linguistiche e culturali cozzano contro quelle politiche. Giovani pronti a trasformare i propri territori in territori aperti, maturati con l'idea di apertura e condivisione, sono limitati da chi è più lento di loro, da un visto, dal permesso di soggiorno, dal fatto di non avere un passaporto europeo.

Ma i flussi migratori sono forze che non si possono fermare. Contrastarle a tutti i costi è controproducente, avvilente, alimenta il razzismo, il pregiudizio e la diffidenza, rappresenta un tradimento del nostro passato, delle nostre sventure. Pianificare l'invasione, gestire i flussi, sanare situazioni di fatto, assume spesso il colore della rabbia alimentata da impotenza, o il colore atono dell'ipocrisia: illudere di gestire dinamiche che in realtà sono incontrollabili. Erigere moderne muraglie cinesi è futile, quanto mettere una porta al mare.
La velocità del processo di migrazione è altissima, quanto un giro di giostra che ogni anno muove milioni di persone, viceversa l'integrazione e l'accoglienza saranno processi lenti, vivi nei figli dei figli, e ancora per generazioni, anche se il destino è già segnato. Già si sa. Sono più motivati, più giovani, con più forza, con più figli. Hanno di più, come i nostri venti milioni di emigranti dalla storia italiana. Stanno già vincendo e non lo vogliamo capire, e se vincono loro, vinciamo tutti. Perchè creare degli invisibili, valutarli criminali per il semplice fatto di aver viaggiato, di aver lasciato casa, terra, cultura, lingua e famiglia per una vita migliore, non è condannabile. Come condannare semenza che attecchirà su un terreno più fertile.

La nostra comunità politica ed economica che è l'Europa, è arrivata ad abbattere le frontiere interne quando queste sono diventate palesemente inutili, anzi dannose. Quando la caduta di quelle reali ha mostrato il ritardo di quelle politiche. Ma nell'annullare barriere vecchie, ne rincorriamo di nuove, alziamo nuovi confini domandandoci fin dove dobbiamo o possiamo arrivare. Annullando le barriere interne ne ereggiamo di maggiori, ma esterne, per isolarci, difenderci? Creando un'apposita agenzia europea di controllo delle frontiere, esternalizzando le politiche migratorie e tutte le rogne a paesi di emigrazione e ora di transito, ignorando le convenzioni internazionali, cercando di sbarazzarci del problema.

Ma un processo migratorio è una condizione di vita, spesso una condanna. Processi personali che non terminano anche dopo decine di anni, dopo l'uscita dall'oscurità, dopo il lavoro, la cittadinanza, i figli, e forse non lo saranno mai. Illudersi di mettere barriere è come illudersi di isolarsi pur avendo bisogno degli altri, uno spreco di risorse e di tempo che potrebbero essere utilizzate per gestire i flussi, prepararci ad integrarli, cavalcarli.

Frontiera è un concetto complicato, complesso, sempre dalla doppia faccia. Dalla doppia morale. Vivere senza frontiere oggi, vuol dire viverle in maniera naturale, innanzitutto. Perchè più ci si incontra e più appare banale la pochezza della frontiera reale. Perchè in territori aperti non esiste più la sovranità, l'imposizione dall'alto, ma l'autonomia e l'autodeterminazione dei popoli. Per arrivare a mondi senza fonti di potere, per arrivare alla situazione in cui nessuno ci debba governare. Perchè anche oggi viviamo tentando di superare concetti anacronistici che ci vengono ripresentati in altre forme ed essenze, non più la frontiera da difendere, la chiamata alle armi, ma la sicurezza personale, non la guerra, ma l'aggressione preventiva. Sempre in ogni caso un nemico comune da sconfiggere, un capro espiatorio esterno che si ripresenta con nuove corna, mentre in realtà, in queste guerre, rincorriamo solamente noi stessi.
Perchè oggi si vive così. Si vive quella differenza naturale che sorge spontaneamente in tutti i territori, come una legge dei grandi numeri e delle distanze, come un miracolo della natura, come una fonte che alimenta tutte le società che scorrono l'una verso l'altra, che interagiscono l'una con l'altra. In maniera graduale, costante. Rendendo difficile, a volte impossibile, uno schiacciamento dall'alto, rigettando l'idea che non abbiamo niente in comune con i popoli vicini, riaffermando il concetto che sono più le cose che ci accomunano che quelle che ci dividono. Uomini tra uomini. Di nuovo, rincorrendo l'altro che ci attende, casomai oltrepassando una frontiera.

