lunedì 23 marzo 2009

martedì 17 marzo 2009

Il fuoco sotto la cenere




di Andrea Bottalico*



..Essi che si costruirono leggi
fuori alla legge
essi che si adattarono
a un mondo sotto il mondo
essi che credettero
in un Dio servo di Dio
essi che cantavano
ai massacri dei re..



P.P. Pasolini






Corridoi sopraelevati d’asfalto scuro patinato, sovrapposti ad altri corridoi a due corsie arrampicate sopra i pilastri, camion e furgoncini bianchi guidati da carpentieri che schizzavano rapidi per poi imboccare uscite verso paesi che non esistono, betoniere maledette con la calce incrostata sul paraurti e le ruote consumate dai chilometri macinati, macchine che azzardavano sorpassi, irritate dal nostro passo da lumaca. Pompe di benzina arrugginite, stralci di campi arati, cani morti da chissà quanto ai bordi della carreggiata e campagne bagnate, senza braccianti. Segnaletiche confuse e corrose e direzioni che assomigliano piuttosto a contraddizioni. La strada che da Caserta arriva in braccio alla Domitiana è un viaggio verso il futuro. Un breve viaggio, tutto sommato. La distanza, tanto per cominciare, è di trentacinque chilometri. In questo spazio si nasconde il preludio di tutto ciò che rappresenta l’avvenire. Qualcuno in passato si è domandato se Castel Volturno non sia una sorta di laboratorio del futuro, ma a me sembra il futuro, ovvero la sua incarnazione. Almeno così lo immagino, nella “migliore delle ipotesi”. Non appena mi ritrovai da quelle parti capii immediatamente che a quel punto la distanza non contava più nulla. Si apriva una feritoia enorme, cristallizzandosi come una voragine tra lo spazio ed il tempo, senza un confine o un limite di separazione annoverato a quel preciso cumulo di terra. Il territorio Domitio per diniego viene sempre isolato dal resto, scartato rimosso, come un brutto ricordo. “Quello è un mondo a parte!”, si ostinano a ripetere in molti con la paura in fondo agli occhi, nella tranquilla ipocrisia delle strade casertane.


“E’ un mondo a parte!”. Ancora non riesco a spiegarmi il motivo di quella insolita euforia, quel giorno. Nella Panda poco affidabile di Salvatore si insinuava a poco a poco uno strano olezzo che tra noi destò un istintivo sospetto: «Chi è stato!?!». In quell’istante capimmo di essere sulla “Pomigliano – Villa Literno”. «Siamo quasi arrivati». Ivan, un amico messinese, se ne stava seduto in silenzio ad osservare lo scenario dal finestrino appannato, immagini completamente distorte dalle gocce di pioggia che sbattevano sul vetro. Iniziò a diluviare. Il vero problema è che ogni volta perdo il senso dell’orientamento: puntualmente, sul litorale ho l’impressione di trovarmi imprigionato in una ragnatela di strade imbrogliate dalle segnaletiche fittizie, un labirinto abusivo. “Strano”, pensavo. “Eppure è una via dritta!”. Forse ero semplicemente confuso, quel giorno. Le palme che lungo il tragitto accompagnavano l’anabasi verso il presente erano finte, di un viola elettrico oppure un giallo canarino. Noi non riuscivamo a fingere.


Immaginavo la pineta che per dieci chilometri accompagnava la nostra risalita come una giungla, la fittissima vegetazione rinchiusa da una lunga cancellata che a tratti si rivelava, le distese infinite di canne di bambù, i convogli dei militari per le strade e i posti di blocco, le puttane che dal marciapiede lasciavano schioccare le labbra carnose al nostro passaggio generando un suono lungo e prolungato, la grandine che cadeva. I miei pensieri s’inchiodavano come davanti a un muro invalicabile. “Sarà qui che inizia l’universo”. Per un attimo fui persuaso da quella misera idea.


«Nel cuore del litorale Domitio, con una superficie di settantadue chilometri quadrati, venticinque chilometri di spiagge, dieci chilometri di pineta, attraversato da tre corsi d’acqua, il Comune di Castel Volturno occupa gran parte dell’estrema fascia litoranea della provincia di Caserta. La quasi totalità della costa di Castel Volturno non è balneabile. La popolazione residente è composta per il 10 % da immigrati provenienti da Nigeria Ghana Marocco Tunisia Slovenia Albania Polonia e Romania. Sul territorio di Castel Volturno vivono regolarmente cittadini di circa sessantacinque nazionalità del mondo.»



Lungo la strada inzuppata dalla pioggia cercavamo di evitare le enormi pozzanghere. Iniziò a diluviare, un’altra volta. «Totò non correre!». Gruppi di africani restavano fermi sul marciapiede con le braccia incrociate, bagnati fradici. Aspettavano. Attimi di angoscia dissimulata. «Sai quante risate se la panda ci lascia a piedi!?» Ai nostri lati sfilavano costruzioni obsolete, edifici abbandonati, fruttivendoli intorno alle rotonde. Un vigile urbano dal volto viscido ingoiava in continuazione delle noccioline fuori ad un minimarket. Davanti a noi le nuvole diventavano sempre più spente, confondendosi verso la linea d’orizzonte tra le strade ed il cemento armato. Un po’ come quando mare e cielo s’incontrano per poi disperdersi l’uno dentro l’altro, diventando una cosa sola. Fela Kuti gridava a ripetizione: “Chi non sa saprà.”Il buon vecchio Fela Anikulapo: ”colui che ha la morte in tasca..” Una canzone che mi scorre ancora nelle vene..


..“Il paradiso dei diavoli”, la chiamano: centocinquanta milioni di abitanti, più di trecento etnie, tra le quali gli Hausa, gli Youruba e gli Igbo.. una nazione potente nel continente africano, con un esercito forte, ed uno stato che Misha Glenny nel suo fondamentale lavoro ha definito «Stato Potëmkin, in cui la complessa facciata delle istituzioni cela la loro completa mancanza di sostanza.» La Nigeria detiene la sesta riserva di petrolio al mondo, condizione più che sufficiente per penetrare all’interno del mercato globale, tra le sue pieghe. Glenny parla anche di una truffa (la famigerata truffa 419) ad una banca brasiliana portata avanti da un certo Chief Emmanuel Nwude, «il terzo furto in ordine di grandezza ai danni di una banca in tutta la storia umana»: duecentoquarantadue milioni di dollari… taglierà il fiato, il tramonto in una sera di primavera a Lagos. C’è un proverbio Youruba che dice «Sappiamo tutti che se il paradiso cade, cadrà su tutti».

