domenica 20 dicembre 2009

Libera Rete in Libero Stato



Libera Rete in Libero Stato

Internet è una piazza libera. Una sterminata piazza in cui milioni di persone si parlano, si confrontano e crescono.

Internet è libertà: luogo aperto del futuro, della comunicazione orizzontale, della biodiversità culturale e dell'innovazione economica.

Noi non accettiamo che gli spazi di pluralismo e libertà in Italia siano ristretti anzichè allargati.

Non lo accettiamo perchè crediamo che in una società libera l'apertura agli altri e alle opinioni di tutti sia un valore assoluto.

Non lo accettiamo perchè siamo disposti a pagare per questo valore assoluto anche il prezzo delle opinioni più ripugnanti.

Non lo accettiamo perchè un Paese governato da una tycoon della televisione ha più bisogno degli altri di una Rete libera e forte.

Non lo accettiamo perchè Internet è un diritto umano.

Libera Rete in Libero Stato.




Sit-in mercoledì 23 dicembre in Piazza del Popolo a Roma dalle ore 17,00.

Per aderire: liberareteinliberostato@gmail.com




lunedì 30 novembre 2009

Apertura ad Est: No Visa per i Balcani

Oggi una buona notizia per i Balcani e per noi. Da domani 19 Dicembre 2009, altre tre nazionalità, Serbi, Macedoni e Montenegrini, potranno entrare e uscire dai confini dell'Unione Europea più liberamente, senza visti, solo con il loro passaporto.

Un'altra frontiera che si dilata e che si smaglia un po'. Passi da fare ce ne sono ancora tanti. Quando arrivano notizie del genere si pensa sempre un po' agli esclusi, agli Ucraini, ai Turchi, a quelli che stanno ancora troppo a Est per noi e troppo a Ovest per gli altri. Quelli che stanno in mezzo.

Ma in ogni caso domani si celebra una buona notizia, e come dice l'associazione Lymec "La vita è troppo breve per un visto".

Al di là di vecchi rancori di chi è appena stato giovane, domani per molti nuovi giovani si oltrepassano nuovi confini. Vale la pena rileggere cosa diceva la nostra ospite serba, Maya, solo qualche mese fa.



"...Serbia is not in Europian Union, which means that we need visa for travelling. Limit. Because of the war a lot of people emigrated to other counties. How hard is to me to say people that they didn’t get visa, and that they can’t go, this time again, to visit their family. But what hurts more than that is to see how much people want to get visa- to run away from Serbia ;-(

I had luck to travel. I got a lot of scholarships as good student, so I was in almost all big Europian cities. The most of travelling was to Germany, organizing courses of German language for kids and teenagers. Or having some seminars, projects and so on. Travelling for me means not to escape from Serbia, but to meet people from different countries and to broaden my mind".


domenica 22 novembre 2009

mercoledì 11 novembre 2009

Vivere in bianco e nero

Una vita in bianco e nero appare lontana. Lontana nel tempo come una vecchia foto tenuta stretta a due mani. Tratti di persone difficili da immaginare, da realizzare, soprattutto quando si è abituati a vivere in un mondo a colori.

Vivendo le mille sfumature del reale appare irreale un mondo così netto, senza scale di grigi, senza vie di mezzo, tutto bianco o tutto nero. Visioni monocromatiche imposte per sete di controllo mascherata da odio razziale. Una società ed un paese diviso in cui gli spazi assumono tinte uniche. Panchine per bianchi e panchine per neri, autobus per bianchi e autobus per neri, scuole per bianchi e scuole per neri, ospedali per bianchi e ospedali per neri.

Nel Sud Africa dell’Apartheid il colore della pelle era motivo di predominio della razza bianca sulle altre tre razze, quella nera, i "blacks", i "coloured", i figli meticci del paese, e gli "indians" di origine asiatica. Il paese era diviso in quattro gruppi razziali aventi disuguali diritti. Una dittatura della minoranza che non si nascondeva nemmeno dietro il paravento della democrazia, ma dietro la presunzione della superiorità razziale.