giovedì 6 agosto 2009

Los poetas les siguen los Dioses





tradotta dal berbero allo spagnolo, ecco l'ultima poesia di Hassan Laaguir



Los poetas les siguen los Dioses




Antes de ser poeta
Me preparaba a ser Cura
Experimentaba lo prohibido por el cielo
Sólo para saber qué rechazar
Y para querer mucho al cielo.
Con una mentira me supera el cura:
"Haced lo que digo,
Esconda Dios lo que hago".

Convoco los dioses
Los vivos entre ellos
Y el muerto:
"Una cabeza mía le apetece
Rezaros
Otra mal no le parece"
Pero sólo con poemas si deseáis
Y compartidlas como si sois uno.

En cada escena
Mi oración amáis más
Os anima tanto aunque una
A los tiempos os ajusta
Y con el humano llegáis a ser contentos
Ante las estrellas os inclináis,
Volvéis quietos,
Logramos la paz
Al punto que me queréis
Como vuestro profeta listo.
Si soy listo, digo yo
Pero razón no es fácil tenerla
Ante gente harta de vuestras instrucciones
Tampoco es bueno ser profeta de esclavitud.
Sabéis ¿qué?
Es tiempo
De mandaros
Una profeta chica experimentada
Una profeta que pasea en las prohibiciones
Un solo mensaje ella transmite
"muy dulce es la vida en las tierras prohibidas de los dioses"

venerdì 24 luglio 2009

Io sono un poeta


Hassan Laaguir è un poeta. Un poeta dell'apertura, del rispetto e del riconoscimento dell'altrui cultura, qualsiasi essa sia. Confrontandosi con la prepotenza culturale araba e marocchina, Hassan ha rivendicato con spirito ribelle pari dignità alla cultura berbera, la sua cultura, la cultura amazigh.

Il movimento amazigh, di cui Hassan è esponente, rivendica innanzitutto il riconoscimento della identità, cultura e lingua berbera, all'interno della Costituzione marocchina. Un movimento che intende riscoprire quel patrimonio culturale di usanze, leggi non scritte, e costumi che caratterizzano il popolo berbero. Un insieme di tradizioni che hanno solchi profondi e lontani in una società più laica rispetto a quella basata sulla sharìa, la legge coranica, imposta successivamente dal dominio arabo-musulmano. Una cultura berbera sommersa ed affogata dall'egemonia culturale araba-musulmana, dove la donna ricopre un ruolo subalterno, il divorzio è un diritto riconosciuto soltanto all'uomo, e dove l'Arabo è sancito come la lingua sacra.

Per questo Hassan è attivista di un movimento che mira a riaffermare un'identità, che tenta di valorizzare le donne in quanto perno della famiglia e vettori del patrimonio culturale berbero. Per questo mira ad affermare pari diritti e dignità a minoranze che spesso sono calpestate dal diritto di arroganza delle maggioranze.

L'utilizzo della poesia va di pari passo con la sua attività politica. Infatti, sebbene il movimento amazigh sia innanzitutto un movimento culturale volto a riscoprire, valorizzare e diffondere, la musica, la lingua e la cultura berbera, naturalmente il progetto, la visione, è politica. Un progetto di autonomia territoriale, di riconoscimento formale e costituzionale.