Ma se la Nigeria è il paradiso dei diavoli Castelvolturno cos’è? Cos’è quest’angoscia che mi calpesta tutte le volte che vado laggiù? Cosa c’entra con la Domitiana? Questo palmo di terra sembra fatto apposta per nascondersi e per nascondere. Un incendio recondito nella giungla incustodita. Un urlo strozzato. Il calore si avverte, qualche volta anche l’ustione, ma le fiamme non si intravedono neppure. Come fuoco sotto la cenere. Il luogo comune che vede questo posto dannato come un inferno ormai fa parte del passato. La strage di ghanesi poi la rivolta e la solita alluvione mediatica seguita dall’indignazione dei molti, l’impiego dei militari della folgore e i posti di blocco, qualche arresto eccellente.. poi? Le forze dell’ordine sgomberano l’American palace, un condominio abitato da migranti richiedenti asilo, con un’operazione spettacolare (70 volanti della polizia) la mattina del 21 novembre al chilometro 34 della Domiziana. 90 gli arresti, ma non hanno trovato nulla, né armi né droga né latitanti. Gli immigrati clandestini sono stati portati a Ponte Galeria, Bari e Modena, nei “centri di identificazione ed espulsione”. Se non fosse per quelle associazioni quotidianamente attive ed ostinate sul territorio, che lottano, compiendo un lavoro estremamente fondamentale, il litorale Domitio agli occhi di un estraneo sembrerebbe davvero un luogo in balia di se stesso, come un deserto di cemento e cattedrali. E poi chi sarebbe l’estraneo?
In verità nessuno può permettersi questo lusso, questa presunzione, quando viene da queste parti. Nessuno. Resta un marchio inevitabilmente rimosso, ma resta. Il marchio dell’offesa. La Domitiana adesso sarà pure controllata in superficie da forze militari, ma nei sotterranei, nel midollo, nella profondità è in preda alla feroce egemonia del solo potere che da anni controlla il territorio intero, quello criminale. Un potere coagulato nei corpi nudi e nel linguaggio del nostro tempo. Nessun commerciante denuncia i propri estorsori, sulla Domitiana, e molti imprenditori si preparano a pagare il pizzo da versare nelle casse dei clan entro il Santo Natale. Ma l’inferno no. All’inferno non circolano così tanti capitali. All’inferno non ci si sentirà così umiliati. La crisi finanziaria da queste parti non esiste. Qui esiste l’imperativo del saccheggio perpetuo e dell’appropriazione indebita. Ed è la pancia ad accusare il fastidio di questa evidenza. Sono previsti ottocento milioni di euro che cadranno sul litorale per l’accordo di programma fra governo e regione firmato nell’agosto 2003. Si parla di riqualificazione del litorale Domitio. Una parola che agli occhi di chi respira quest’aria vuota, provoca un malessere indefinibile. Che ne sarà degli immigrati? E delle organizzazioni criminali straniere insediate ormai da anni, legate strette alla camorra nostrana? Che ruolo avranno in questo processo di riqualificazione gli uni e gli altri?

Il silenzio dei sei morti ammazzati la sera del 18 settembre scorso si trasforma improvvisamente in una moltitudine di voci che svelano una sola verità. La riduzione in schiavitù è un circuito aperto, come una spirale senza inizio e senza fine, nessun capo nessuna coda. Una logica da cui è impossibile sottrarsi, una condanna perpetua: schiavi quei cittadini conniventi e servi, schiavi gli immigrati che aspettano alle rotonde impolverate il capetto di turno, schiave le prostitute nigeriane ed albanesi (schiave principalmente per mano dei loro connazionali), schiavi i commercianti, schiavi gli spacciatori e i corrieri. Schiava infine una terra, del controllo maniaco dei clan locali. “Colui che è per natura non di se stesso ma di un altro uomo, è per natura uno schiavo” diceva il vecchio saggio. Nessuno escluso, ed i padroni non sono più solo gli stessi di sempre. Se ne sono aggiunti altri, in silenzio, lentamente.Come se non bastasse.


