giovedì 20 novembre 2008

Più ci si informa, più ci si incazza



Più ci si incontra, più si scambiano informazioni, impressioni ed esperienze, e più ci si incazza.
Ci si incazza perché iniziano a prendere forma e sostanza le indagini e ricerche avviate, e la conoscenza della realtà dei fatti non fa altro che giustificare ulteriormente le proteste effettuate sino ad ora.

Ci si arrabbia perché si è schiacciati dai dati. Imbarazzati e ridicolizzati dal confronto internazionale. Perché dopo indagini, ricerche e documenti passati di mail in mail, guardiamo con orrore, rabbia e tristezza la realtà.

Ad esempio vediamo che l'età media dei nostri professori ordinari è circa 60 anni, praticamente dei pensionati che fanno lezione. Imbarazzati, perchè i professori che hanno più di 50 anni sono il 57% del totale, mentre in altri paesi europei come Regno Unito, Spagna e Germania sono meno del 30%, con una media Europea del 35% circa.

In questi anni tutte le riforme ed i cambiamenti sono avvenuti prevalentemente a favore dei professori, senza mai pensare a quella che è la finalità del mondo universitario. Il 3+2, i crediti formativi, la riduzione di esami fondamentali a riassunti concentrati, l'ossessione di utilizzare sempre e costantemente criteri di analisi quantitativi, quando la conoscenza o la profondità di un concetto è un fattore meramente qualitativo. L'insegnamento stesso è un problema di qualità. Pensare alla forma e non alla sostanza. Laurearsi in tempo, inventare strani e creativi corsi di laurea, aumentare a dismisura il numero di esami che finiscono semplicemente per ripetersi poi nei contenuti.

A pochi anni dalle riforme, oggi, un giovane entra nell' università che ha smarrito l'idea e l'immagine di se stessa. Si trova solo ad affrontare corsi, esami, crediti, e media voti. Trova una struttura peggiore del liceo, ma senza tutti i suoi aspetti migliori, che ne fanno un luogo di crescita. Un luogo di apprendimento, di formazione dei cittadini professionisti e protagonisti del domani. Tutto questo è stato semplicemente cancellato.
Abusi continui e potere ricattatorio dei professori, che hanno trasformato, con la complicità della scarsità di fondi, la possibilità di lavorare e fare ricerca nell' Università in una corsa al ribasso.

La didattica e la ricerca si regge in gran parte sulle spalle di ricercatori precari. Per lo più assegnisti di ricerca, che poi ricerca non fanno. Personale cooptato e sfruttato di cui non si conosce il numero, la loro è una condizione di lavoro nero, sommerso, che non ha un ruolo preciso e definito. Sono sfruttati, para subordinati, braccianti dei professori. Contribuiscono alla produttività dell'ateneo, sono chiamati impropriamente professori dagli studenti, ma di fatto sostengono e coprono i buchi della didattica di un sistema che vede il rapporto professori/studenti essere il più alto d'Europa: 21,4 studenti ogni prof., contro una media europea di 16, dove ci sono paesi come la Spagna a 10 studenti per prof., o la Germania a 12 studenti per professore. Loro per l'Università semplicemente non esistono, non essendo mai stato fatto un censimento, o addirittura essendo stato fortemente osteggiato dai professori stessi, come è avvenuto l'anno scorso in senato accademico nell' Università Tor Vergata di Roma.
Ovviamente per continuare a mantenerli in loro potere.

Allora i professori-baroni ci hanno traditi. Hanno tradito noi, il futuro e l'università che gli era stata affidata. Hanno dato la peggior prova di loro stessi, per citare il rettore della normale di Pisa Salvatore Settis, utilizzando gran parte delle risorse per il turn-over per "promuoversi".