Hassan già durante il periodo universitario ad Agadir scrive poesie che legge ad un pubblico sempre più numeroso che fa da eco ad i suoi continui riconoscimenti. Dopo l'Università l'attivismo di Hassan si fa intenso, partecipa al Forum Universale delle culture di Barcellona e all' Indigenous Fellowship Programme dell' Unesco, nel 2004. Diventa presidente della sede locale di Agadir dell'associazione Taymanut, ed e' fondatore di ADUZ N TIDAF , associazione per lo sviluppo e l'ambiente. Sempre nel 2004 viene invitato da Azarug, associazione berbera indipendentista delle Canarie, ma viene bloccato e rinviato a casa dalla polizia di frontiera. Comincia a lavorare ad Agadir per l'Agenzia delle Entrate, in seguito a Rabat per una Ong all'interno di un programma di ricerca tra leggi e tradizioni amazigh. Poi la pubblicazione delle sue poesie, ed infine la borsa di dottorato all'università di Granada ed il lavoro con la Fondazione Euro-Arabe.

Periodo di lavoro intenso in cui concepisce un'idea di sviluppo e progresso abbastanza chiara, e che tenta di promuovere tramite le associazioni in cui opera. Dove sviluppo significa innanzitutto dignità e libertà. Dove non si rincorre il paradigma consumista occidentale, ma si cerca un equilibrio tra il giusto e necessario sviluppo materiale, e l'armonia con l'ambiente, tra le ricadute sociali positive delle zone oggetto di in vestimenti esteri e la conservazione di culture tradizionali. Uno sviluppo che coniughi i lati positivi della modernità e della tradizione, l'ambizione è trovare un equilibrio tra il paradigma dell'urbanizzazione, della libertà, dello sviluppo della cultura, e la vita da poeti di Inschaden.

Perchè in momenti storici di forti cambiamenti, come quelli che sta attraversando il Marocco in questi anni, scegliere la strada da seguire è un compito difficile a cui solo i diretti interessati possono adempiere, e tra questi, i poeti talvolta sono gli unici che possano fornire visioni armoniche di due mondi tanto diversi, vecchio e nuovo possono convivere solo grazie alla poesia che apprezza il presente ed il passato, ma invocando il futuro. Non a caso Hassan è l'unico della sua famiglia che ha compiuto un viaggio proiettato in avanti, negli studi, nelle idee, l'unico che per gli stessi motivi si preoccupa di tornare anche indietro, al passato e alle proprie origini. L'unico che fa visita e s'interessa ancora ai modi di vita dei nonni, l'unico che si preoccupa di come conservare e preservare la propria lingua, l'unico che già rifiuta il rumoroso e dannoso superfluo dello sviluppo occidentale, dalla televisione alla automobile. L'unico che ha preso coscienza del rapporto importante che l'uomo deve sviluppare con il circostante, dall' armonia con la natura a quella con gli altri uomini.

Una presa di coscienza che è stata possibile solo grazie al confronto con l'altro, chiunque esso sia ed in qualsiasi forma esso si presenti. Senza confronto, senza diversità, non possiamo nemmeno identificare noi stessi, noi da soli non esistiamo.

Hassan ha dovuto lavorare duro, con fervore e dedizione da artista, ha scritto, e scrive, per la dignità, perchè lo sviluppo diventi innanzitutto sinonimo di dignità. Poesie di orgoglio, poesie di speranza che dedica a coloro i quali vivendo in piccoli villaggi, fatti di vita semplice, vivono di poesia e la utilizzano incosapevolmente come burro sul pane. Poesie che dedica a coloro i quali non celebrano la giornata mondiale della poesia perchè vivono la poesia tutti i giorni, a coloro i quali rendono le cose semplici belle e poetiche. Poesie dedicate, a quella parte di se stesso con cui lotta per affermare la poesia, a quella parte di che preferirebbe sempre la via più facile.

Perchè evidentemente non tutto è stato facile, specialmente con un passaporto marocchino. Un passaporto che di certo non rappresenta un lasciapassare, anzi. Ne è esempio il rifiuto a farlo entrare alle Canarie, la perdita del primo semestre di dottorato a Granada perchè hanno tardato sei mesi a concedergli il visto.