Seduto sul sedile anteriore, distratto dalle riflessioni azzardate, pensavo al sorriso spensierato di Jerry Masslo, bracciante sudafricano ammazzato e bruciato nelle campagne di Villa Literno nel 1989, un anno prima dell’altra strage, a Pescopagano.In quegli anni i clan imponevano il divieto di spaccio di droghe lungo tutto il litorale, da Mondragone a Castel Volturno. Moralismo camorristico oppure necessità strategica, sta di fatto che in quelle zone era vietato spacciare. Gli immigrati erano vittime di intimidazioni continue. Il 24 aprile del 1990 un commando di oltre dieci uomini del clan La Torre di Mondragone fece irruzione nel bar “centro” a Pescopagano con il sangue agli occhi. Quel luogo era un punto di riferimento dello spaccio di eroina gestito da immigrati. La spedizione punitiva lasciò a terra sei persone, tra cui due nel bar, mentre altre rimasero ferite. Il figlio del proprietario aveva tredici anni. E’ rimasto paralizzato sulla sedia a rotelle. Il commando non trovò gli spacciatori all’interno del bar, ma li incrociò a bordo di una Fiat 127, una volta usciti dal locale. Aprirono il fuoco sull’auto. Persero la vita due marocchini, un tanzaniano, un iraniano ed un italiano. Questo fu il castigo.Io avevo solo quattro anni, allora. Uno scempio del genere non l’avrei mai immaginato!
Non era soltanto la “sfiducia nel mondo” ad ossessionarmi, ma la visione del mondo in sé. Dagli anni novanta ad oggi lo scenario è completamente cambiato. Attraverso il labirinto Domitiano puoi letteralmente vederlo. E non è un bello spettacolo. E’ come rendersi conto di avere un oracolo sotto casa: un oracolo infame, tanto per cambiare. Una crepa capace di mostrarti cosa c’è altrove, al di là della disfatta. Lontano.Ma dove comincia e dove finisce, nessuno può dirlo con precisione.Bangkok, Singapore, Karachi, San Paolo, Hillbrow, periferia est di Johannesburg, Londra, Amsterdam, Accra, Monrovia, Torino o Cartagena. Ciò che lega Castel Volturno a questi paesi lontani solo in apparenza è il nodo sottile stretto dalla criminalità organizzata nigeriana, quella dei Rapaci di Benin City, Lagos ed Enugu. Castelvolturno sta alla Nigeria come uno sputo catarroso in mezzo all’oceano. E’ la mafia nigeriana a proiettare la Domitiana verso l’intero pianeta, e questo i camorristi (che pure investono ovunque, dalla Scozia alla Cina, passando per l’Europa dell’est) l’avevano compreso da molto tempo. Il modello creato lungo la Domitiana è quello di una cooperativa del crimine organizzato.
Denaro e rituali. Non esiste in Italia un luogo simile. Un’organizzazione dalla struttura complessa ed impenetrabile, mimetica, capace di associare gli affari alla brutalità, il passato remoto al futuro prossimo, così ben insediata nell’epicentro di una terra assediata dalla camorra. Com’è possibile? Perché i clan casalesi hanno letteralmente “subaffittato” ai Rapaci il litorale Domitio? Di fronte ai loro traffici, lo sconforto. Viene da pensare ingenuamente che i camorristi in confronto sono dei poveracci. Ma non è così. Non per questo bisogna sottovalutare il valore illimitato degli affari delle organizzazioni imprenditorial – criminali straniere presenti sul territorio nazionale, ed ancora di più in Campania, nella “terra dei mazzoni”, laddove si alleano gruppi distanti tra loro anni luce per un solo obiettivo. E’ questo il vero sviluppo, il triste miracolo, o semplicemente la vera applicazione del concetto di cooperazione. Il gruppo dei rapaci fattura circa duecentomila euro al mese. I mafiosi nigeriani se ne stanno benissimo barricati e protetti nei loro quartieri residenziali della periferia di Lagos oppure a ovest di Abuja a gestire i dettagli dei traffici e degli investimenti, non hanno alcun bisogno di comunicare il proprio potere nelle terre campane (sebbene ne abbiano abbastanza di potere, soprattutto nei confronti dei loro connazionali), eppure quelli che gestiscono l’economia illegale e calpestano il terreno Domitio, nella maggior parte dei casi sono provvisti di permesso di soggiorno. Sono bravissimi a confondersi nel marasma degli immigrati provenienti da tutta l’Africa, ma i veri padrini nigeriani i documenti ce li hanno. Le Madame nigeriane, donne che gestiscono il monopolio dello sfruttamento della prostituzione, sono organizzate in associazioni registrate legalmente: “Sweet mother”, “Supreme ladies association”, “Great Binis association”. Sulla Domitiana si vede soprattutto l’anello più debole dell’infinita catena, il nervo scoperto e vulnerabile, in un tremendo gioco tra vittime e carnefici legati da una sottile complicità: ultime ruote del carro, leve, braccia e ascelle sudate, mani callose e carne da macello, manovalanza sorridente. Lavoratori che cercano di guardare avanti e non trovano pace. Sfruttati. Cenere che nasconde involontariamente un fuoco ardente e perenne: gli affari, quelli leciti e non, fa lo stesso.
I Rapaci sono attivi in ogni settore, dalla tratta degli esseri umani al riciclaggio di capitali illeciti, dalla truffa al narcotraffico fino allo sfruttamento della prostituzione. Bisogna guardare oltre il litorale, oltre il territorio – enclave della criminalità organizzata casertana, oltre la perversione economica del profitto, oltre la mia rabbia, dietro le immagini ipnotiche dell’abbandono e degli abusi edilizi, della violenza nei confronti di una terra che un tempo era fertile e viva. Bisogna “inghiottire il mondo”. Le ramificazioni della criminalità nigeriana sono globali: Dagli Stati Uniti al Pakistan, dal Brasile all’Olanda, in Sudafrica, Colombia, Inghilterra, Spagna, Ghana, Thailandia, nel Sud Est asiatico hanno occupato veri e propri quartieri impenetrabili. E poi in Germania Portogallo e Francia. Non si tratta di semplici bande criminali. E’ qualcosa di più complesso. I Rapaci volano basso, molto basso, incarnano una criminalità organizzata inabissata, tanto da risultare apparentemente marginali.Al limite del 416bis.
Certo che il ritrovamento dei resti mutilati di un bambino nigeriano nel Tamigi inducono a pensare il contrario. A Torino un nigeriano nel gennaio 2008 è stato castrato a colpi d’ascia, gli hanno strappato il pene ed un testicolo solo perché non voleva saperne di affiliarsi in una delle organizzazioni, i cosiddetti Eiye, rivali dei Black axe. Dicono che si tratti di confraternite universitarie, esoteriche, degenerate in fenomeno criminale di stampo mafioso. Dichiarate fuorilegge in Africa, si sono trapiantate lentamente in Europa attraverso i flussi dell’immigrazione clandestina. I carabinieri di Castel Volturno nel 2006 trovarono un nigeriano sulla Domitiana pieno di escoriazioni e traumi su tutto il corpo ed un taglio di lama ai testicoli. Forse aveva commesso un errore o più semplicemente era considerato un momu, un uomo senza palle. Fatto sta che risulta difficile individuarli, in quel sottobosco di illeciti, in quella giungla di omertà. Le loro tracce si disperdono nei meandri dei flussi economici che si diramano in giro per il mondo, nelle articolazioni dei loro affari complessi. Lo stesso Piero Grasso, procuratore nazionale antimafia, affermò che “la mafia nigeriana è una tra le più pericolose al mondo ed ha anche infiltrazioni in numerosissimi stati.” Si tratta di una fitta rete transnazionale che collega le cellule presenti in Italia a quelle diffuse nello scenario intercontinentale. Una mafia cosmopolita, poliedrica e versatile, all’avanguardia. Non è possibile ridurre ai minimi termini i loro affari. Vuol dire sottovalutarne le dimensioni.
E’ il narcotraffico la vera forza dei cartelli nigeriani, il pilastro sul quale si innalza questo impero invisibile. La tratta degli esseri umani è un affare da dieci miliardi di dollari l’anno, ma in confronto al traffico di cocaina ed eroina sono briciole. Ovviamente sono egemoni nel grosso affare dell’immigrazione clandestina, ed oltre a gestire la vita e la morte di molti migranti connazionali, attraverso gli investimenti nei cosiddetti money transfer ne controllano pure le tasche ed i movimenti finanziari. Il “Gruppo Speciale di repressione del crimine organizzato” della polizia brasiliana arrestò ventuno stranieri nel 2003, compromessi con i nigeriani, sequestrando nell’aeroporto internazionale di San Paolo duecento chili di cocaina. Dalla Nigeria è transitato il 25% dell’eroina diretta negli Stati Uniti, il 50% di quella destinata alle regioni di Washington e Baltimora. Nel porto di Lagos nevica. I cartelli nigeriani stanno trattando la maggior parte della cocaina che dal Sud America giunge sugli specchietti di vetro e poi nelle narici logorate dei consumatori europei. E Castel Volturno è sicuramente un centro importante di snodo del narcotraffico in Italia, come Amsterdam per l’Europa. L’avvocato parigino, il belloccio londinese, il fighetto bresciano o l’industriale torinese guardano con gli occhi insanguinati la sostanza, anzi le sostanze, ignorando che dietro quella polvere c’è la forma dell’impronta del rapace, rappresentato dagli innumerevoli e spesso inconsapevoli corrieri che ne ingoiano a chili. Li chiamano “i muli”. La solita ironia della sorte: entra nel naso sfatto di un europeo cocainomane quello che esce dal culo peloso di un africano.
Oserei chiamarla nemesi storica.Oltre alle presunte caratteristiche del predatore alato, quello dei mafiosi nigeriani sembra piuttosto un gruppo che assume le stesse qualità del camaleonte. Esiste. E’ visibile. Nello stesso tempo si nasconde, verso i confini più remoti. Dietro i connazionali onesti che nonostante tutto sbarcano il lunario e si spaccano la schiena nei campi e nei cantieri edili, tra tutti gli africani sfruttati e privati dei diritti civili, nelle bocche cucite, nella retorica della compassione, nelle associazioni legalmente registrate.Nel caos. I trafficanti nigeriani con il tempo sono riusciti a relazionarsi direttamente con i cartelli colombiani e brasiliani della coca, senza alcun intermediario. Questo forse basta per comprendere la necessità di stringere alleanze e compromessi con i clan camorristici egemoni sul litorale. L’operazione antidroga denominata ”foglie nere” e l’operazione “Girone dantesco“ conclusa nell’aprile 2008, che ha compreso molte aree italiane, (52 persone arrestate, 40 chili di cocaina e 9 chili di eroina sequestrati), dimostrano l’abilità dei trafficanti nigeriani presenti in Italia. L’operazione “black shoes” (oltre trenta arresti e circa trenta chili di cocaina sequestrati) portata avanti dalla Dda di Napoli e conclusa nello scorso gennaio, ha accertato non solo l’interesse e l’attenzione della camorra, che si rifornisce di stupefacenti dai nigeriani, sfrutta gli immigrati africani per lo spaccio al minuto e preleva la tassa sui loro traffici lungo la Domitiana, ma anche il regime di collaborazione tra le due organizzazioni. Alla camorra casalese la manovalanza e la capacità imprenditoriale nigeriana serve. Gli introiti dello spaccio e della prostituzione in parte vanno a finire comunque nelle loro tasche. Il sodalizio tra i clan locali e le organizzazioni straniere presenti sulla Domitiana potrebbe essere messo in discussione dal nuovo scenario che si propone in funzione dell’accordo di programma per la riqualificazione del litorale Domitio.Il Rapace, dal latino rapère: che vive di rapina. L’uccello ideale, il predatore dei predatori, con il becco a forma d’uncino, gli artigli affilati come arma invincibile, il volatile dal fascino sinistro che consuma prede vive. Un tipo di uccello avido, sempre guardingo e pronto ad afferrare. Avvoltoi, falchi, aquile. “Ai vertici delle catene alimentari di un generico sistema”.I rapaci si insinuano silenziosamente nelle viscere della realtà economica globale, e rappresentano l’incarnazione dell’economia vincente, una delle tante. Esiste un proverbio Youruba che fa più o meno così: «omo Ekun ni ekun n’jo».Vuol dire «il cucciolo di tigre diventa sempre una tigre adulta».