La nostra infatti, è una piramide rovesciata, dato che negli ultimi 10 anni gli ordinari sono aumentati del 46%, gli associati del 19% e i ricercatori, ovvero i nuovi venuti, sono aumentati solo del 16%. Dove il numero dei professori ordinari ha quasi raggiunto quello dei ricercatori ed è addirittura superiore dei professori associati. Una casta che si autoalimenta a spese degli studenti, della ricerca e della conoscenza. I professori hanno dato una pessima prova di , e non possono certo essere considerati come il punto di partenza per una riforma della università. Non possono essere il punto di partenza per l'adozione di un critico sistema di valutazione, loro che procedono alle nomine per cooptazione, loro che vivono in maniera autoreferenziale. Dobbiamo essere noi studenti il punto di partenza e centro del sistema.

In un paese dove il numero di ricercatori ogni mille lavoratori è il più basso in Europa. Dove chi vuole un futuro nell ricerca deve scegliere se rinunciare al paese o alla professione. Meno della Polonia, Lituania, Ungheria, Grecia, Portogallo, meno della Slovacchia e della Latvia, ma un po' più di Cipro, questo consola. Ovvero mentre gli altri paesi europei hanno un numero di ricercatori ogni mille abitanti che va tra 5 e 10, noi ci troviamo al di sotto della metà della media, siamo i penultimi, sopra Cipro, con un misero 2,8 su 1000.

Ci prendono in giro dicendo che si spende troppo e male. Ci rendiamo conto dai dati forniti dal ministero stesso che, nel 2004, la spesa pro-capite per studente universitario in Italia è di 6394 euro l'anno. 9 euro in più del Portogallo. Ma circa 2.000 in meno della Spagna, 3.000 in meno della Francia, 4.000 in meno della Germania e addirittura 10.000 in meno degli Stati Uniti. Al di là dei valori assoluti, i valori in percentuale sul pil pro-capite ci inchiodano sul posto. Infatti mentre tutti questi paesi spendono in media la stessa percentuale, pari al 39-40% sul pil pro-capite, noi siamo fermi ed unici, al 28%. Anche il Portogallo che in valore assoluto spende quanto noi, in percentuale raggiunge i livelli europei del 39%. Questa non si chiama opulenza, ma buona volontà.

Buona volontà ed intelligenza che manca evidentemente alla nostra classe politica e dirigente. Perchè noi non siamo solo lo specchio di una spesa fondamentalmente inadeguata. Mentre gli accordi di Lisbona presuppongono una spesa in ricerca e sviluppo pari almeno al 3% del Pil, per fare dell'Unione Europea la più grande area di innovazione del mondo, e dove altri paesi spendono circa il 2,5% , noi non raggiungiamo nemmeno il punto percentuale, stiamo allo 0,9%.

I valori sono appositamente in percentuale, perché ognuno faccia secondo le proprie possibilità, questa si chiama lungimiranza e buona volontà. Loro del futuro se ne sono sistematicamente disinteressati, dimenticati, e approfittati.

Le spese non le pagheremo solo noi, generazione che ha l'obbligo ed il dovere di re-inventarlo il futuro, ma le pagheremo tutti in termine di paese e comunità. E le stiamo già pagando, nel livello d'istruzione e di preparazione che si abbassa giorno dopo giorno, nella arrendevole passività davanti la televisione, nel decadimento politico ed autoritario, nel dibattito critico completamente assente, nella ragione che cede il passo al messaggio vincente. Loro hanno già dato prova delle loro intenzioni e del loro livello.
Non abbiamo bisogno di ulteriori conferme, quello che invece dobbiamo pretendere, conquistare e confermare è una visione, di lungo periodo, perché nel lungo periodo noi ci saremo ancora, loro no.



Per ulteriori informazioni:

rapporto CNVSU

Dati Miur

Rapporto Ocse

Dati CIVR

lunedì 17 novembre 2008

Iniziative contro la Camorra

Domani presso l'Auditorium della Regione Campania si terrà un incontro aperto al pubblico. Invito chunque si trovi nei pressi di Napoli ad andare. Per maggiori informazioni andate su http://www.studenticontrolacamorra.org/

"Presentazione dati campani VIII edizione del Questionario AntiCamorra" on 18 November at 10:00.