Perchè sebbene Hassan sia come noi spinto da motivazioni simili, come noi con una condivisione di speranze e valori, come noi con sogni di felicità, la partenza ormai imminente ed il momento del saluto non sarà per noi, uguale a quelle già vissute con tanti altri europei. Una Europa che ha realizzato uno spazio senza frontiere per i suoi cittadini rimane ancora difficilmente valicabile per tanti che sono come noi, a volte migliori di noi, ma nati dall'altra parte. Le partenze come ogni anno si avvicinano, ma salutare un amico francese, spagnolo, tedesco, lituano o polacco non ha mai lo stesso sapore di un saluto marocchino o turco. E non è la distanza geografica a spaventarci, ma quella politica. Salutare ragazzi provenienti da questi paesi, vuol dire salutarli per molto tempo, un tempo indefinito a cui non è possibile dare limiti, distanze che non è possibile prendere per tempo. Una partenza che talvolta ha veramente il sapore dell'addio. Che non dà spazio a sorprese, lunghi week-end, o brevi visite. Salutarli fa comprendere che quello vissuto è stato solo uno spazio libero, una zona franca, e che non tutto libero è il mondo, almeno per ora. Ma noi, ci proviamo lo stesso.



venerdì 17 luglio 2009

Io sono Amazigh


In una città come Inchaden non esistono poveri, esistono solo potenziali poeti. Immaginare con le parole di Hassan la vita del suo villaggio di cultura amazigh, ovvero un villaggio berbero del Marocco meridionale, equivale a fare un salto non all'indietro, ma di lato nel tempo, semplicemente da un'altra parte. Come forse da noi era tanto tempo fa.

Nel piccolo paese comunità di venticinquemila anime si vive in un altro modo. Non è possibile parlare di arretratezza. Una forzatura. Arretrato è un sistema infrastrutturale che ambisce ad essere moderno ed efficiente. Arretrata è l'Adsl quando esiste il Wi-max, arretrato può essere un treno a carbone rispetto all'alta velocità. Arretrata è una automobile, una tecnologia vecchia relativamente ad un'altra che riesce a soddisfare bisogni simili o sostituti con maggiore efficacia, efficienza, economicità.

La vita ad Inchaden non è arretrata, semplicemente diversa. Sembra la messa in pratica di quell' ideale utopico descritto nel film francese La belle verte. Un film che riproponeva fortemente la tematica ambientalista ed una forte critica e messa in discussione di tutti i valori e strutture della società occidentale contemporanea.

Ad Inchaden, il concetto stesso di sviluppo, o progresso che sia, è assente. Perchè assenti sono i contatti con l'esterno, almeno fino a qualche tempo fa. In una comunità in cui non esiste la televisione, non arrivano i giornali, non c'è l'elettricità, si vive secondo ritmi interiori, biologici. Lo stesso concetto di tempo viene completamente rivoluzionato, o meglio ci si rende conto di quanto noi l'abbiamo rivoluzionato, ci si rendo conto del nostro di tempo.

Nelle case di Inchaden non esiste il tempo così come da noi suddiviso. Gli orologi non esistono, come non ci sono lancette che possano mettere pressione, creare anticipi o ritardi. Il tempo è solo il concetto utilizzato per spiegare e relativizzare la successione degli eventi. Il tempo esiste perchè mio fratello è nato nello stesso mese di mio cugino. Il tempo esiste in quanto io sono più anziano dei mie sei fratelli e più giovane della mia unica sorella.

Il tempo esiste in quanto esistono periodi del ciclo solare suddiviso per cicli lunari in cui le piogge diminuiscono e la temperatura aumenta, il tempo esiste in quanto noi pur restando fermi e apparentemente immobili, cresciamo lentamente in un eterno presente.

Ad Inchaden solo le nonne e le madri conoscono l'età precisa dei propi figli, nipoti e cari in generale. Le uniche che riescono ad orientarsi in maniera precisa nel lungo scorrere delle giornate grazie ad eventi tracciati da feste, occasioni particolari o ricorrenze lunari.
Perchè i compleanni non vengono celebrati, perchè non esistono calendari per farlo, perchè i mesi non esistono, esistono solo stagioni, periodi che sfumano lentamente l'uno verso l'altro. Il tempo nella sua calma diventa immensamente relativo, non più tempi oggettivi che possano coordinare persone, ma solo stati d'animo del corpo e della natura che regolano il proprio agire, che però è l'agire di tutti.