Noi quel giorno ce ne tornavamo verso casa come se nulla fosse mai stato, folgorati da un devastante senso di solitudine, persuasi dall’idea poco nobile che laggiù il destino sia legato stretto a qualcosa di ineluttabile, e se durante il breve viaggio d’andata eravamo euforici, al ritorno regnava sovrano un silenzio rabbioso. Ma forse eravamo semplicemente confusi, quel giorno.




*Questo reportage è stato già pubblicato su Nuovi Argomenti e su Nazione Indiana.

giovedì 12 marzo 2009

Irrefrenabile partenza


Arriva un momento che è allo stesso tempo malinconico ed eccitante. Arriva un momento di fine ed inizio, il momento di lasciare molti per arrivare a qualcos'altro.

Arriva un momento, o meglio noi arriviamo a tale punto, in cui non si può più andare avanti ad occhi bassi camminando nella certezza del quotidiano, nel conosciuto passaggio della linea.

Arriva un momento in cui la stanza si svuota molto più velocemente di quanto si sia riempita. Arriva un momento in cui pensi quanto sia diventata ingombrante tutta la roba che porti con te, arriva un momento che ti dice che tutto quello di cui hai bisogno lo puoi ritrovare dentro di te, nelle tue mani e nella tua conoscenza.

Arriva un momento in cui il proprio lavoro, o meglio il modo prevalente di impiego del nostro tempo, che noi utilizziamo come mezzo per un raggiungere un nostro fine, termina. Perché terminato il lavoro, con esso termina il tempo a sua disposizione.

Arriva un momento di impazienza verso il proprio presente, in cui ieri è già passato e si è timorosi del proprio futuro. Arriva un momento di ansia e fibrillazione, un momento di scelte, dove bisogna dare il via ad una nuova ricerca.

Arriva il momento in cui finisce una fase, si chiude un percorso, si mette un punto ad un capitolo lungamente scritto e vissuto.

Arriva un momento in cui affrontiamo il bianco di una pagina, e il pugno per scriverla.

L'inchiostro di una nuova storia non può che essere fornito da una nuova partenza ed un nuovo arrivo. E' una necessità fisiologica.
Per rincorrere un amore, per scoprire una vita. La reazione più naturale quando arrivano certi momenti non poteva che essere partire. Un nuovo approdo per saziare il senso di liberazione, la risposta ad una domanda che quasi non si è posta: innaturale sarebbe stato il contrario, non muoversi, aspettare che la vita facesse il proprio corso, qui. La concretizzazione delle idee ha bisogno ancora una volta di far scegliere tutto, ma da un'altra parte.

lunedì 2 marzo 2009

Trains of life


Ho chiesto a Maya di scrivere una lettera, per parlare di sè e delle sue visioni. Quale miglior modo per rendere un punto di vista diverso? Non solo interpretando la vita altrui, ma ascoltando o leggendo qualcuno che abbia voglia di coinvolgere e rendere partecipi. E con Maya è facile, perchè lei è così, vuole rendere partecipi perchè ama, ama perchè vive.