Un vero e proprio sistema schiavistico-capitalistico creato ad arte, anno dopo anno, legge dopo legge. Iniziato officialmente nel 1948, era in realtà la prosecuzione della politica di segregazione dei tempi coloniali. Semplicemente ora si procedeva alla sua formalizzazione, alla creazione dei privilegi per legge, nello stesso periodo in cui in Europa si gettavano le prime pietre per costruire uno spazio senza frontiere. Nel 1948, il primo ministro protestante Daniel Francois Malan portò alla vittoria il suo National Party grazie ad una vera e propria campagna politica basata sull’Apartheid. La segregazione. Evidentemente le ceneri europee a quel tempo erano troppo lontane. Il pericolo di chiudersi al mondo esterno.

L'inizio fu segnato dal pragmatico principio del dividi et impera: il Group Area Act. La popolazione fu divisa in quattro razze, vietati i matrimoni misti, le città ed i quartieri vennero assegnati a differenti gruppi razziali, distinte università, distinte scuole, distinte squadre sportive. Il Sud Africa si avviava a realizzare una politica quarantennale di separazione, sempre più dura e sempre più irreale.

Proseguirono negli anni '50 con una discriminazione razziale sul lavoro, levarono la cittadinanza ai neri, perseguirono le opposizioni politiche bollate come "comuniste", i bianchi sudafricani divennero magicamente il gruppo demografico più consistente essendo diventati tutti gli altri "indipendenti" dal Sud Africa. Una parvenza di legalità è sempre necessaria agli ipocriti. Dopo le dieci di sera solo i membri del White Group avevano il diritto di circolare o passeggiare liberamente per strada, il nero doveva stare chiuso in casa, dormire, e lavorare il giorno seguente per il padrone bianco.

Tutto il sistema era finemente finalizzato a far sì che continuasse ad operare solo a favore dei bianchi, assurdamente la sola piccola parte bianca insediata nel grande continente nero è riuscita a mantenere il potere e tutti i privilegi ad esso collegati tramite un sistema para-repubblicano nella sua struttura, ma poliziesco nella sua essenza. Anche le differenze politiche interne ai gruppi bianchi si annullavano in nome della loro sicurezza razziale: si creavano vuote certezze.

Hanno proceduto negli anni poco a poco, cancellando leggi e facendone di nuove, convincendo sempre più ossessivamente sull’inevitabilità di un destino che viene imposto avvantaggiando pochi a sfavore di molti. Un vortice nero a cui se non vengono posti freni e contrappesi si finisce per soccombere, casomai anche inconsciamente.

Un sistema dell’orrore che può essere scardinato solamente con altrettanta violenza, sarebbe logico dire. Un sistema in cui, per tutta la repressione subita dalla maggioranza nera da parte della minoranza bianca, la vendetta poteva sembrare solamente il minimo. Quando l’avversario si è fatto nemico sembra non esserci alternativa alla violenza, ma nonostante tutto l’uscita dall’ Apartheid è stata pacifica, o quasi. Sebbene molti bianchi siano scappati dalle loro colpe, alcuna vendetta di massa è stata mai lanciata, ma al contrario quello che ha preso piede è stato un lungo lavoro di riconciliazione. Di superamento del passato.

Darren e William hanno vissuto solo gli ultimi anni dell’Apartheid quando questa era già avviata verso la dissoluzione, e l’hanno vissuta da bianchi. Sebbene abbiano avuto la possibilità di crescere serenamente in un paese avviato verso il futuro, dovranno pagare ancora un lungo scotto assicuratogli dai loro padri. Padri isolati dal mondo che ben poco hanno visto oltre il loro naso. Due giovani bianchi sudafricani si trovano a pagare le conseguenze di una forte disuguaglianza economica interna al paese, in termini di sicurezza, di pace sociale, di sacrifici e discriminazioni positive a cui ora bisogna sottostare.

William ama il suo paese e desidera spendere lì gran parte della sua vita, a Cape Town, tra le montagne ed il mare. Darren, come tanti altri giovani sudafricani, si concede un lungo periodo all'estero: andrà a vivere tra Londra e la Scozia, dove ha le sue origini, per almeno un paio di anni. Come molti giovani australiani e neozelandesi, i sudafricani hanno quel desiderio inespresso di tornare in Europa. Figli della storia coloniale, di madrelingua inglese, sebbene amanti del loro paese, sentono forse la mancanza di un'area geografica culturalmente affine. Un ritorno alle origini, la necessità di sapere cosa hanno perso. Come Steave e Amanda, due Australiani che ho ospitato e che hanno viaggiato e girato per anni in Europa, Darren sente il bisogno di completarsi tramite il Vecchio Continente, la madre della loro cultura.