Una vita di altri tempi basata fondamentalmente sul concetto di comunità. Una comune inconsapevole. Quello che serve viene offerto dal vicino. Tutto è fornito da madre natura grazie al lavoro delle proprie braccia. Se hai bisogno di patate passi per il campo e chiedi patate, se tu coltivi carote donerai carote, se hai tante vacche da latte allora donerai latte. Per tutta l'infanzia di Hassan, che corrisponde a buona parte degli anni Ottanta, la moneta non era quasi utilizzata. L'eccedenza di latte della vicina, che prima era donata per non apparire avida agli occhi della comunità, ora viene invece venduta.

L'economia è di baratto ed autosufficiente, tutto viene messo a disposizione degli altri. Beneinteso che alter sia ben conosciuto. La fiducia reciproca è fondamentale. Se si prendono patate al di là della proprio fabbisogno, se non si dà in cambio il corrispettivo del proprio lavoro, se non si dona il proprio tempo, allora il meccanismo salta. E per questo rispettare le regole non scritte è fondamentale. Autotassarsi quando bisogna costruire una nuova strada, pagare le imposte per la moschea e la scuola coranica, partecipare alla organizzazione delle feste, così come alla preghiera del venerdì.

Tutti partecipano a proprio modo, il mezzo di scambio privilegiato talvolta in assenza di moneta diventano le uova, o si offre il pranzo all'imam, o si ricambia il favore di un vicino. La povertà ad Inchaden pertanto non esiste, quand'anche succedesse qualcosa il meccanismo di solidarietà sociale interverrebbe. A nessuno verrebbe rifiutato un pasto o un giaciglio per dormire. Come a quel tale a cui una volta rubarono il gregge che fu prima rimpiazzato da una autotassazione spontanea, e poi fu ritrovato grazie ad una rapida ricerca ad opera di tutti. La comunità è quasi utopica, la canalizzazione delle proprie azioni pressocchè totale.

Il bisogno cooperativo è fondamentale e rende necessario tutto questo, senza cooperazione, senza partecipazione non si potrebbe sopravvivere. Quando la divisione del lavoro si allarga, e la creazione di mezzi di scambio emancipa il proprio lavoro in maniera diretta da quello degli altri, il senso di comunità riappare solo con un nemico esterno, o con un evento comune.

Hassan cresce in questo contesto, in questo mondo e a questo modo, o quasi. Sebbene lo Stato Marocchino imponga le scuole elementari obbligatorie e gratuite per tutti, il piccolo berbero non è destinato alla scuola elementare, il padre di Hassan come tanti altri genitori di queste zone rurali corrompe chi di turno per non inviare il figlio a scuola, per non farlo contaminare con i contenuti dello straniero, con l'idioma che non sia quello della nonna. La stessa nonna che aveva posto il veto ad un insegnamento altro da quello della comunità, lontano dal mondo islamico, lontano dalla cultura berbera. Per non ritrovarsi un nipote che disconoscesse i valori familiari, per non avere un nipote che non portasse più rispetto agli anziani secondo gli antichi insegnamenti, ma che cominciasse a salutare come un ragazzo di città, un ragazzo istruito ed immorale: Slam N Uskali.

Perchè
Hassan è berbero, amazigh, ed una comunità può vivere in questo modo solo a patto di chiudersi, di vivere nell'autarchia totale. Che non si traduce solamente nel rifiuto della moneta, della compravendita, dell'individualismo, delle merci, ma nell'autismo sociale, nel rifiuto dell'altro. Dell'altro che possa contaminare la propria anima controllata e formatasi nel villaggio. Dell'altro che possa servire da cattivo esempio. Per cui l'istruzione è vista come un male da evitare, pochi nel villaggio sono istruiti, e quei pochi solo ad un livello elementare. Hassan è l'unico della famiglia mandato a scuola che ha poi continuato gli studi, l'unico su otto fratelli. Perchè nessuno è mai stato visto arricchirsi con l'istruzione, nessuno ha mai sentito il bisogno di arricchirsi.