Maya ha scritto una lettera che è un canto di vita, il suo punto di vista sulla vita. Ha uno stile scattante ed immediato, offre spunti da un osservatorio bombardato e mostra la forza di sopravvivere che diventa sempre più voglia di vivere. Brama un desiderio di viaggiare senza fuggire, mantenere responsabilità senza ritirarsi sull'Aventino della propria coscienza, nessuna partenza che diventi fuga.

Marija Ignjatovic è come noi ed uguale a noi, la sua storia poteva essere la nostra storia, la lingua, il paese, la guerra, la politica non sono riusciti a renderla più distante da noi e la voglia di incontrarsi e ricongiungersi alla fine prevarrà. La prova che alla fine sono più le cose che ci accomunano che quelle che ci dividono sta negli stessi desideri, negli stessi slanci, nella certezza che per un accidente del caso parliamo lingue diverse, nella sicurezza che abbiamo identità tribali superate le quali potremmo ricongiungerci come semplici esseri umani, amici ed amanti. Lei è un simbolo di questa generazione anelante ad un futuro più aperto.

Un desiderio che ha già preso forma, un' idea che trova la sua precisione nella concretezza del quotidiano. Perchè oggi, questa generazione, sta vivendo il futuro ed il presente allo stesso tempo.



Trains of Life

di Marija Ignjatovic




…there isn’t a train I wouldn’t take,
no matter where it’s going.




And there really isn’t. At least for me. Travel, adventure, challenges. Cause in human’s nature is to discover, to invent…

And imagine what happens when at one moment that train just- STOPPED!

There was a war…War that changed the life in my country. A couple of years with no money, food…I don’t really remember of that time, I was too young to be aware of all that misery. But I am aware now, when I see people around me. In the bus, in supermarket… Faces without smile, bodies without strength and energy…And when I am in somewhere else, in other countries, the first words that people say when I mention that I come from Serbia are: Yugoslavia, Milosevic, war, politicians in Hague…And that hurts.

People, stop fighting, angels are crying, we can be better- LoVe is the answer…

And than come the NATO bombs. In 1999. Every night in basement. Every day hearing alarms for dangerous. Fear. Asking yourself if it’s end, or there is more. Some more years to live.

No pain- no GAME!

You know, what doesn’t kill us-makes us stronger. Those situations made stronger all people who didn’t want to stay laid on the ground. The best thing we learned from it is- to live every day of our lives, as if it’s the last one. To appreciate every hour. To give your best every second. What you can do TODAY, do YESTERDAY, cause you never know what TOMORROW brings …

And that’s how I live - one step ahead. No time for losing the time.

Creativity. My strongest benefit. I always think out something to do. Originality. Activity. Never bored, always spinnin’ around. The world is too round to sit in the corner…

I finished the university. At the age of 22. Languages. German and English. Languages are my passion. I want to learn two or three languages more. Just the fact, that you meet someone, no matter where, no matter what country the person comes from, and to enlarge (learning as more languages as you can) possibilities to understand who that person is, what he/she likes, what are his/her needs- sounds wonderful to me.

I am one of those people who like to make love with nature. I am able to go alone into the forest, and stay there the whole day long. All alone. By myself. Climbing the trees. Reading a book. Or just simply enjoying the sun and fresh air.

Did you hear for “The Day of Exchange”? It’s one day in a year, when people take all their stuff, from basements, meat-safes, or even their rooms, all stuff, that they actually don’t need. And on that day they exchange their things with other people. I organized this action two years ago, in Belgrade. Due to lots of flyers, sticklers (everything was sponsored by one German foundation, I got scholarship) and due to my investment to the all- the action was successful, about two hundred people came that day. Beside of exchange there were acrobats, jugglers, music. The most interesting exchanges got prices, some creative surprise-boxes that I made. But aside from being amusing action, it was also humanitarian one- people could leave also things for children without parents. At the end there were so much things, can you just imagine the happiness in the eyes those children as they saw it!

I am playing handball for 17 years, now in the second league. Beside that, I am dancing funky jazz, I paint, make jewellery (just for me and my friends ;), go swimming, give German classes. And in between of my activities- I work too, full time job- in Austrian Embassy ;)

Serbia is not in Europian Union, which means that we need visa for travelling. Limit. Because of the war a lot of people emigrated to other counties. How hard is to me to say people that they didn’t get visa, and that they can’t go, this time again, to visit their family. But what hurts more than that is to see how much people want to get visa- to run away from Serbia ;-(

I had luck to travel. I got a lot of scholarships as good student, so I was in almost all big Europian cities. The most of travelling was to Germany, organizing courses of German language for kids and teenagers. Or having some seminars, projects and so on. Travelling for me means not to escape from Serbia, but to meet people from different countries and to broaden my mind.

My favourite movie “Im Juli” (the German one)- a road movie, the story of one love that comes during the travelling two people from Germany to Turkey- by hitchhiking. The ideal love ;)

But I am preferring theater to watching movies. I played in lot of plays, both in Serbia and abroad. I organized some theater projects and on our theater scene I prefer modern ballets and opera.

The book I’m reading at the moment- “Love letters of Great man”. Fascinating. Letters that someone as Mozart, Honore de Balzac, Mark Twain wrote to women they loved. Makes you to think how much our generation lost that kind of communication, I just imagine that taste of pleasure to get one love letter (or just a letter) instead of one sms…

...

That’s me, in short.

And now you know one girl, who lives somewhere there in one country determinated by wars, but she still loves her life. And every day when she awakes, the greatest of joy is her- that of being herself.

…I know, I know for sure, that life is beautiful around the world…

Cheers!

Maya from Serbia

venerdì 27 febbraio 2009

Tornare a Sud





di Salvatore De Rosa




Cosa significa appartenere? Che senso ha, nel nostro tempo, questa parola diretta ed enigmatica, seducente e ambigua? Per me, quando avevo diciotto anni e mi congedavo non senza letizia dalla casa familiare, dagli affetti amicali, dalle strade e dai campi del mio paese, non voleva dire niente. O meglio, aveva un senso ristretto, disseccato. Consideravo di appartenere solo a me stesso, e che il mio Io fosse l’unico ente per cui valesse la pena di spremere energie e forze, l’unico a meritare desideri per cui lottare, immaginando un futuro in cui la piena appartenenza sarebbe concisa con la realizzazione dei miei sogni. Era la tensione del giovane assaggiatore della vita, che corre in fretta verso un confine spinto sempre più in là, con la celata speranza che la fuga veloce possa spazzare via controvento le scaglie del suo essere che non ama. Fu una partenza desiderata e conquistata; lì verso l’ignoto che si disegna nei sogni ad occhi aperti immaginando la vastità e varietà del mondo. Certo, la famiglia non la dimenticai. Ma anche per essa era riservato solo un piccolo spazio benché profondo; troppo bruciava la certezza di essere altro, altro da tutto ciò che avevo fino a quel momento conosciuto.