Event: Presentazione dati campani VIII edizione del Questionario AntiCamorra
What: Informational Meeting
Host: STUDENTI CONTRO LA CAMORRA
Start Time: 18 November at 10:00
End Time: 18 November at 13:30
Where: Auditorium Regione Campania, Italy



"Presentation of data Campania Region, Italy, the eighth edition of antimafia Questionnaire" on 18 november at 10,00 am
students against the Mafia


Da Il Mattino di lunedì, Novembre 17, 2008

di DANIELA DE CRESCENZO

Via da Napoli? Il quaranta per cento dei ragazzi intervistati dall’associazione studenti napoletani contro la camorra risponde sì. È solo uno dei dati che emergono dal questionario sottoposto anche quest’anno (l’iniziativa è all’ottava edizione) dall’associazione a più di seimila giovani napoletani. Le risposte, tutte allarmanti, saranno presentate domani alle 10,30 presso l’auditorium della Regione (centro direzionale-isola C3). Oltre ai rappresentanti dell’associazione, e a centinaia di giovani campani coinvolti nell’indagine, saranno presenti il ministro della Gioventù, Giorgia Meloni; il prefetto Alessandro Pansa; il presidente dell’Amesci Enrico Maria Borrelli; la coordinatrice delle associazioni antiracket e Silvana Fucito; e il portavoce della fondazione «A voce d’e creature», don Luigi Merola, Quaranta ragazzi su cento, dunque, vogliono lasciare la città: un dato sconcertante soprattutto se si considera che altri 35 giovani su cento rispondono di non essere certi di voler restare. E preoccupa anche la linea di tendenza: lo scorso anno il 2 per cento in meno degli intervistati si diceva pronto a partire. Sono tanti i dati destinati a far riflettere e a far discutere: se resta troppo alta la percentuale di giovani che conferma di conoscere personalmente un camorrista, la stragrande maggioranza dice di aver acquistato almeno una volta merce contraffata e il 17 per cento dice di aver addirittura comprato oggetti rubati. Il concetto di legalità, dunque, resta sempre molto vago nella mente dei nostri ragazzi e la voglia di fuga sembra legata più alla mancanza di lavoro, alla difficile situazione economica, che alla volontà di liberarsi della camorra. Del resto anche negli anni scorsi le risposte furono scoraggianti. Nel 2007 uno studente su tre disse di pensare che nella camorra ci fosse qualcosa di buono, 249 (il 4 per cento) vedevano nei camorristi degli eroi e 871 (14 per cento) riconoscevano alla malavita il merito di garantire un lavoro. E, a quanto pare, i risultati di quest’anno restano in linea con quelli degli scorsi anni. Se addirittura non peggiorano, come nel caso della voglia di fuga. L’associazione anticamorra chiede, dunque, al mondo politico di riflettere. E, soprattutto, di intervenire. «Dopo il clamore suscitato dall’annuncio di Roberto Saviano di abbandonare la sua terra - dice - c’è stata una levata di scudi da parte di premi Nobel, classe politica e società civile in difesa dei diritti di libertà e sicurezza dello scrittore. Occorre che la stessa attenzione venga posta sulla nostra “meglio gioventù” che fugge non vedendo un futuro possibile nei nostri territori». E il presidente dell’Amesci (l’associazione di promozione sociale che all’iniziativa ha collaborato) Enrico Maria Borrelli lancia un appello: «Chiediamo alla politica di offrire ai giovani l’opportunità di confidare in un cambiamento scongiurando il rischio che i nostri territori si spopolino di ricchezze e di intelligenze, lasciando che dalla Campania oltre ai cervelli fuggano anche i cuori e le speranze dei giovani»

giovedì 13 novembre 2008

I Conti non tornano....i Baroni restano



Ecco parole sincere da chi ho avuto la fortuna di incrociare durante la propagazione dell'onda. Un altro spirito emerso, che cerca e si ritrova. Queste sono le parole di Davide, Bruno per gli amici, che scrive direttamente dal suo blog.