Il Sud Africa oggi vive un problema di disattamento dei giovani bianchi e una conseguente fuga di talenti. Si disperdono intelligenze necessarie ad un paese che vuole aprirsi al futuro e superare definitivamente il passato. Le partenze, i viaggi ed i ritorni, completeranno la scala di sfumature di cui tutti hanno bisogno. Partire sì, fuggire mai. Ai giovani il compito di ridare colore a quelle non poco sbiadite fotografie di bianco e di nero.

martedì 27 ottobre 2009

L'anima nell'Alpujarra


"Fino a quando ci sei tutti i giorni, ti senti al centro del mondo
Ti sembra che non cambia mai niente! Poi parti....
Un anno, due....e quando torni è cambiato tutto, si rompe il filo...
Non trovi chi volevi trovare, le tue cose non ci sono più.
Bisogna andare via per molto tempo, per moltissimi anni,
per ritrovare al ritorno, la tua gente, la terra
dove sei nato"




L'anima la si può perdere tra i monti dell'Alpujarra. L'anima la si può ritrovare. La vita nei piccoli centri è un argomento complesso, dibattuto, che mi fa pensare, da molto tempo. C'è chi dice che solo lì, in piccoli centri agricoli, semplici e immersi nella natura e nel verde, si trova ancora una vita autentica. Genuina. Lontani dai mali necessari della modernità. Lontani dall'alienazione, dall'indifferenza urbana. Così come si è lontani anche dalle cose positive della modernità.

Una vita ideale, quella del piccolo paese, condannata a sparire, perché si stanno trasformando o peggio, estinguendo. I centri medio-piccoli che hanno la fortuna o sfortuna di essere non lontani da centri urbani più grandi, sono in espansione, come tutte le periferie. I centri piccoli, ma lontani ed isolati da qualcosa che sia più grande di loro sono invece destinati a morire. Perché la terra rende sempre meno, perché la terra non dà più lavoro. E in una società contemporanea il lavoro è possibile, è creato, solo in comunità abbastanza complesse, stratificate, aperte e basate su una forte divisione del lavoro. La piccola comunità invece si fonda sull' autarchia, anche familiare. Di conseguenza la lenta scomparsa.

Dall'Andalusia ai villaggi berberi del Marocco, dall'Irpinia alla Turchia, per passare per i piccoli paesi portoghesi e i centri del Casertano settentrionale, la vita nei piccoli centri appare impoverita dalla modernità. Perché nostalgicamente si guarda al passato, con rassegnazione si osservano i giovani partire, il futuro è altrove. La morte in vita del paese condanna alla partenza l'entusiasmo della vita.

E noi, futuro, quando ritorniamo o attraversiamo questi paesi, questi buchi neri, ne siamo frastornati, confusi, affascinati. C'è chi parla di necessario ritorno alla terra, scelta rispettabilissima, chi non essendoci mai stato ne amplifica la bellezza rendendo completamente fosca e cupa la modernità. Dimenticando la violenza nascosta, il controllo più ossessivo del paese. Non sarà un caso che le mafie crescono e si rafforzano in paese, Corleone, S.Luca, Casal di Principe, nelle campagne. Dove il controllo del territorio è più capillare. Dove regnano i tabù, i non detti e l'omertà. Dove l'amore cede velocissimo il passo all'odio. L'altra socialità del paese.

L'entusiasmo della vita naturalmente fugge alla condanna del piccolo paese. Viene in mente la storia di vita del signor Angelo, il barista di Cairano, borgo in via di estinzione nell'Irpinia orientale, la cui vita era stata riassunta nel tempo di un amaro. Cinque minuti.

Questo spesso si dimentica idealizzando una vita che in realtà si è contenti di non fare.


Soffermarsi qualche giorno, talvolta qualche ora, ci illude. Perchè al di là delle buone intenzioni, spesso non si ha il coraggio di andare fino in fondo, non si prende la radicale scelta di un ritorno alla vita del piccolo borgo, del piccolo paese. Viverci, o trasferirsi, è una scelta molto più forte rispetto a tornarci o nascerci.

Nati in una piccola ampolla, non consci delle distanze mondane, si cresce con la serenità di non muoversi, al centro del mondo. Ma con il rischio di seccarsi al sole. L'anima la si perde, non sboccia. O meglio evapora. Come un terreno fertile che viene seccato dal sole e non trattiene più l'umidità della notte.