Trasferitomi in una terra lontana che era sempre Italia, una terra brulicante di “emigranti” meridionali come me, su al nord, sono disceso e risalito innumerevoli volte dentro me stesso. Alcune realizzazioni sono arrivate, ma nessuna bastava a colmare il senso di appartenenza. Anzi, quello che quando partii era poco più di un foro senza luce, divenne un abisso. Il contatto con la differenza aveva aumentato lo spettro dei pensieri sul mondo, con innumerevoli esperienze che espandevano il disegno della vita umana possibile, rendendomi consapevole che il dialogo con la differenza e l’alterità sono le condizioni della crescita della consapevolezza e della conoscenza. Ma io chi ero? Ricercavo con ostinazione dentro le tracce dei passi compiuti un senso, un bandolo, che potesse chiarirmi il mio posto, la mia collocazione nell’arazzo mai finito delle azioni umane. Senza successo. Guardavo troppo vicino, o troppo lontano. Mi scoprivo estraneo nei nei nuovi luoghi, straniero quando tornavo a quelli noti. Le conquiste, i successi, i traguardi, erano polvere che non sapeva dove depositarsi per diventare sedimento, costruzione, storia. Ciò che mancava, era ancora un’appartenenza.


Confuso, nei ritorni temporanei a casa, mi ritrovavo a riflettere alacremente. Ero convinto che esistesse un nesso tra il mio passato recondito, i viaggi in cerca di me, e ciò che poco a poco stavo diventando. Come se la memoria che dava forma alla mia identità fosse saldamente ancorata ad un fondo che percepivo senza afferrare, un fondamento che cambiava con me senza mai cambiare del tutto. Era un nocciolo duro precedente ai viaggi, forse addirittura precedente alla mia nascita che però intratteneva con me un dialogo temporale e materiale. Stanco di riflettere, sono uscito per le strade del mio paese. Girovagavo senza meta, a piedi, in bici, in auto, e ciò che avevo intorno pareva dischiudersi ai miei occhi per la prima volta. Strade mai intraprese si rivelavano lunghe e avventurose. Oltre i confini in cui avevo rinchiuso la mia prima giovinezza, trovai vasti territori che mi parlavano di una storia millenaria. Esplorai i campi coltivati che circondano il nucleo di case e piazze come una corona su una testa troppo piccola. In un giro solitario mi capitò di fermarmi in un frutteto di cachi, i “lignasanti” in lingua locale come mi disse un contadino. Parlava solo un dialetto ruvido, con vocali aperte e consonanti come aculei conficcati nelle parole. Ma io lo capivo ed egli sentiva con me una vicinanza che andava oltre la superficie di diversità così palese tra noi. Entrambi, io e il contadino, eravamo lì a discutere di terreni e agricoltura come prima di noi avevano fatto nel corso dei secoli gli abitanti delle medesime terre, domandandosi del proprio destino mentre adattavano le tecniche ai bisogni, mentre scavando solchi nei campi disegnavano il loro stesso volto. Poi il contadino prese un’aria triste, pensosa, non parlava più. Alle mie incalzanti domande rispose solo che la sua tristezza era quella della fine del mondo. Attorno a noi, quelle terre portatrici di vita e di senso, stavano morendo. Oltre all’incuria e all’indifferenza dei “cittadini” sopraggiungeva il veleno degli scaricatori abusivi, affaristi armati senza un identità che non coincida col denaro. E pure lo Stato ci si metteva, condannando la vita agricola ai suoi ultimi sussulti, soffocando la vocazione antica di una terra fertile. Bisognava lottare. Mi resi conto che altri come me sentivano la violenza perpetrata sul proprio paese come una violenza su loro stessi, e ci organizzammo. Fu l’adesione a qualcosa che andava oltre la nostra individualità, la presa di coscienza di un valore umano ulteriore che ci accomunava, stracciando la solitudine in cui ci eravamo reclusi. Come dice Albert Camus “mi rivolto, dunque siamo”, così la nostra collettività scoprimmo che c’era sempre stata ma emergeva nel momento in cui iniziavamo a difenderla.


È stato questo l’inizio di un percorso a ritroso. Alle lotte aggiunsi lo studio, il territorio assumeva sempre più una fisionomia, si rivelava ammantato di storia che altri prima di me avevano dissepolto ed altri ancora prima avevano costruito, in un dialogo fatto di edifici, strade poderali, libri, utensili, canzoni, racconti, verdure, rivolte, signori e schiavi, culti pagani e cristiani. E alla fine della nostra storia c’ero io con i miei contemporanei. Nati in uno spazio che ci ha forgiati, che è lì ma che bisogna conquistare culturalmente, poiché troppo arrugginiti sono quei meccanismi che tradizionalmente hanno trasmesso la nostra memoria collettiva, consegnandoci un’identità con le radici ben piantate in una terra.


Appartenere, l’ho capito, è un atto d’amore. E, in quanto amore, è un consegnarsi in ostaggio al destino, come osservò Lucano duemila anni fa. Un destino oscuro nel suo futuro, a meno che non si stabilisca una continuità col passato che sgorga nel presente, verso un avvenire di cui ci si fa carico. La vera libertà, secondo Bergson, è proprio la piena consapevolezza di ciò che è stato prima, l’unico modo per dare all’azione un senso non accidentale, non estraneo all’esistenza: “l’individuo più libero ha un passato integro ed è in grado di utilizzare la massima quantità di ricordi per rispondere alle sfide del presente”. Lo stesso vale per una comunità. Anzi, solo nell’alveo di una storia comune l’individuo assume consistenza, dà alla sua narrazione di sé il tessuto per ricamare la propria identità. L’appartenenza è quindi comprensione dei nessi che ci coinvolgono in una storia che va oltre noi, è la scoperta di un amore che si è sempre nutrito ma che solo cercandolo si rivela. Ha una dimensione attiva, persino di sacrificio, però compiuto senza perdita in quanto conduce ad un arricchimento, a non sentirsi più soli. Abbatte tutti i perimetri interiori, compenetrandoti col destino di genti e terre non più estranee. Tale scoperta rende chiaro che se non assumerai la responsabilità della tua terra nessuno potrà farlo al posto tuo. Chi viene da lontano, per quanto ben disposto, non potrà conoscere tanto bene la storia e lo spazio del tuo paese come invece puoi fare tu. Egli sarà sempre di passaggio, avrà comunque un’attenzione relativa, figlia magari di una solidarietà universale, ma che non conterrà l’affetto sommerso, recondito, naturale, che si prova camminando nella terra chiamata “casa”.


