martedì 22 settembre 2009
Io ed il Portogallo (II/II)
martedì 8 settembre 2009
Io ed il Portogallo (I/II)
Sulla riva di questo fiume
di Fernando Pessoa
Sulla riva di questo fiume
o sulla riva di quello
passano i miei giorni di seguito.
Nulla m'impaccia, mi spinge,
mi dà calore o freddo.
Sto a vedere quel che fa il fiume,
quando il fiume non fa nulla.
Vedo le vestigia che trasporta
in una lunga scia
di quanto indietro è rimasto.
Sto a guardare e vo meditando,
non proprio sul fiume che passa
ma solo su quello che penso,
perchè il suo bene è che cerchi
che io non lo veda passare.
Vado sulla riva del fiume
che sta qui o là,
e del suo corso mi fido,
perchè, l'abbia visto o no,
egli passa ed io ci credo.
Entrare in Portogallo è come entrare in una terra di confine. Infatti il Portogallo è terra di confine, terra di dove finisce la terra. Vai avanti passando frontiere finchè ti rendi conto che le frontiere prima o poi finiscono. Attraversi paesaggi, superi colline all'ombra secolare di alberi -cornice aspettando di vedere un paese, un villaggio che ti dia la direzione, sapere di essere arrivato.
Il primo impatto è come sospeso, attraversiamo in silenzio colline a perdita d'occhio, senza sentirci di troppo, senza fretta, come sospesi nel paesaggio, sebbene in movimento. Pascoli e distese di fieno giallo che predomina con forti chiaroscuri, continuiamo così per ore.
Con il Mediterraneo alle spalle, ci inoltriamo verso paesaggi interni e lontani al mondo, in direzione dell'oceano. Perchè il Portogallo sembra sud, ma non è esattamente sud. Il Portogallo ha aree vergini ed incontaminate, ritmi scanditi dal sole, coste oceaniche senza nemmeno una costruzione ed il vento atlantico che porta con sè gesti di leggerezza che come un soffio di brezza diventano quotidiano.
Arrivare in Portogallo vuol dire entrarci lentamente, sono sufficienti piccoli passi, poco a poco, con calma, correre annullerebbe i particolari. Attraversare per ore le vene dell'Alentejo, fermarsi a raccogliere uva dai vigneti lungo la strada, godere della calma del paesaggio che continua ad avere molto da comunicare. Stare come una roccia, come un ceppo, osservare seduto ad un balcone panorami che diventano lo specchio dell'animo, l'assenza della felicità, la carenza di tristezza.
Perdersi in paesini che irti su colline, bagnati da fiumi ancora ricchi di pesci, ti rubano l'anima. Abitati che bramano il tuo essere e la tua libertà. Paesini simili a prigioni stregate, per cui non puoi che fissare le sbarre come unica prova della tua esistenza. Vicoli stretti ed intrecciati, dove si incrocia una vecchietta in cerca di aiuto, che priva di giovani che possano aiutarla, annaspa su salite e scalini poco clementi con la sua età. Cuori che faticano prima di arrivare al portone. Case vuote, riempite solo durante la stagione da passanti il cui destino non è più intrecciato a quello dei suoi abitanti.
Strade dalle porte semi-aperte che bloccano o proteggono gattini troppo giovani per questo mondo. Mertola, Serpa, Monsaraz. Dove anziane signore ti seguono tramite passaggi sconosciuti agli stranieri, atmosfere inquietanti legittimate dalla solitudine, giustificate dal paesaggio che gli fa compagnia. Evidentemente non abbastanza. Pomeriggi passati su un balcone a guardare il lento scorrere del fiume, o il semplice stare del paesaggio, capace di ipnotizzare come un focolaio domestico, pericoloso come un buco nero.
"Se chiudo gli occhi, mi torna in mente l'immobilità antica di quell'uomo affacciato ad un muretto di Mertola, con la faccia scura, i vestiti unti e vecchi di un secolo, una cosa arrotolata da fumare in bocca, due baffi pirateschi e lo sguardo ancestrale e meditabondo di chi ti osserva da una irragiungibile per noi".
lunedì 31 agosto 2009
Paesaggio Mediterraneo
Con gli occhi chiusi, gli odori forti, e le cicale di sottofondo, sfido io ad associare a ciascuna costa o spiaggia, roccia o duna, un paese dallo stesso blu profondo. Paesi non esistono e frontiere non si creano nell'unico spazio condiviso, l'unico in grado di abbracciare ed accomunare, il solo che crea vertigini di disorientamento, perchè è sempre lo stesso, perchè è mai uguale.