Nell'onda, io c'ero


di Davide Continanza


Finalmente dopo mesi ricomincio il progetto del mio blog.
Questa volta volevo scrivere del mitico movimento, questo è il mio sfogo. Spesso mi arriva una vocina in capoccia che mi dice "ma che cazzo fai, tanto lo sai che per loro non conti niente, che per loro sei un numero, che da solo non puoi cambiare nulla, che cosa pensi di ottenere da quello che fai?".

Io non sono così ottimista da pensare di cambiare il mondo, da pensare che ci possa essere un futuro per tutti. Però sarebbe un male peggiore stare fermi e non muovere un dito, senza neanche provarci, senza poter sperare di cambiare almeno un poco di quello che ti sta intorno. Spesso mi capita di pensare a lasciar perdere tutto, di mettermi a studiare e coltivare il mio orticello, senza dare fastidio a nessuno, poi però guardo i miei nipotini Giada e Daniele di 3 e 1 anno e capisco che questa lotta non è solo per me ma è anche per loro, perché magari loro non potranno avere le mie stesse possibilità, i miei stessi privilegi, ma potranno soltanto sperare di fare il soldo facile mettendosi a spigne il fumo perché l'unica prospettiva di guadagno è quella nel mio quartiere del cazzo. Io ho già visto troppi dei miei compagni delle medie e delle elementari fare questa fine, perché per loro non esiste una prospettiva diversa, ormai per loro non esiste un lavoro dignitoso, non è esistita una scuola che fosse in grado di dargli una istruzione vera o una famiglia in grado di sostenerli. Perché la povertà viene soprattutto dall'ignoranza, quella che i nostri cari partiti alimentano ogni giorno con le loro televisioni e i loro giornali, dicendoci che va tutto bene e che l'Italia non è in crisi (secondo loro siamo al riparo, che fancazzisti).

Per questo che ho deciso di scendere in piazza, con le mie paure, con le mie insicurezze, con la paura del manganello, ma anche con la speranza e la certezza di averci provato e poter dire magari ai posteri o a miei nipoti quando cresceranno "io c'ero o perlomeno ci ho provato".

p.s. (scusate la punteggiatura o cose simili ma sono una pippa a scrivere)



Nel frattempo l'onda si propaga anche all'estero. Giovani studenti ed erasmus italiani ancor più indignati perchè umiliati dal confronto con i colleghi europei, hanno deciso di battere un colpo anche se lontani da casa. Perchè la distanza talvolta acuisce il sentimento di frustrazione. Ecco cosa è successo a Parigi.

Domani, ormai tra poche ore, inizierà la grande manifestazione nazionale per chiedere l'abrogazione della legge 133. A seguire due giorni di assemblee nazionali ed incontri nel tentativo di far emergere quanto meno le linee guida per una controriforma. L'onda sale e noi cresciamo con lei.


martedì 28 ottobre 2008

L'onda che sale

Una generazione che non si vuole dare già per vinta. Una generazione che è al punto di partenza e già si sente condannata. Una generazione che si è sentita dare della sconfitta senza nemmeno aver giocato. Una generazione ricoperta, di abusi, di schiaffi, di sputi, di merda. Un generazione di sommerso. Intelligenze, capacità e talenti. Sommersi. Una generazione che è emersa. L'apnea è finita. L'onda è salita. L'onda sale e noi cresciamo con lei.

Noi che siamo giovani, noi che siamo pronti, noi che sappiamo più di voi. Noi che viaggiamo, noi europei senza confini, noi che abbiamo un'idea di mondo. Noi figli della globalizzazione, noi abituati al diverso, noi rivoluzione silenziosa di questo decennio, noi che siamo la rete. Noi che in luoghi virtuali ci confrontiamo, noi che affermiamo il vero principio paritario, noi che navigando in luoghi sempre più estesi ci siamo conosciuti e stretti la mano. Noi che abbiamo creato la rete di persone, ora ci teniamo più forte.