Amore e responsabilità. Una volta riscoperti dentro di noi allargano a dismisura il nostro sguardo e mostrano lo spazio e la direzione dell’azione. Il mio paese non ha mai avuto tanti angoli nuovi, tante storie depositate negli individui, tante strade ancora da esplorare. E da qui si diramano altre storie, si susseguono altre terre, c’è l’intera Campania che giace e vuole rivivere, e poi oltre, Basilicata, Puglia, Calabria, Sicilia, tutta una geografia dell’anima meridionale che anela la propria coscienza, la propria identità. Allora l’appartenenza permette di dare dignità alla vita, e attraverso di essa dà dignità alla terra. Affinché ciò che amiamo si conformi all’ideale di quel che vogliamo diventare. Finalmente consapevoli, finalmente non più soli, con tutta la tragica felicità di avere un senso.


mercoledì 11 febbraio 2009

Io sono Serba


Oggi è il compleanno di Maya, e lei sembra essere molto contenta di questo. Non so come festeggino a Belgrado, con chi festeggi, ma conoscendo l'energia che è capace di sprigionare ed il talento nel danzare, la festa sarà sicuramente al suo livello. Maya è serba, di Belgrado, e oggi fa 24 anni. E' tornata a casa prendendosi una pausa dal suo viaggiare e dalla sua voglia di mondo. E' tornata a casa, grazie ad un'allettante offerta di lavoro. E' tornata perché da poco più di un mese lavora presso l'ambasciata austriaca e pensa di costruire un po' di futuro a casa sua.

Non l'hanno scelta a caso, perché Maya parla il tedesco correntemente, è abituata ad un ambiente internazionale, e potrà sfruttare le sue capacità comunicative e l'esperienza fatta in Germania. Quello che desiderava già da quando stava a Monaco. Anche se al tempo diceva di voler fare l'hostess per gli Emirates, un modo per viaggiare, guadagnare e sfruttare la sua conoscenza delle lingue. Tuttavia al di là del lavoro che poi ha scelto e di quelli che ancora cambierà, il principio di fondo rimane lo stesso, le cose da amare e le cose da fare mantengono sempre la stessa coerenza.

Anche se parlando con lei, scopri che di coerenza tra le cose fatte, Maya non sembra averne, l'unico filo comune sembra essere l' imprevedibilità, alimentata dalla sua energia, dalla certezza che qualcosa di nuovo sta per fare. Sempre in movimento e piena di idee da sviluppare, e di cui una buona parte ha sviluppato.

Nella foto di presentazione del suo profilo su HC, Maya appare come una pop-star degli anni '90. L'immagine di un mondo che forse l'ha sempre attirata per il forte ottimismo e la spensieratezza che vuole trasmettere. Non a caso il nick che si è scelto è Mayathestar, ma non è solo per il fatto che ama e ha fatto del teatro, oltre che una scuola di canto. E' perché lei vuole essere una star di vita, un'artista della vita. Essere interprete unica e particolare di un certo modo di vivere, e un po' sicuramente ci è riuscita. Come tutti coloro che riescono a differenziarsi dalla massa e dalle scelte più ovvie.

L'immagine a cui la riavvicino io, invece, è quella della selvaggia, anarchica valchiria. Una figlia di Odino che vola da una vita all'altra per prendere e per dare. Una divinità nordica che viene per dare amore e prendere energia. Dove al posto di un cavallo alato, ha uno zaino logorato, dove al posto di prendere i corpi dei guerrieri morti in guerra, va alla ricerca di ragazzi a cui ridare nuova forza.
Ed in effetti Maya un po' valchiria ci è. Nel senso eroico del creare, nel gesto forte di scegliere. Maya ha scelto di partire per l'Europa tutta sola, senza un progetto preciso, ma con la voglia di vivere, di certo non sola. Reagendo ai casi della vita nel modo più semplice e spontaneo. Un po' come in un film di Kusturica, "La vita è un miracolo", dove un uomo bosniaco cristiano ed uno donna musulmana, sotto le bombe che cadono sempre più vicino, reagiscono alla paura facendo l'amore.

Maya nel viaggiare, ha cercato emozioni, l'imprevedibilità e la genuinità dell'amore. Non che non si potesse trovare a casa, ma forse come reazione ai nazionalismi e alle tensioni sempre presenti nel paese, voleva cercare, vivere ed emozionarsi, ma da un'altra parte. La sua è una generazione nata e cresciuta durante la guerra. Una guerra combattuta dal suo paese, ma mai nel proprio territorio. La Serbia, ha combattuto in Croazia, in Bosnia ed in Kossovo, ma è stato un paese che non ha mai vissuto la tragedia della guerra a casa propria. Come ha detto Natasa Kandiç Miloseviç ha affermato molto spesso nelle sue dichiarazioni che la Serbia non è mai stata in guerra. Ed effettivamente, in Serbia, non ci sono luoghi di uccisioni di cittadini serbi. Ci sono dei luoghi in cui hanno perso la vita delle persone a causa dei bombardamenti NATO, ma non c’è nessun luogo in cui le forze croate, o le forze bosniache o le forze degli albanesi del Kossovo abbiano ucciso dei cittadini nei territori serbi, escluso il Kossovo.

Per lo stesso motivo nonostante durante le guerre jugoslave siano state uccise circa 130.000 persone, e altre 20.000 siano scomparse, e sebbene ovunque siano stati eretti monumenti, 3000 solo in Kosovo, molti in Croazia e in Bosnia, in Serbia è come se la guerra non ci fosse stata. In Serbia non si trovano memoriali. Come se per un periodo, tutti gli anni'90, il processo della memoria si fosse fermato.
Le organizzazioni per i diritti umani in Serbia ripetono incessantemente non solo al governo serbo, ma anche ad altri governi, che per il futuro democratico del paese, per le generazioni future, è decisamente importante che esista in Serbia un memoriale che funga da monito, che sia un luogo di memoria.