Nell'Alpujarra i pueblos si prestano a molteplici interpretazioni. Come rifugio naturale per molti granaini distanti a poco più di un'ora di macchina, la sua breve distanza non la rende isolata. E seppur non è difficile incontrare qualche straniero in visita, tuttavia la calma torna con le ultime ore della giornata. Pueblos vergini che hanno conservato molto del passato. Si fa spazio l'idea di staccarsi, ma di non abbandonare.







La visita è solo di qualche giorno, l'accoglienza molto generosa. Arrivati a Busquistar il clima è di festa collettiva. Tra fumi di sardinas arrostite, e fuochi con pentoloni di miga, una sorta di polenta a base di semola, aglio e olio, siamo accolti in uno dei pueblos dell'Alpujarra centrale. Busquistar non arriva a trecento persone, come tutti i paesi dell'Alpujarra. La prima forma di saluto non può che essere quella del piatto caldo. Subito ci mischiamo alla gente.

A stomaco pieno, arriva il momento dei discorsi, la consegna del premio alla carriera al capitano della polizia del vicino pueblo di Lanjaron, il discorso del sindaco e del partito locale, per concludere con lo spettacolo di una piccola compagnia itinerante di teatro: uno spettacolo taurino. Un' atmosfera che ricorda quella descritta nel libro di Pamuk, Neve, dove spesso la piccola compagnia di teatro non è compresa dal pubblico delle province più lontane. Ed infatti, nonostante sia uno spettacolo animalista, i bambini alla fine invocano il torero.



L' Alpujarra è stata l'ultimo rifugio de los moros, gli arabi che cacciati da Granada, ultima città a cadere durante la reconquista nel 1492, trovarono pace tra le valli profonde nel versante sud della Sierra Nevada.

L'economia sia basa per lo più sul turismo, sull'agricoltura di qualità e sulla produzione di jamon serrano, in particolare curando il processo dell'essicazione che necessita di caldi venti secchi. Le strade, la vicinanza con Granada, l'ingresso nel circuito turistico, ed il fatto che i paesini siano bene o male interconnesi tra loro, fa sì che questa area stia vivendo una seconda giovinezza.

Dopo Trevélez, arriviamo a Soportujar. L'accoglienza è sempre delle più calorose. Dieci persone per un paesino di trecento abitanti meritano di essere accolte dal sindaco. A Soportujar, l'ex-alcalde, il signor Manolo sapendo del nostro arrivo cucina addirittura per noi. Il choto, un agnello spezzato e messo per intero sul fuoco all'interno di un grande calderone. La sacralità della domenica viene rispettata ed onorata nella sala da pranzo del bar del paese.


Spettacoli di vita autentica, che continuano tra bianchi viottoli del paesino culminando in meditazione sulla sommità di un tempio buddista. Perché tra queste valli, è nato addirittura un piccolo buddha, una reincarnazione dell'illuminato. I monaci un giorno di circa venti anni fa, si sono presentati alla porta di un'ignara madre dell'Alpujarra e l'hanno convinta a portare il bambino in Tibet. Ora dovrebbe avere circa la mia età.




Concludiamo la visita su questa montagna di luce, così come è stata ribattezzata dallo stesso Dalai Lama, osservando il circostante e chiudendosi ognuno nei suoi pensieri, ospiti di questa piccola comunità tibetana.
La vita sin qui è meravigliosa, autentica, genuina. Salutare crescerci, ancora più salutare tornare per ritrovare armonia con il circostante, ottimo per ritirarsi.
Nel ciclo della vita, i pueblos dell'Alpujarra sono luoghi di crescita e di ritiro, punti di meditazione e di riflessione a cui nessuno può sottrarsi prima o poi.

L'anima la si può ritrovare sull'Alpujarra, in meditazione tra le campane tibetane, o la si può perdere come una giovane rosa lasciata appassire al sole. Gli stili di vita dei paesi, sono da preservare, come un paesaggio, così come da preservare è la forza della vita stessa. Sicuramente esiste un numero minimo sufficiente di servizi, abitanti, centri culturali, punti di riferimento e apertura, che se rispettati, rendono ottimale la vita nel piccolo borgo. Trasformando la vita di tutti i giorni in una piccola villeggiatura.

Ma l'isolamento, la sconnessione, anche se preserva l'autenticità, rischia di diventare immobilità, routine, muffa, chiusura che sboccia in infelicità.