Noi volevamo crescere con un'idea di futuro, che fosse bella, come ogni giovane generazione.
Ma ci hanno fatto crescere sempre con un'altra idea. L'idea di fare bene il proprio lavoro, l'idea di impegnarsi, l'idea di eccellere, l'idea di riuscire, l'idea di meritarselo, l'idea di subire, di accettare, l'idea che non serve a niente, l'idea di seguire chi sta da prima di te, l'idea di prendere altre idee, l'idea di non avere un' altra idea. Peccato. Peccato che ci abbiano sempre dato prova del contrario, peccato che ci abbiano sempre deluso, peccato che non siano stati alla nostra altezza. Perché se è vero che noi possiamo imparare dal passato, è vero anche che loro non sanno niente del futuro. Noi siamo la prima generazione in cui la velocità delle nuove conoscenze è tale, tale e quale ad un click. Istantanea, fulminea sempre turbolenta. Quanto? Troppo per loro, che non hanno il passo per coglierla. Troppo rapida per loro che hanno già ipotecato il nostro futuro.

Nell'idea che ci hanno dato, nell'idea di perderci ci siamo ritrovati. Siamo cresciuti senza valori assoluti, anzi li abbiamo visti cadere. Troppo piccoli per ricordarsi la caduta del muro, troppo giovani per apprezzare la caduta della prima repubblica, troppo ingenui per capire la caduta dello Stato, troppo impotenti per fermare un mondo che non ci interpellava mai.
Il cambio l'abbiamo vissuto anno per anno e giorno per giorno. L'abbiamo vissuto talmente, mai determinato, ma solamente subito, che l'abbiamo interiorizzato. Nel nostro stile di vita, nelle idee, nelle opinioni, nelle prospettive, nelle scelte, nei valori. Volevamo crescere con l'idea di un futuro avventuroso, flessibile ed imprevedibile. Un futuro di speranza, un futuro bello, un futuro nostro. Perché noi siamo il cambiamento, noi siamo gli ereditieri. Perché il nostro momento è adesso, da prendere ora, o non ce lo daranno mai. Perché il loro tempo è già passato, questo è il tempo che solo noi possiamo gestire e loro lo stanno abusivamente e mafiosamente occupando. Loro che non parlano nemmeno inglese, loro che non hanno idea di cosa si possa fare oggi, loro che, semplicemente non sono in grado. Il tempo delle scelte, delle idee, delle visioni, è nostro. Il tempo che hanno ipotecato, il futuro che è stato svenduto. Ciò che a noi tocca riscattare.

E lo sanno, sanno che ci lasciano un paese deficiente di democrazia, deficiente di progresso, deficiente di innovazione, deficiente di ricerca, deficiente di prospettive, deficiente di strategia. Un paese deficiente. Un paese deficiente di legalità e rispetto, un paese a conduzione mafiosa e camorristica. Il rispetto e la legalità insegnataci a casa, si imparava a calpestarla fuori. E' così che siamo cresciuti. Con il rifiuto della politica dicono, con il rifiuto del vecchio rispondo. Con l'indifferenza di scegliere affermano, con l'impossibilità di partecipare penso. Erediteremo il debito più alto d'Europa, e questo già lo sappiamo. Rappresentiamo il sacco che hanno depredato su cui vivono e vivranno. Siamo una generazione di mammoni ritengono, siamo stati condannati senza nemmeno il processo replico.

Siamo gli ostaggi dati in cambio delle loro inefficienze, i loro errori, le loro ruberie. Siamo il loro lasciapassare, il cuscino su cui si adagiano, la catena forzata della loro vecchiaia. Siamo la truffa dell'evoluzione anti-democratica nell'era della alta finanza. Avendo capito che era troppo difficile fregare i presenti, se la sono presa con gli assenti, se la sono presa con il nostro avvenire.
Ma nel momento in cui saremo i proprietari del debito di ieri, vogliamo avere la paternità delle scelte di oggi.