Nel frattempo le nuove generazioni, fortunatamente, crescono con occhi nuovi. I vuoti di memoria talvolta fanno anche bene per attenuare i forti nazionalismi che ancora permangono. Ma solo tra i vecchi ed i padri, che si scontrano con il sentimento dei figli di non appartenere più a nessuna bandiera. Un sano scontro generazionale, in cui i giovani pensano a viaggiare, ad incontrarsi e a fare l'amore. Come hanno fatto i loro padri, certo, ma con una voglia di condividere in più.

venerdì 6 febbraio 2009

Memoria viva

La guerra è forse il più grande fallimento della memoria. A scuola ero convinto che il ripetersi periodico di guerre fosse sempre un problema di memoria, di scarsa memoria.
Pensavo che ognuno si dimenticasse della guerra precedente, vissuta, nel libro di storia, solo qualche anno prima. Forse perché troppo tempo era passato dall'ultima guerra, il tempo di una generazione, quanto basta per dimenticare e credere che tutto sarebbe stato diverso, che tutto potesse essere cambiato, che le ragioni queste volte erano giuste, che allora non avevano compreso, mentre adesso tutto era chiaro.

Poi, ho iniziato a pensare che tutto è guerra. Nelle strade, nelle case, nelle idee, nella natura. Una caratteristica della vita e della storia. Guerra inevitabile ed infinita. Guerra necessaria, conflitto evolutivo, conseguenze nefaste di cicli storici, un semplice disequilibrio di poteri, uno squilibrio di forze che si risolveva con la forza, una lotta per affermare un nuovo equilibrio, una pax romana, che viene raggiunta solo perché sono stati annientati gli avversari. Hegel era arrivato ad affermare che "senza le guerre la storia registra solo pagine bianche", implicitamente supponendo che l'unica storia da raccontare fosse la storia dei vincitori.

Infine ho capito che ci sono delle ragioni, politiche. Come ha scritto Carl von Clausewits nel suo celeberrimo "Della Guerra", "La guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi", non è un atto isolato, ma uno strumento, e proseguimento, di un progetto politico.
Poi ho arricchito la mia interpretazione del fenomeno con ragioni storiche, religiose, economiche, con ragionamenti più complessi. Sebbene sia un eufemismo dire che ci sono delle ragioni, non ci sono mai delle giustificazioni, tantomeno legittimazioni, solo interessi politici.
Ironico che nel suo tentativo di far scomparire la guerra, lo Statuto dell' ONU abbia deciso di condannare gli stati aggressori e consentire agli aggrediti di difendersi con immediatezza. Il risultato è stato che nessuno stato si è più dichiarato aggressore, ma sono stati trovati infiniti appigli per dichiararsi aggrediti. Quindi ad essere scomparse non sono state le guerre, ma solo le dichiarazioni di guerra.

Tuttavia alla fine dei miei valzer di pensiero sono tornato alla mia intuizione iniziale, sebbene in una formulazione più complessa. Ovvero che il ripetersi di determinati conflitti è stato dovuto al fatto che i ricordi e le memorie di quelli precedenti non avevano trovato adeguata cristallizzazione e proliferazione. Non erano andati a creare delle istituzioni, delle leggi, dei valori morali e culturali per far sì che poi non si ripetessero più. Come ha scritto Primo Levi "Per far sì che determinate pagine non si debbano più scrivere". Perché una verità, un concetto, un'esperienza, un'idea, non basta raggiungerla o pronunciarla una sola volta per mantenerla. Essa può volare via, essere dimenticata, o peggio, essere intenzionalmente cambiata. Bisogna mantenerla viva, diffonderla e proteggerla, far sì che entri a far parte di quei fattori caratterizzanti una determinata civiltà. E con il passare del tempo è necessario riproporla, riaffermarla con parole e linguaggi nuovi, adattandosi ai tempi che cambiano, ad i valori che sono cambiati a latere, ma senza svuotarla di significato e dei suoi principi fondamentali. Il progresso non è scontato, non è un processo che al massimo si può arrestare, mantenendo automaticamente tutto quello che è stato raggiunto. Si deteriora, si dimentica, si cambia, ci si confonde, o si pensa che per una volta si possa fare un'eccezione.

In Europa siamo dovuti arrivare all'apice della distruzione per ricostruire una civiltà sulle ceneri di quella passata, ma memori degli errori commessi, con gli anticorpi sufficienti per non tornare più indietro. L'Europa di oggi, il suo progetto originario, nasce direttamente dalle ceneri della Seconda Guerra Mondiale, nasce come meccanismo atto ad unire indelebilmente i paesi per far sì che la guerra tra loro diventi cosa impossibile.

Quando diventa possibile o probabile, è già un fallimento. La guerra è un fallimento. Un fallimento politico, un fallimento istituzionale, un fallimento sociale, un fallimento umano. La pace non è mai conquistata una volta per tutte, è fragile, sfumata, talvolta sottovalutata o data per scontata. La pace è il fallimento di una presa lasciata per afferrare qualcos'altro.

Le guerre jugoslave sono state la prima guerra in Europa dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Dopo circa cinquant'anni, l'Europa occidentale si è risvegliata leggendo la parola guerra sui quotidiani, a due passi da casa. I Balcani hanno vissuto sanguinose guerre durante tutti gli anni '90, lasciando una presa ed un'idea a cui erano stati aggrappati per cinquant'anni, per un'altra, di indipendenza. Per un'autonomia culturale e politica da quello che era considerato un dominio serbo. Un esperimento di convivenza durato cinquant'anni grazie a Tito e all'idea del socialismo, un braciere di culture che ha bruciato per tutti gli anni '90. Le guerre balcaniche degli anni '90, hanno sancito il diritto di indipendenza e di autodeterminazione dei piccoli popoli. Ma anche visto tendenze fratricide e violente pulizie etniche. La Slovenia prima e la Croazia poi, per continuare con la guerra tra bosniaci. La guerra dei vicini di casa. Fino alla guerra in Kosovo e all'indipendenza del Montenegro.

Indipendenze che hanno lasciato la Serbia e il suo progetto politico sempre più solo. Fino ad eliminarlo. Il futuro è stato liberato, ma sono iniziati i conti con il passato.
Il lavoro delle memorie e delle coscienze che già avanza, libera i giovani da un passato che non gli appartiene verso un futuro che condivideranno.
Che noi condivideremo.