Mandato alla scuola coranica tra i 4 ed i 7 anni, per sua fortuna si rivelò un pessimo alunno non adatto a ripetere a memoria ciò che ascoltava in un'altra lingua fotografando con gli occhi la calligrafia araba classica del corano. Per cui arrivato a sette anni, il padre decide di mandarlo nella scuola pubblica distante solo 4-5 km a piedi, nonostante il veto della nonna. Un'unica struttura di due aule che già ispirava diffidenza. Per l'archittettura diversa da quella del proprio villaggio, per i professori venuti da grandi città del nord, per i valori diversi che portavano con . Naturale andare con gli amici a lanciare i sassi, rovinare i muri ed i banchi di chi era considerato come un invasore. Era l'anno 1984.

Cinque anni dopo, finita la scuola elementare, avendo imparato a leggere e a scrivere, Hassan aveva ormai un'istruzione sufficiente per condurre una vita giusta ed onesta, degna di una famiglia onorata e rispettata, il resto l'avrebbe appreso al campo lavorando con il padre. Continuare gli studi era un'opzione nemmeno presa in considerazione, non se ne parlava proprio, e a che pro? Nemmeno la raccomandazione dei professori spinse il padre a cambiare idea, se non il fatto che il fratello più giovane di un anno venne bocciato, e si offrì di lavorare al posto di Hassan a fianco del padre: il rifiuto del fratello di finire le elementari liberò Hassan dal lavoro imminente nel campo che spetta ad un ragazzo di 12 anni.

Hassan venne così mandato al collége, nella città di Belifee, un percorso di 10 km da fare in bicicletta quattro volte al giorno per un totale di 40 km al giorno: lezioni la mattina, pranzo a casa, e lezioni il pomeriggio. Fermarsi lì a mangiare sarebbe costato troppo, e di moneta non ne girava troppa a Inchaden. Pedalata dopo pedalata il piccolo Hassan cresce fino a toccare i pedali della bicicletta comprata dal padre. Infatti, anche con una bicicletta troppo grande un piccolo berbero può far passare una gamba per il telaio e pedalare di traverso mantenendosi in equilibrio, almeno per un anno, il tempo che la crescita ti faccia arrivare ai pedali.

Al collegio a dodici anni, Hassan si rende conto che la lingua berbera non è parlata solo nel suo villaggio, che esistono comunità berbere in altri villaggi e anche in altri paesi. Pensa che l'Islam sia la soluzione di tutti i mali, e che il male e l'odio provenga dalla decadenza occidentale. Prime riflessioni di un ragazzino già destinato ad un cammino più ampio perchè spinto da autentico fervore, quello dei ribelli, dei rivoluzionari o dei poeti.


A sedici anni, nel 1989, terminato il collegio, Hassan è lanciato verso l'istruzione più alta, si aprono mondi prima di allora sconosciuti, giornali in lingua francese, spagnola, inglese, televisioni, radio. Hassan prende coscienza del mondo e della sua diversità. L'apertura è un meccanismo irreversibile, fatto il primo passo non può più tornare indietro. Vince una borsa di studio per il liceo ed in seguito un'ulteriore borsa per l'Università di Agadir, alla facoltà di Lettere.

L'apertura è avvenuta e nessuno la può evitare. Hassan apre gli occhi prendendo coscienza della propria cultura, e la difende. Partecipa al movimento intellettuale e politico del popolo berbero, diventa esponente locale della storica Tamaynut. Passi che può compiere solamente nel momento in cui ha relativizzato ciò che vede, quelli che erano i suoi valori. Nasce un poeta, destino inevitabile per chi proviene da Inchaden, la città dei poeti, un mondo che può partorire solo uomini tra uomini, oppure grandi poeti. Io sono Hassan Laauguir e sono un poeta.

mercoledì 15 luglio 2009

Io sono Hassan

Diritto alla Rete, no al decreto Alfano


Ieri gran parte della rete, i blogger, i cittadini, giovani e non, che esercitano quotidianamente il proprio diritto alla libertà di espressione hanno indetto una giornata di sciopero della rete. Il cosiddetto Obbligo di Rettifica introdotto da questo decreto, è solo una scusa per mettere il bavaglio al libero scambio di opinioni ed informazioni on line. Un meccanismo che crea di fatto disincentivi, timori, remore ad esprimersi liberamente e naturalmente.