Oggi è il tempo del cambio. Oggi è il momento di affermare un diritto. Il nostro diritto. Il diritto di contare. Il diritto di decidere. Il diritto di intervenire. Il diritto di riprenderci il maltorto senza appello, il diritto di affermare, il diritto a cui tutti si appellano puntualmente ad ogni generazione, un diritto di proprietà, il diritto a noi stessi.

mercoledì 22 ottobre 2008

Iniziative contro la Camorra

Tramite Facebook, la rete, i blog, qualcosa si muove e qualcosa si organizza. Segnali e richiami rimbalzano come tante palline impazzite, un passa-passa di bocca in bocca, di schermo in schermo, la realizzazione dell'informazione istantanea, la conseguenza di una reazione simultanea.

Spiriti animali ed indomabili, indignazione, rabbia e urla, si concretizzano nella rete, in maniera immediata parte un appello che placa le necessità del momento, e cioè esprimersi ed agire, pregare ed intervenire. Parole come palline impazzite di un flipper che vuole fare solo punti, rimbalzano e si trasformano in azioni, in persone, eventi.

Allora troviamoci, incontriamoci, parliamoci, cambiamoci e cambiamo. Vediamo, cresciamo, comunichiamo, resistiamo, rafforziamo e proviamo, proviamo quello che dobbiamo, ovvero agiamo.



da studenti contro la camorra


"L’indignazione, la vergogna, la voglia di una società migliore ci spingono a dire No alla prepotenza e al giogo della Camorra. Abbiamo voglia di manifestare il nostro disappunto verso atteggiamenti di esplicita arroganza nei confronti di chi da anni denuncia una realtà rimasta troppo tempo nell’ombra. Abbiamo voglia di manifestare la nostra solidarietà a Roberto Saviano, perché tutti noi ci sentiamo nel mirino, perchè tutti noi SIAMO Roberto Saviano.

L’Associazione Studenti Napoletani Contro La Camorra e la NACO – Nuova Anticamorra Organizzata, invitano le associazioni giovanili, le associazioni studentesche e i giovani tutti, a compiere un gesto semplice e simbolico come quello di indossare nei prossimi giorni un nastrino, un indumento, un accessorio o qualsiasi altra cosa, di colore Fucsia. Fucsia come i coltelli di Gomorra. Quei coltelli che simboleggiano insieme la malvagità e la prepotenza dei clan camorristici che da anni tengono in pugno il territorio campano, ma che sono anche una lama di speranza. Una lama capace di tagliare il velo d’ombra che per troppo tempo ha coperto questo territorio. Un ombra che non ha reso visibile al mondo quello che accadeva qui, perché se è vero che i camorristi si ammazzano fra di loro, è anche vero che da anni il territorio campano subisce i danni e gli oltraggi di tale potere. Ma ci voleva un giovane, un giovane coraggioso e testardo che dalle pagine di un libro ha raccontato al mondo cosa significa vivere in “terra di camorra”.
Giovani come Roberto, giovani come i tanti che in territori di confine, nelle scuole di periferie, nei quartieri e nella città di questa regione quotidianamente resistono al potere dei clan.
Oggi tutti noi abbiamo il dovere civile, oltre che morale, di stringerci intorno a questa persona, perché se Roberto venisse ucciso, non sarebbe solo l’ennesima vittima del “sistema”, ma morirebbe la libertà di scrivere, la letteratura, il giornalismo di cronaca, tutti noi saremmo sempre più in pericolo.

Invitiamo quindi i giovani di questa città, e chiunque volesse unirsi a noi, a presentarsi il giorno 27 ottobre alle ore 18 a Largo S.Giovanni Maggiore Pignatelli (di fronte Istituto Universitario Orientale) per gridare insieme il nostro NO alla Camorra e la nostra solidarietà a Roberto Saviano".