Un mare che unisce, un mare che è un viaggio, un mare che dà speranza.
lunedì 24 agosto 2009
Frontiere
E' così per molti luoghi di frontiera. Tra il Portogallo e la Spagna si prende coscienza di aver attraversato un confine solo dopo molti chilometri, solo nel momento in cui senza guardarsi alle spalle s'incontra l'Oceano davanti a sè. Frontiere evaporate. Antichi retaggi storici. Rinunciare alla frontiera non vuol dire rinunciare alla differenza, la frontiera, la demarcazione, è necessaria per stabilire una giurisdizione, per delimitare il territorio che rivendica la propria autonomia. Ma questo non vuol dire che debba rimanere chiusa. Una frontiera può benissimo rimanere aperta, sino quasi a scomparire.
Frontiere come arma politica: stabilire cosa sia legale e cosa non lo sia, cosa sia imposto dal potere della maggioranza alla minoranza. Cosa si possa fare e cosa no. Frontiere cancellate per inglobare, per dimenticare, per creare un'identità totalizzante, come tra Turchia e Kurdistan. Frontiere perfettamente verticali, ortogonali, come in tutto il continente africano, frontiere arbitrarie come tra il Marocco ed il Sahara occidentale, imposte come tra Israele ed i territori palestinesi.
Le frontiere politiche sono solo un aspetto della divisione, della chiusura, della parcellizzazione di territori arroccati, isolati e difficili da raggiungere. Perchè manca un aeroporto internazionale, perchè Ryan Air ancora non ha messo uno scalo, perchè il treno finisce ad Eboli, perchè esistono territori ancora chiusi, perchè aprirsi è un processo talvolta lento, spesso non capito, o peggio non voluto. Quando si vuole che i territori restino fonte di potere, quando i territori devono legittimare il controllo del potere.
La nostra comunità politica ed economica che è l'Europa, è arrivata ad abbattere le frontiere interne quando queste sono diventate palesemente inutili, anzi dannose. Quando la caduta di quelle reali ha mostrato il ritardo di quelle politiche. Ma nell'annullare barriere vecchie, ne rincorriamo di nuove, alziamo nuovi confini domandandoci fin dove dobbiamo o possiamo arrivare. Annullando le barriere interne ne ereggiamo di maggiori, ma esterne, per isolarci, difenderci? Creando un'apposita agenzia europea di controllo delle frontiere, esternalizzando le politiche migratorie e tutte le rogne a paesi di emigrazione e ora di transito, ignorando le convenzioni internazionali, cercando di sbarazzarci del problema.
Ma un processo migratorio è una condizione di vita, spesso una condanna. Processi personali che non terminano anche dopo decine di anni, dopo l'uscita dall'oscurità, dopo il lavoro, la cittadinanza, i figli, e forse non lo saranno mai. Illudersi di mettere barriere è come illudersi di isolarsi pur avendo bisogno degli altri, uno spreco di risorse e di tempo che potrebbero essere utilizzate per gestire i flussi, prepararci ad integrarli, cavalcarli.
giovedì 6 agosto 2009
Los poetas les siguen los Dioses
Me preparaba a ser Cura
Experimentaba lo prohibido por el cielo
Sólo para saber qué rechazar
Y para querer mucho al cielo.
Con una mentira me supera el cura:
"Haced lo que digo,
Esconda Dios lo que hago".
Convoco los dioses
Los vivos entre ellos
Y el muerto:
"Una cabeza mía le apetece
Rezaros
Otra mal no le parece"
Pero sólo con poemas si deseáis
Y compartidlas como si sois uno.
En cada escena
Mi oración amáis más
Os anima tanto aunque una
A los tiempos os ajusta
Y con el humano llegáis a ser contentos
Ante las estrellas os inclináis,
Volvéis quietos,
Logramos la paz
Al punto que me queréis
Como vuestro profeta listo.
Si soy listo, digo yo
Pero razón no es fácil tenerla
Ante gente harta de vuestras instrucciones
Tampoco es bueno ser profeta de esclavitud.
Sabéis ¿qué?
Es tiempo
De mandaros
Una profeta chica experimentada
Una profeta que pasea en las prohibiciones
Un solo mensaje ella transmite
"muy dulce es la vida en las tierras prohibidas de los dioses"