Se ad esempio sostenessi su questo blog, vale per tutti "i siti informatici" anche amatoriali, che ad esempio Berlusconi è un corruttore, un puttaniere, un uomo che ha avuto contatti e non solo, con la mafia, un bugiardo, un uomo che pensa al bene proprio a discapito del bene comune di cui è gestore e padrone, che la Lega nelle sue proposte di legge è di fatti razzista, intollerante e xenofoba, che il sottosegretario alla Economia, Cosentino originario di Casal di Principe è il ponte tra camorra e Stato in Campania, potrei rischiare di offendere qualcuno.

Quel qualcuno potrebbe contestarmi ciò che dico ed accusarmi di diffamazione, in tal caso io sarei obbligato a "rettificare" le mie affermazioni entro 48 ore, rischiando altrimenti sino a 13 mila euro di multa. Una pena ovviamente sproporzionata per chi fa uso in maniera non professionale della rete, che viene equiparata così ad un qualsiasi testata giornalistica. Qui di seguito riporto l'appello lanciato alla libertà di informazione on line:

Per maggiori informazioni andate

su Diritto alla Rete
Punto Informatico per delucidazione su Obbligo di Rettifica
Guido Scorza


"Gli ultimi mesi sono stati caratterizzati da un susseguirsi di iniziative legislative apparentemente estemporanee e dettate dalla fantasia dei singoli parlamentari ma collegate tra loro da una linea di continuità: la volontà della politica di soffocare ogni giorno di più la Rete come strumento di diffusione e di condivisione libera dell’informazione e del sapere. Le disposizioni contenute nel "Decreto Alfano" sulle intercettazioni rientrano all'interno di questa offensiva.

Il cosiddetto "obbligo di rettifica" imposto al gestore di qualsiasi sito informatico (dai blog ai social network come Facebook e Twitter fino a .... ) appare chiaramente come un pretesto, un alibi. I suoi effetti infatti - in termini di burocratizzazione della Rete, di complessità di gestione dell'obbligo in questione, di sanzioni pesantissime per gli utenti - rendono il decreto una nuova legge ammazza-internet.

Rispetto ai tentativi precedenti questo è perfino più insidioso e furbesco, perché anziché censurare direttamente i siti e i blog li mette in condizione di non pubblicare più o di pubblicare molto meno, con una norma che si nasconde dietro una falsa apparenza di responsabilizzazione ma che in realtà ha lo scopo di rendere la vita impossibile a blogger e utenti di siti di condivisione.

I blogger sono già oggi del tutto responsabili, in termini penali, di eventuali reati di ingiuria, diffamazione o altro: non c'è alcun bisogno di introdurre sanzioni insostenibili per i "citizen journalist" se questi non aderiscono alla tortuosa e burocratica imposizione prevista nel Decreto Alfano.

La pluralità dell'informazione, non importa se via internet, sui giornali, attraverso le radio o le tv o qualsiasi altro mezzo, costituisce uno dei diritti fondamentali dell’uomo e del cittadino e, probabilmente, quello al quale sono più direttamente connesse la libertà e la democrazia.

Con il Decreto Alfano siamo di fronte a un attacco alla libertà di di tutti i media, dal grande giornale al più piccolo blog.

Per questo chiediamo ai blog e ai siti italiani di fare una giornata di silenzio, con un logo che ne spiega le ragioni, nel giorno in cui anche i giornali e le tv tacciono. E' un segnale di tutti quelli che fanno comunicazione che, insieme, dicono al potere: "Non vogliamo farci imbavagliare".

Invitiamo quindi tutti i cittadini che hanno un blog o un sito a pubblicare il 14 luglio prossimo questo logo e a tenerlo esposto per l’intera giornata, con un link a questo manifesto.

Non si tratta di difendere la stampa, la tv, la radio, i giornalisti o la Rete ma di difendere con fermezza la libertà di informazione e con questa il futuro della nostra democrazia".