mercoledì 15 ottobre 2008

In guerra nessuno è neutrale


di Salvatore De Rosa


Scrivere comporta uno sforzo. Quando la scrittura non è sfogo di un ego frustrato, quando si distanzia dalla confessione solipsistica e tenta invece di farsi interprete di un segmento di mondo, di una condizione umana, di un meccanismo sociale, allora essa è fatica e sacrificio. Questa scrittura, che non riempie pagine di un flusso di coscienza straripante ma stilla ogni frase dal lavoro di ricerca continuativo e sagace, è come un bomba ad alto potenziale, un’esplosione che coinvolge e abbraccia tutto nel suo dilagare e il cui detonatore è un sentimento per i più fuori moda: l’impegno civile. Una scrittura partigiana, che non fa prigionieri, che tradisce famiglia, affetti, appartenenza, maestri e protettori pur di arrivare là dove la cocciuta ossessione della verità conduce: a un disegno della realtà, a una mappa delle responsabilità, a un ordine nella concatenazione di cause ed effetti che producono una condizione storica, alla forma definita che fugacemente la vita assume nello svolgersi caotico degli eventi. Nessun gioco retorico, nessuna concessione al politically correct, solo fatti, racconto e la forza del messaggio affidata alla sua forma estetica.

Roberto Saviano sta sperimentando sulla sua pelle l’effetto devastante che ha sull’esistenza il prendersi carico della responsabilità di tale scrittura. La vita sotto scorta, l’allontanamento forzato dalla propria terra e ora dall'Italia, la solitudine imperante in stanze sempre diverse, l’assenza di normalità. Eppure lui è un ragazzo normale. Non un maestro di vita, né tantomeno un profeta, è “solo” un ragazzo nato in Campania stufo di computare i morti ammazzati, incapace di pregare favori per una raccomandazione, esasperato nel vedere ville sontuose di boss e deserti urbani le une accanto agli altri e del tutto alieno alla capacità di essere indifferente, di andare avanti fottendosene di ciò che ha intorno. E ora che ha dovuto rinunciare a tutto, persino all’amore, oltre alle concrete minacce dei boss deve difendersi da chi lo accusa di aver scritto per convenienza, per soldi. Ma i soldi non restituiscono l’allegria quotidiana di un giorno di sole liberi dalle preoccupazioni, i soldi non possono comprare la gioia di andare a bussare l’amico di sempre per una partita a pallone, i soldi non ti ridanno gli occhi profondi della tua ragazza il giorno che l’hai portata al mare dopo aver vagato senza meta in sella alla vespa.

Gomorra, il suo libro, ci inchioda alla nostra vita, ci sussurra “ti riguarda”, ci mostra gli anditi nascosti dello sfacelo di cui ci lamentiamo ma che non abbiamo mai voluto approfondire e indica i responsabili senza possibilità di fraintendimenti. Non è vero che non c’è la bellezza delle nostre terre tra le sue parole, anzi, la ricerca della bellezza è la linfa vitale di cui si nutrono, il senso della perdita di quella bellezza è l’impalcatura dell’inferno che ci mostra. Dopo aver letto la tragica e coraggiosa storia di don Peppino Diana, trucidato da sicari impauriti di dover ammazzare un prete, chi potrà accusarlo di dimenticare le forze contrastanti al potere dei clan, di non tenere in considerazione le “persone oneste” che pur abitano la mia terra disastrata? La verità mostrata nuda s’insinua nelle nostre giornate come una spina sotto al piede, e ad ogni passo ci chiede conto della nostra inazione, della nostra acquiescenza. Per questo è fastidiosa, per questo c’è chi la condanna ricercando cause e pretesti per depotenziarla, come se urlasse nelle sue critiche “bastardo! Perché mi hai aperto gli occhi?!”.


“non si tratta di stabilire colpe, ma di smetterla di accettare e subire sempre, smettere di pensare che almeno c’è ordine, che almeno c’è lavoro, e che basta non grattare, non alzare il velo, continuare ad andare avanti per la propria strada. Che basta fare questo e nella nostra terra si è già nel migliore dei mondi possibili, o magari no, ma nell’unico mondo possibile sicuramente” (da "Lettera alla mia terra")


In questo scritto, ultimo ad essere pubblicato prima delle temibili rivelazioni del pentito, trasudano l’indignazione e l’amarezza nei confronti di chi, pago di sé stesso, sorseggia un caffè in un bar qualsiasi da Mondragone ad Acerra convinto che vada tutto bene, che non ci sia nessuna guerra nel perimetro che calpesta, che in fondo lui non c’entra niente con i clan. Non è così. Siamo tutti coinvolti. Per quanto possa essere destabilizzante e terribile ogni nostro gesto in queste terre è una concessione da chi detiene il potere. Dal commercio alla sanità, dalle infrastrutture ai rifiuti, le strade, il cibo, il lavoro, la salute, il divertimento, tutto è legato al filo mosso da uomini bestiali vestiti elegantemente, pochi e feroci individui che sotto la minaccia delle armi o con la convenienza che possono offrire i padroni del territorio, controllano, gestiscono, amministrano e lucrano sulla pelle e sulle anime di chiunque voglia semplicemente esistere. Nessuno è libero, nessuno può sentirsi escluso; resta la fuga o l’adattamento forzato che si risolve in connivenza, anche se non si è mai impugnata una pistola. Il dolore di Roberto, che esplode nell’incalzare della “Lettera”, si concentra nell’invocare una terza via, una possibilità che restituisca dignità agli uomini e alla loro terra: la resistenza, l’indignazione, la condanna. Il fare comunità e discuterne, scegliendo consapevolmente la parte in cui si vuole lottare. Perché in guerra nessuno è neutrale, e chi non decide viene soverchiato dal più forte e deve accettare le sue condizioni. Noi siamo in guerra perché ci hanno usurpato della capacità di decidere il nostro sviluppo, il nostro futuro. Siamo in guerra perché


“se i vostri figli dovessero nascere malformati o ammalarsi, se un’altra volta dovreste rivolgervi a un politico che in cambio di un voto vi darà un lavoro senza il quale anche i vostri piccoli sogni e progetti finirebbero nel vuoto, quando faticherete ad ottenere un mutuo per la vostra casa mentre i direttori della stessa banca saranno sempre disponibili con chi comanda, quando vedrete tutto questo forse vi renderete conto che non c’è riparo, che non esiste un ambito protetto, e che l’atteggiamento che pensavate realistico e saggiamente disincantato vi ha appestato l’anima di un risentimento e rancore che toglie ogni gusto alla vostra vita”.


Roberto ci incita, ci urla di non abituarci ad accettare tutto questo, di non imputare la nostra assenza sul campo alla paura, poiché una vita da schiavi è peggio dei rischi di una reazione. Paura di che poi? Noi che sottostiamo alla legge dei clan siamo molti di più, abbiamo da unire le nostre forze per sognare un futuro possibile libero finalmente da un manipolo di affaristi armati.


Con la sua scrittura Roberto ci mostra noi stessi sotto una luce che ci ostiniamo a non considerare o che ci rifiutiamo di trasformare in azione, ma è la luce abbagliante della verità.

Per ora il suo sforzo non è stato vano. É solo grazie a lui che le telecamere dei media nazionali sono entrate nell’aula bunker di Poggioreale alla lettura della sentenza del processo Spartacus; è solo grazie a lui che oggi un bolognese o un milanese non possono liquidare la questione della camorra con un sorrisino di superiorità e un rimando al Sud arretrato. Ciò che sta nascendo in termini di movimento anticamorra qui in Campania porta anche la sua impronta, e molti giovani come me hanno tratto un esempio da questo ragazzo introverso che parla senza fronzoli di questioni che riguardano tutti. Un esempio, non un santino. Mi sforzo di immaginare la ribellione possibile che noi, e nessun altro, possiamo porre in atto, a partire da una rivoluzione delle nostre abitudini, delle nostre discussioni, dell’uso che facciamo del nostro tempo. In un fantasioso ascesso di rivolta al potere imposto dei clan, mi immagino tra le falangi di un esercito, con Roberto che non è un generale, ma semplicemente il soldato al mio fianco. Poiché non abbiamo bisogno di capi e strateghi, sappiamo esattamente cosa fare: riconquistare la nostra dignità